Blog

Sullo sfondo del quadro c'è un vegetariano che dice sempre no.

Icona scheda referendum 1946

Scrivo a poco più di una settimana dalla data del referendum sulle modifiche della Costituzione italiana, il che significa che negli organi d'informazione le argomentazioni sono ormai quasi estinte e hanno ceduto il campo ai due monosillabi SI e NO. Io, come al solito, sono attratto dalle cose che rimangono sullo sfondo e che secondo me, sebbene poco osservate da chi si concentra sul fuoco dell'immagine, sono ciò che la sostiene e il contorno che la inquadra.
Nel caso del dibattito (al solito, più gridato che ragionato) sul referendum, per esempio, mi colpiscono due “argomenti” che, a mio parere, non dimostrano nulla se non una certa immaturità nell'esercizio della democrazia. E vediamo di che si tratta.

“Voti SI? Ma non ti vergogni a essere in compagnia di Verdini?” “Voti NO? Ma non ti vergogni di essere in compagnia di Salvini?” Sostituite pure i due nomi con altri a vostro gusto, la questione è la stessa, cioè che si tratta di un argomento stupido. Un referendum offre soltanto due opzioni di risposta a un quesito specifico. È indubbio che il quesito si inscrive in un contesto ma ciò non evita che la risposta sfrondi se stessa da tutto ciò che è esterno alla questione in gioco. La democrazia rappresentativa è (anche) la ricerca di un equilibrio fra due esigenze di pari valore, cioè la rappresentatività e la funzionalità del sistema. Negli anni scorsi ci hanno frantumato i neuroni per convincerci della bontà e necessità del cosiddetto bipolarismo, mentre premi di maggioranza assai premianti provavano a contribuire alla riduzione della fauna partitica. Quale che sia il giudizio sulla bontà e sui risultati ottenuti dalle soluzioni adottate, rimane il fatto che un referendum è il massimo della semplificazione, che ciascuno avrà le sue ragioni per votare sì o no e che ha davvero poco senso, parlando di due agglomerati che conterranno vari milioni di individui, pretendere che il proprio schieramento sia migliore dell'altro perché l'altro comprende anche tizio o caio.

Un altro argomento che trovo poco sensato è la critica alle opposizioni (che, anche nel caso della riforma costituzionale, si oppongono) perché “sanno dire solamente no”.
Immaginiamo due persone, A e B, che si incontrano. A invita B al ristorante, uno vicino che A conosce bene e dove si mangia divinamente. Entrano, si siedono, A prende il menu e propone un antipasto di affettati misti, B declina perché, informa, è vegetariano. A passa al primo, suggerendo i tortellini specialità della casa ma B declina perché, come ha appena detto, è vegetariano. Forse una bistecca alla fiorentina? B ringrazia per il pensiero ma rifiuta. E via così. Del resto, al ristorante preferito da A, “La mandria al sangue”, il menu è fortemente caratterizzato.
Orbene, in una democrazia sana, supponendo che due o più schieramenti si siano proposti con posizioni differenti, che l'opposizione si opponga dovrebbe essere considerato normale e non un punto a sfavore. Quello che sarebbe da criticare sarebbe un atteggiamento di opposizione “a prescindere”, sistematica, senza neppure entrare nel merito. Ed è qui che, mi sembra di vedere, casca l'asino. Perché “entrare nel merito” richiede impegno, attenzione, preparazione, tempo. Una riforma della Costituzione complessa, come quella che si sta proponendo, meriterebbe un maggiore rispetto. Anche da coloro che la sostengono.

Sostenere Telethon è una scelta azzardata?

Raccolta fondi Telethon

Le distrofie muscolari sono malattie genetiche degenerative. “Genetiche” vuol dire che ti capitano addosso senza motivo, semplicemente perché sei nato e un pezzetto del tuo patrimonio genetico ha deciso di funzionare male o di non esserci proprio. Comprendere i meccanismi di queste malattie non è semplice; individuare una cura efficace pare che lo sia ancor meno. Progressi minuti richiedono anni di studi condotti da specialisti di altissimo livello con l'ausilio di strumenti anche molto sofisticati. Tutte cose che costano un sacco di soldi, insomma.

Per finanziare ricerche e ricercatori nel campo delle malattie genetiche, nel 1990, sulla scia dell'omonima esperienza ideata negli Stati Uniti dall'attore Jerry Lewis, anche in Italia nacque Telethon, “maratona televisiva” di promozione della raccolta di fondi da destinare alla ricerca sulle malattie genetiche rare. Soldi raggranellati con migliaia di versamenti singoli, anche di importo modesto, andando idealmente casa per casa. Una sorta di Fra Galdino 2.0. Il marchio Telethon è poi divenuto quello della fondazione che si occupa di gestire i fondi raccolti anche attraverso le sottoscrizioni promesse durante la maratona televisiva. “Anche” vuol dire che, oltre a migliaia di privati cittadini che versano un paio d'euro, Telethon riceve il sostegno di varie aziende e diversi partner tecnici.

Siccome è da un po' di tempo che nella mia testa si agitano idee strane, già vari anni fa, molto prima di diventare socio di Banca Etica, segnalai criticamente la decisione di Telethon di affidare la gestione della raccolta fondi alla Banca Nazionale del Lavoro, cioè di una banca che, all'epoca, compariva nell'elenco delle cosiddette “banche armate”, ovvero gli istituti di credito che veicolano le transazioni finanziare collegate al commercio di armamenti. Dopo aver appreso che l'ultima maratona televisiva pro Telethon (dicembre 2015) aveva raccolto oltre 31 milioni di euro, ho voluto aggiornare le mie informazioni. Forse, ho pensato, raccogliere tanti soldi da migliaia di sottoscrittori ha permesso a Telethon di sentirsi più libera di scegliere i propri partner, magari selezionandoli anche in base a principi etici. Così sono andato a vedere l'elenco dei partner di Telethon http://www.telethon.it/cosa-puoi-fare/come-azienda/partner

In questo elenco ho trovato due banche, BNL-Paribas e Intesa Sanpaolo, che sono da sempre e ancora oggi nelle prime posizioni della classifica delle “banche armate”. Ho trovato due aziende petrolifere: ENI (tangenti miliardarie in Nigeria) e Total Erg (sotto inchiesta dal 2013 per frode fiscale). Ho poi trovato (e, per certi versi, è stata la notizia peggiore) ben sei società di gestione del gioco d'azzardo: SISAL; Lottomatica; Intralot; HBG Gaming; Admiral Gaming Network; Cogetech. Cioè si cura la sofferenza fisica e morale degli affetti da malattie genetiche accettando soldi da chi se li procura creando le premesse per altre sofferenze fisiche e morali. E prima che qualcuno mi dica: “Ma è azzardo legale!”, lo invito ad informarsi sul fenomeno della ludopatia.

E dunque? Son io forse contrario alla ricerca scientifica? al sogno di trovare la cura per le malattie genetiche rare? Ovviamente no. Eppure, a ripristinare una gerarchia di valori, da qualche parte si dovrà pur cominciare.

Lezioni di greco

Alexis Tsipras alza il pugno e china la testa

Più o meno come accadde a suo tempo per Gaza, nel breve volgere di pochi giorni la Grecia è passata da notizia egemone a trafiletto e forse già domani non ne sentiremo più parlare in favore di qualche altro dramma internazionale scelto fra i tanti che, purtroppo, non mancano. Fatto sta che già oggi, a neppure una settimana dal voto del Parlamento greco sull'accettazione delle proposte formulate dalle controparti internazionali, è possibile rileggere con sufficiente distacco l'infinito dibattito italiano su quel che è accaduto in Grecia o, per dir meglio, alla Grecia; un dibattito che, è mia impressione, è stato caratterizzato da una quantità abnorme di consigli (non richiesti) e giudizi (tanto netti quanto severi) indirizzati al popolo greco, alla coalizione Syriza e al Primo Mnistro Alexis Tsipras. Consigli e giudizi, va da sé, espressi stando comodamente seduti davanti al computer, con un bicchiere e, considerato il caldo, qualche bevanda fredda a portata di mano, ragion per cui desidero condividere di nuovo il bell'articolo del giornalista greco Alex Androu dove, mi pare, ci sia un contributo interessante per inquadrare correttamente un paio di faccendine di qualche conto.
Ma, come mi accade troppo spesso, sto divagando e ancora non arrivo al punto. Che è questo: mi pare che molti abbiano detto ai greci che cosa fare a casa loro, e nessuno o pochissimi abbia provato a dire che cosa, qui in Italia, dobbiamo imparare dalla lezione greca. Eppure sarebbe importante, per non dire decisivo. Perciò provo umilmente a dire la mia.

Dalla vicenda greca dovremmo almeno imparare che:

  • oggi gli Stati non si invadono coi carri armati ma coi prestiti;
  • se si vuole essere liberi di scegliere fra due opzioni, bisogna che entrambe siano realmente praticabili;
  • le soluzioni praticabili sono quelle che si è potuto e voluto preparare, il che richiede tempo ed azioni coerenti;
  • il debito nazionale è un dato che tutti noi dovremmo conoscere e seguire nel suo andamento perché da quel valore possono dipendere il nostro futuro, la nostra libertà, la nostra indipendenza;
  • già che ci siamo, non sarebbe male imparare a distinguere fra “saldo primario” (che per l'Italia è positivo, cioè lo Stato, al netto degli interessi passivi, incassa più di quel che spende) e “debito pubblico” (che comprende la spesa per gli interessi sul debito);
  • tutti i partiti e gli esponenti politici che, con l'azione o con l'inerzia, fanno crescere l'indebitamento sono partiti e persone che stanno lentamente serrando le manette ai nostri polsi;
  • al livello dell'azione “dal basso”, la costruzione di un futuro possibile (e, possibilmente, luminoso) passa attraverso la creazione di circuiti di scambio che riducano la quantità di denaro necessario per vivere: gruppi di acquisto solidale; banche del tempo; moneta complementare ecc.

Mi rendo conto che tutto ciò non basta. So anche che dovrei dedicare un po' di spazio a chiarire che quando parlo di riduzione del debito pubblico non mi riferisco agli insensati tagli lineari, né alla soppressione dello Stato “sociale” o all'assenza di politiche pubbliche di sviluppo. Spero, tuttavia, di aver lasciato intendere l'essenza del mio pensiero, cosa che ho fatto mentre il debito pubblico italiano ha stabilito il nuovo, ennesimo, record storico raggiungendo la cifra di 2.218 miliardi di euro. Il dato è disponibile nel sito della Banca d'Italia che, a leggere le ultime dichiarazioni, non rientra fra le fonti consultate dal nostro Consiglio dei ministri e dal suo Presidente.

Salviamo la Germania!

Ingresso filiale Commerzbank

Il bersaglio di questo mio piccolo scritto è l'uso corrente dell'aggettivo “rigorosa” riferito alla politica economica praticata dalla Germania.
La parola “rigorosa” vuol suggerire l'idea di uno Stato parsimonioso, attento ai propri equilibri di bilancio, finanziariamente virtuoso anche se un po' rigido, compunto e tenero come un bambino che, dopo averci pensato su, decide di non comprare lo zucchero filato e mettere il soldino nel salvadanaio. La Germania, insomma, viene presentata come fautrice di una gestione sana dell'economia, magari un po' noiosa ma rassicurante.
In questi ultimi giorni, parlare di “rigore” della Germania sottintendeva un confronto con le cicale greche, ieri indebitatesi fino al collo e oggi riottose a pagare il fio delle loro spese allegre. L'espediente retorico, dunque, era quello, non nuovo, di accreditare nell'opinione comune la verità di un'idea semplicemente limitandosi a evocarla, come se si trattasse di un fatto così evidentemente e notoriamente vero da non richiedere spiegazioni e approfondimenti. Perciò ho voluto curiosare un poco, scoprendo alcune cose.
Nel 2014 (fonte Eurostat) la Germania ha registrato un debito pubblico di 2.170 milioni di euro, con un rapporto debito/prodotto interno lordo del 74%. Per fare un confronto: a dicembre 2014 l'Italia aveva un debito di 2.134 milioni di euro e un rapporto debito/PIL del 132%. L'Italia è messa peggio ma, per rimanere in tema col dibattito di questi giorni, “se Atene piange, Sparta non ride”.
In Germania il 45% del sistema bancario è ancora in mano pubblica, cioè di proprietà dello Stato o dei Länder (per chi se lo fosse dimenticato: la Germania è uno stato federale). Lo Stato tedesco, per esempio, è il più forte azionista (17% del capitale sociale) della Commerzbank, la seconda più grande banca tedesca.
Come stanno le banche tedesche? Nel 2014 esse hanno tutte superato i cosiddetti “stress test” dell'Unione europea sulla base della singolare considerazione che le attività finanziarie sono meno rischiose di quelle creditizie. In sostanza, la banca è stata ritenuta solida quando il suo patrimonio era pari ad almeno l'8% dei crediti erogati. Gli investimenti finanziari nel portafoglio delle banche europee, invece, non necessitavano di una corrispondente base patrimoniale neppure se si trattava di investimenti ad alto rischio.
In altre parole, gli stress test sono stati un po' come un esame del sangue eseguito per controllare i rischi di occlusione dei vasi sanguigni ma che non misura il livello di colesterolo. Così, per fare due esempi, la citata Commerzbank ha superato il test riferendosi ai 200 miliardi euro di crediti e non anche ai 361 ulteriori miliardi impegnati in attività finanziarie mentre la HSH Nordbank (altra banca in mano pubblica) è stata considerata a rischio per 38 miliardi di euro di crediti e non per gli ulteriori 72 di investimenti finanziari.
Il criterio seguito negli stress test è tanto più strano quando si consideri il livello quantitativo del rischio finanziario assunto da certe banche. La prima banca tedesca, Deutsche Bank, sarebbe esposta (uso il condizionale perché la fonte che ho rintracciato non è ufficiale ma di una società di analisi) in investimenti sui cosiddetti “derivati” per 54.7 trilioni di euro (non chiedetemi a quanto diavolo possa corrispondere una cifra del genere nella realtà). Il giorno che esploderà qualche bolla, si salvi chi può, dunque.
Insomma, la “rigorosa” Germania è indebitata fino al collo, il suo sistema bancario è abbondantemente partecipato dallo Stato, le sue banche superano dei test eseguiti da un controllore che si copre gli occhi, la sua economia reale è messa a repentaglio dai livelli stratosferici toccati dalle attività speculative e il “rigore” sembra poco più che una favola che si racconta ai cittadini europei per addormentarli mentre fra gli scenari possibili, fantasticando un po', ci sono code di tedeschi alla frontiera con la Grecia pronti a barattare le loro Mercedes con due forme di feta.
Come sentenzia il detto: non è tutto oro quel che luccica.

Di cosa parliamo quando parliamo di Grecia

Bandiere greche

Mi metto a scrivere alle 18.06 del 5 luglio 2005. Fra un'ora o poco più, nella Grecia non troppo distante dal luogo in cui vivo e così vicina al mio cuore, si chiuderanno i seggi del referendum per approvare o respingere la proposta “presentata da Commissione europea, Banca centrale europea e Fondo monetario internazionale nell'Eurogruppo che si è tenuto il 25 giugno 2015, composto da due documenti: il primo documento è intitolato 'Riforme per il completamento dell’attuale programma e oltre' e il secondo 'Analisi preliminare per la sostenibilità del debito'.”
Fra poco, dunque, molte delle parole spese qui in Italia fino ad oggi non avranno più senso, valore, utilità pratica. Nei giorni scorsi ne ho spesa qualcuna anch'io, qualcun'altra ne ho fatta circolare e c'è perfino stato chi, come il mio amico Giulio Stumpo, ha dedicato parte del suo tempo a approfondire, ragionare, esprimersi. Cito Giulio perché quel che ha (assai ragionevolmente) scritto mi ha suscitato un pensiero prima indistinto poi più definito e che, devo dire, ha soltanto parzialmente a che vedere col merito delle soluzioni possibili, giuste o giustificate per risolvere il problema del debito greco.
Quest'ultimo, dice anche Giulio, è un problema complesso. Il problema dei problemi complessi, dico io, è che avendo molte sfaccettature è facile, se non inevitabile, dedicare attenzione a quella che ci sembra più importante o decisiva. Se due persone hanno opinioni diverse sul grado di importanza delle varie questioni, dunque, è facile, se non inevitabile, parlare della stessa cosa senza capire che si sta parlando di cose diverse.
La premessa fin qui fatta, nel caso del mio amichevole confronto con Giulio deve applicarsi al pensiero che si è formato leggendo queste sue parole: “Se leggessimo tutto il documento con le "correzioni" (che anche a me danno fastidio), pubblicato da Internazionale, ci renderemmo conto che quei cattivoni della Troika hanno chiesto a Tsipras di raddoppiare i tagli alla spesa militare; hanno chiesto di non aumentare le entrate provenienti dalle istallazioni di nuove slot machine e video lottery, di eliminare molti privilegi della classe dirigente, di prevedere un inasprimento delle norme anti corruzione; di prevedere una agenzia autonoma per la riscossione dei tributi e contrastare l’evasione fiscale che in Grecia è pazzesca. Solo per fare qualche esempio che ricordo a memoria. In merito al discorso relativo alle pensioni, ti segnalo che in sostanza quel documento chiede l’innalzamento dell’età pensionabile da 62 anni a 67 o (dico “o”) 40 anni di contributi. Non mi sembra così vergognoso per un paese che paga le pensioni per il 50% con entrate sulla fiscalità generale chiedere questo “sacrificio” che tutti in Europa stanno facendo. Difendere questo punto vuol dire secondo me difendere un privilegio insopportabile che graverà sempre di più sulle spalle dei greci e degli altri partner europei.”
Dopo un po', infatti, penso d'aver capito perché con qualcuno, quando ho parlato di Grecia, non mi sono capito. Semplicemente, stavamo esaminando due facce diverse della questione. Intendo dire che forse (dico “forse” perché personalmente non ho conoscenza diretta della questione) è vero che la Grecia è vittima di corruzione e privilegi e welfare eccessivo; ed è sicuro che io, se fossi un cittadino greco, mi batterei contro la corruzione, i privilegi e il welfare eccessivo ma, ed è qui il punto che per me è più importante, non sono greco io ma neppure la Commissione europea, la Banca Centrale Europea e il Fondo Monetario Internazionale. E allora: un conto è chiedere la restituzione di un debito, un altro è dire che tu, oltre a non essere padrone dei tuoi soldi, non sei neppure padrone di decidere come e dove procurarti quelli che ti occorrono.
Accettare non tanto la proposta attuale ma qualsiasi proposta che non discuta di quantità di soldi, scadenza delle restituzioni e altri aspetti tecnici significherebbe che oggi la Grecia, domani chiunque altro, non sarebbe più uno Stato sovrano e che i suoi cittadini potrebbero soltanto giocare alle elezioni. Ha un che di profondamente simbolico il fatto che questo esperimento, in Europa, lo si tenti là dove è nata la parola stessa che definisce la collettività delle decisioni e la loro origine nella comunità che le deve attuare.
I seggi in Grecia chiudono fra poco. Viva la democrazia.

Tutto quel che ho da dire è già stato detto

Non ho un libro (o un film) “che mi ha cambiato la vita”, però ci sono libri e film che rappresentano opinioni che sento mie e lo fanno in un modo che ritengo, per dir così, “definitivo”. È per questo, per esempio, che in un post di alcuni mesi fa mi riferii al saggio di George Orwell Elogio del rospo come ad un testo che “... che dice tutto quel che c'è da dire sulle ragioni e il senso dell'impegno politico e sociale. Perlomeno, dice tutto quel che io avrei da dire sull'argomento.”

Altri esempi? Credo che Decalogo 5, del regista polacco Krzysztof Kieślowski, abbia reso inutile ogni ulteriore riflessione sulla pena di morte, spiegando orrore e insensatezza a tutti e per sempre.

Poi c'è la fulminante descrizione di un tipo umano contenuta nei Promessi sposi. Ci sono persone che costruiscono la propria fortuna sulla tendenza umana a credere vero ciò che è solo un frutto della propria immaginazione o dei propri desideri. Basterebbe poco per smascherare l'inganno, basterebbe ancor meno a lasciare dove sono certi accenni sospesi e misteriosi, eppure sono molti quelli che assecondano ciò che credono vero e non ciò che verificano che sia vero. Le due parti protagoniste di questo meccanismo mentale sono espresse da Alessandro Manzoni in modo insuperabile nella descrizione manzoniana del Conte Zio. “Un parlare ambiguo, un tacere significativo, un restare a mezzo, uno stringer d’occhi che esprimeva: non posso parlare; un lusingare senza promettere, un minacciare in cerimonia; tutto era diretto a quel fine; e tutto, o più o meno, tornava in pro. A segno che fino a un: io non posso niente in questo affare: detto talvolta per la pura verità, ma detto in modo che non gli era creduto, serviva ad accrescere il concetto, e quindi la realtà del suo potere: come quelle scatole che si vedono ancora in qualche bottega di speziale, con su certe parole arabe, e dentro non c’è nulla; ma servono a mantenere il credito alla bottega.”

Sono convinto che la nullità umana di certi (tanti) politici fanfaroni e pieni di sé sarebbe meglio evidenziata dall'ignorarli anziché metterli comunque, sia pure per criticarli nel modo più feroce, al centro della scena. Ed è un esempio fin troppo alto quello fornito da Lev Tolstoj in uno strepitoso passaggio di Guerra e pace che, nel modesto contesto di questo mio blog, posso citare (si tratta dei capitoli XIX e XX della Parte Terza dell'opera) solo per estratti:

“L'atteggiamento di magnanimità col quale [Napoleone] aveva intenzione di comportarsi a Mosca ormai trascinava lui stesso. Già fissava in mente sua, i giorni di réunion dans le palais des Czars, dove si sarebbero incontrati i dignitari russi con i dignitari dell'imperatore francese. Nel suo fantasticare, già nominava un governatore che sapesse accattivarsi le simpatie della popolazione. Avendo saputo che a Mosca c'erano molte istituzioni di beneficenza, aveva già deciso, tra sé, che avrebbe colmato di generosi favori tutte quelle istituzioni.

Intanto, nel seguito dell'imperatore, nelle file più arretrate, si stava svolgendo a bassa voce un concitato consulto fra generali e marescialli. Quelli che erano stati inviati a chiamare la deputazione avevano fatto ritorno con la notizia che era deserta, che tutti erano partiti e l'avevano abbandonata. Le facce delle persone riunite a consulto erano pallide e agitate. Non li spaventava tanto il fatto che Mosca fosse stata abbandonata dagli abitanti (per quanto importante sembrasse quest'avvenimento), quanto il pensiero di come annunciare la cosa all'imperatore; come annunciargli, senza mettere Sua Altezza nella terribile situazione che i francesi definiscono ridicule, che inutilmente aveva atteso i boiardi così a lungo, che a Mosca era rimasto qualche gruppetto di ubriachi, ma nulla di più.

“... era vuota Mosca mentre Napoleone, stanco, inquieto e accigliato, camminava avanti e indietro lungo il Kamerkolležskij Val, in attesa di quell'esteriore, ma indispensabile osservanza del cerimoniale, ossia il presentarsi di una deputazione di moscoviti.
Nei vari angoli di Mosca, ormai, la gente continuava a muoversi e a camminare senza chiedersi il perché, senza alcun motivo, conservando le vecchie abitudini, ma senza rendersi conto di quello che faceva.
Quando, con la dovuta cautela, fu annunciato a Napoleone che Mosca era vuota, egli guardò con ira colui che gli dava la notizia e, voltandogli le spalle, continuò a camminare su e giù in silenzio.
«La carrozza,» ordinò.
Si sedette in carrozza accanto all'aiutante di servizio e si recò al sobborgo.
«
Moscou déserte. Quel évenement invrainsemblable,» diceva fra sé.”

E, con stile ovviamente assai diverso, non trovo meno geniale, efficace e “definitiva” la feroce ironia con la quale i Monty Python riassumono in poche battute la storica attitudine dei progressisti rivoluzionari di spaccare il capello della “purezza ideologica” assai più forte delle azioni pratiche in favore di quelle masse per le quali proclamano di battersi. La scena è in un film quasi tutto memorabile come Brian di Nazareth. Chi, come me, ha frequentato la sinistra italiana, soprattutto quella cosiddetta “extraparlamentare”, degli anni '70 (mamma mia!: del secolo scorso!) non potrà non riconoscere, per sempre, la verità raccontata dallo storico gruppo inglese. Sarebbe bello, anche in questo caso, avere l'onestà di dire che certe attitudini mentali non sono però sparite nei decenni successivi.

La sinistra che mi va stretta

Ritratto di Lenin

Riferito al mondo delle idee politiche, il termine “sinistra” è divenuto quasi inservibile per quanto è stato esteso o compresso, tirato da una parte o dall'altra, piegato agli scopi più diversi da un gran numero di persone che, senza neppure dover scavare molto, si scopre che condividono poco o nulla su che cosa sia giusto per il consorzio umano. Nonostante questo, nell'opinione comune rimane viva la vaga sensazione che sia “di sinistra” difendere i diritti dei lavoratori e preferire il “progresso” alla “conservazione” (salvo non precisare più di tanto in che cosa consistano concretamente l'uno e l'altra).

Quando, appena ragazzo, iniziai a interessarmi dei problemi del mondo, fu a “sinistra” che pensai di trovare l'abito della mia misura. Dopo quarant'anni, quell'abito ho cominciato a sentirmelo un po' stretto. Provo a dirne i motivi dopo aver avvertito, peraltro, che mi riferirò volutamente a un'accezione amplissima del termine “sinistra”, senza addentrarmi nelle mille sfaccettature che distinguono, tanto storicamente quanto al giorno d'oggi, i suoi interpreti italiani dagli anni Settanta in poi.

Una prima idea che mi va stretta è la centralità del lavoro che, immediatamente, diventa centralità della produzione, con quel che segue in termini di modello sociale, sfruttamento di risorse e via dicendo. A mio avviso, questa idea sta alla base dell'incapacità, da parte della sinistra, di assumere integralmente nel proprio bagaglio le tematiche ambientali, così essenziali da affrontare per definire un'idea di futuro equo e sostenibile. Come se non bastasse, la sinistra ha spesso visto le scelte di tutela dell'ambiente come alternative o addirittura in contrasto con la tutela del lavoro dimostrando, una volta di più, di non aver compreso i termini del problema. Lo schema della sinistra, così, spesso è stato il seguente: i posti di lavoro vanno salvaguardati; se si inquina, pazienza; se bonificare è costoso e il privato non se lo può permettere, intervenga lo Stato perché i posti di lavoro vanno salvaguardati. Che quel lavoro, e il prodotto che ne deriva, siano insensati economicamente e insostenibili ambientalmente, poco conta, perché i posti di lavoro vanno salvaguardati.

Una seconda idea che mi va stretta è la centralità dei lavoratori. I lavoratori sono importanti ma la loro non è l'unica categoria (tanto sociale, quanto interpretativa) su cui fa perno la comunità delle persone. Se si può opinare sulla validità teorico-operativa della categoria dei “poveri” cara al pensiero cattolico, per esempio, dovrebbe raccogliere maggiori consensi, a mio parere, la categoria “persone” o, provando a focalizzare un po', quella di “soggetti deboli”. Viceversa, nella mia esperienza ho incontrato spesso una “sinistra” che organizzava scioperi di chi lavorava e reclamava il lavoro per chi non l'aveva, non ho incontrato mai, o quasi, una sinistra che organizzava gruppi di acquisto o reti solidali dedicate alle persone anziane, ai ragazzi che avevano bisogno di un doposcuola, ai disabili o ai senza tetto. Volendo forzare un po' l'immagine, la sinistra si è occupata dei lavoratori e si è dimenticata delle loro famiglie.

Le modeste riflessioni che avete appena letto sono figlie della mia esperienza di questi ultimi anni, fortunatamente ricca di momenti schierati, partigiani, concreti e trasversali. Sia nel Gruppo di Acquisto Solidale a cui partecipo, sia nella rete dei soci di Banca Etica di cui mi onoro di far parte, infatti, convivono persone dalle storie politiche e personali più diverse. Queste persone, tuttavia, riescono a incontrarsi sul terreno comune delle azioni a difesa della dignità delle persone e a sostegno della loro possibilità di esprimersi e realizzarsi. Più in generale, queste persone si ritrovano nel provare a disegnare un'idea di futuro sostenibile ma ancor più, se possibile, a praticare già oggi quell'idea di futuro.

Non dubito che, fra le autoproclamate persone “di sinistra”, in molti storceranno il naso e, chissà con una punta di disprezzo, mi diranno che quel che dico non basta e addirittura è grave, perché non mette in discussione “i rapporti di forza” o perfino il “modello di società capitalista”. Per questo primo articolo del 2015, però, ho già scritto molto. Replicherò alla critica in un'altra occasione, prima o poi. Buon anno a tutti.

I dipendenti delle Province e il carattere degli italiani

Se chiedete ai primi dieci passanti che incontrate per strada che cosa pensino dei pubblici dipendenti, dieci su dieci vi risponderanno che si tratta di fannulloni (versione oggi in voga del vecchio “lavativo”), raccomandati, inefficienti e incapaci e perciò, condensando, di parassiti sociali. Nel vasto mare dei pubblici dipendenti, poi, quelli che lavorano per le Province sono ritenuti i più fannulloni, raccomandati, inefficienti e incapaci e perciò, condensando, i più parassiti di tutti.

Nei tempi presenti, l'opinione corrente sui dipendenti pubblici, compresi quelli delle Province, determina il modo col quale la “conversazione sociale” commenta la soppressione di vecchie tutele a loro favore o quell'evento doloroso, addirittura ritenuto impensabile fino a poco tempo fa, che è la perdita del posto di lavoro. Riferendosi a tali circostanze, anche i commenti più benevoli si riassumono con frasi del tipo “ben gli sta”, o un'ancor più chiara “finalmente tocca anche a loro passare gli stessi guai degli altri”. In altre parole, si riceve una gratificazione dal pensiero che anche i dipendenti pubblici, finalmente, soffrono come meritano dopo che se la sono spassata per decenni.

In queste settimane, dunque, non sorprende che opinioni del genere che abbiamo citato si riversino copiosamente sui dipendenti delle Province, il cui futuro è reso quanto meno incerto dai cosiddetti “tagli lineari” praticati alle risorse finanziarie e alle dotazioni di personale dell'Ente per cui lavorano, tagli non accompagnati da certezze sull'esito positivo dei procedimenti di ricollocazione in altri enti.

Io sono un dipendente pubblico da quasi 32 anni e da oltre 13 lavoro per una Provincia. Tale circostanza conosce un'aggravante nel fatto che, in settori diversi da quelli che ho frequentato, sono stati pubblici dipendenti entrambi i miei genitori, con la conseguenza che fin dalla fine degli anni Sessanta (che fa un po' effetto poter definire “del secolo scorso”) ho ascoltato storie di scuole e direttori didattici, di ministeri e di ministeriali, di archivi bui pieni di faldoni accatastati, di corridoi interminabili sulle quali si affacciavano stanze più o meno luminose, dove le persone più diverse si dedicavano con diverso impegno a varie attività.

Confessata la colpa di essere un pubblico dipendente, potrei provare a ingraziarmi il lettore affermando (e giuro che lo farei con assoluta sincerità e convinzione) che la mia esperienza diretta e indiretta mi ha fatto trovare negli uffici pubblici uffici un numero impressionante di dipendenti fannulloni (già detti “lavativi”), raccomandati, inefficienti e incapaci e perciò, condensando, di parassiti sociali che si sono adoperati in vario modo per consolidare la propria fama praticando condotte vistosamente reprensibili: dall'assenza prolungata dalla propria postazione alla quieta permanenza oltre misura in bar interni e esterni; dalla lentezza irragionevole nel concludere un procedimento all'uso del tempo di lavoro per attività altrimenti, ed altrove, lodevoli come quella di tenersi aggiornati sulle vicende del mondo in cui viviamo. Il tutto, naturalmente, al netto di episodi più gravi di corruzione o concussione. Potrei provarci ma non lo farò, perché adesso vorrei partire dal caso dei dipendenti provinciali per affrontare un altro argomento anche più doloroso.

La Legge di Stabilità 2015 riduce la spesa per il personale delle Province del 50%. La conseguenza è che bisognerà definire il destino professionale e retributivo di oltre ventimila persone (o, più esattamente secondo il cittadino, di oltre ventimila fannulloni, raccomandati, inefficienti e incapaci e perciò, condensando, di oltre ventimila parassiti sociali). Tale destino, al netto di dichiarazioni più o meno fuorvianti, prevede un percorso delle durata di due anni al termine del quale esistono due sbocchi: essere destinato a un'altra pubblica amministrazione oppure tornare a casa.

Se chi gongola per i guai dei pubblici impiegati fosse un essere coerente e razionale, dunque, dovrebbe concludere che la citata riduzione del 50% delle risorse destinate al personale delle Province produrrà i seguenti benefici:

  1. ipotizzando che nessuno lavori bene, con la riduzione si otterrà, almeno, il dimezzamento del numero di dipendenti provinciali fannulloni, raccomandati, inefficienti e incapaci e perciò, condensando, di parassiti sociali che gravano sulla collettività;
  2. ipotizzando che qualcuno lavori, il livello dei servizi forniti rimarrà identico perché ad essere allontanati saranno i fannulloni ecc., mentre a rimanere saranno coloro che tiravano la carretta anche per gli altri (chissà, magari ce n'era qualcuno) o che, già fannulloni, saranno costretti a rimboccarsi le maniche per compensare le assenze definitive di chi sarà stato trasferito, altrove o a casa sua;
  3. un incremento dell'efficienza complessiva della pubblica amministrazione.

È a questo punto che devo introdurre il resoconto della mia esperienza professionale di questi ultimi anni. Mi limito ai numeri. A fine febbraio 2010, la durata media dei procedimenti assegnati al mio ufficio era di 21 giorni. A fine dicembre 2012, la durata media era scesa a tre giorni. Questo risultato l'ho ottenuto a parità di norme legislative (anche affrontando due picchi anomali di lavoro determinati da norme settoriali che introducevano delle scadenze) e di unità di personale a disposizione del mio ufficio (quattro, me compreso). L'incremento di produttività realizzato in meno di due anni, dunque, è stato pari all'85%, ben maggiore del 50% assicurato dalla Legge di Stabilità 2015.

Dov'è il trucco? Il trucco sta nel fatto che io e la maggioranza politica che oggi ci governa avevamo due obiettivi diversi. Il mio era quello di ridurre sia gli sprechi (per esempio, il consumo di carta nel mio ufficio si è ridotto di quasi l'80%), sia il tempo necessario al cittadino per avere ciò che chiedeva (per i procedimenti più semplici sono riuscito a ottenere un tempo di attesa pari a zero, cosicché con una sola visita il cittadino risolve il suo problema). Questo risultato è stato ottenuto grazie ad accorgimenti perfino banali: ridefinizione delle procedure eliminando i passaggi non necessari; definizione di liste di controllo puntuali che guidassero gli addetti nello svolgimento dei controlli obbligatori di routine; uso attento e spinto delle possibilità offerte dalla rete Internet, rendendo facilmente accessibili informazioni e modulistica (le pagine web del mio ufficio, così, sono sempre al secondo o terzo posto fra le più viste dell'ente, dopo quelle degli uffici di formazione e ricerca di lavoro), così come risolvendo via email tutto ciò che non richiede consegna di marche da bollo o altri documenti da acquisire fisicamente.

L'obiettivo della Legge di Stabilità, invece, qual è? Ottimizzare la spesa? Far crescere l'efficienza? Mandare a casa fannulloni e raccomandati? Migliorare i servizi?

È per questo che vorrei chiedere a chi gongola per le riduzioni retributive (ci sono già state) o per la perdita del lavoro a carico dei dipendenti pubblici: in che modo un taglio lineare del 50% ottimizza la spesa, accresce l'efficienza, elimina i fannulloni, espelle i raccomandati, migliora i servizi? Chi può garantire, attraverso un taglio lineare gestito dalle stesse persone che hanno costruito un sistema inefficiente, che a rimanere non saranno i più raccomandati e non i più capaci? È troppo pretendere che risulti ovvio che un taglio lineare, cioè l'eliminazione di costi indipendentemente dall'analisi di merito della spesa, non raggiunge alcuno degli obiettivi citati?

La mia risposta è che sì, è troppo. È troppo per almeno due motivi. Il primo è che nessun cittadino o quasi, nella mia modesta esperienza, ha il desiderio e la pazienza di capire che un risultato necessario, cioè servizi pubblici adeguati a costi appropriati, può essere ottenuto soltanto attraverso un'azione lucida, paziente, determinata, fatta più di piccoli interventi che della “grande soluzione”, affidata a persone mediamente ragionevoli e competenti che, tuttavia, abbiano quale unico scopo la migliore efficienza del servizio.

Il secondo motivo, però, è quello che forse è decisivo. Nel mare di critiche, tanto facili quanto giustificate, che si rivolgono ai pubblici dipendenti, nessuno o quasi ha mai riconosciuto che il pubblico impiego non è un bubbone esterno, bensì una delle manifestazioni del corpo sociale. Per dire, quando allo sportello dicevo che stavo lavorando per ridurre la durata media dei procedimenti, secondo voi mi dicevano “bravo, vada avanti così”, oppure “faccia come crede, ma IO ho urgenza”? E quando replicavo: “E gli altri che hanno urgenza come lei?” la risposta, variamente formulata, ricordava sempre quella di tal Cetto La Qualunque.

Fuori dall'euro? Prime considerazioni.

Moneta da un euro

Il dibattito semi-permanente sulla moneta europea e su quanto sia desiderabile abbandonarla per tornare, nel caso dell'Italia, alla Lira, ha subito un'accelerazione dopo che il Movimento 5 Stella ha avviato la raccolta di firme per poter presentare una legge di iniziativa popolare finalizzata a indire un referendum consultivo sulla permanenza o meno dell'Italia nella cosiddetta “zona euro”.

In sostanza, il Movimento 5 Stelle si sta battendo per dare ai cittadini la possibilità di esprimersi rispetto a una scelta, quella di aderire all'euro, sostanzialmente avvenuta sulle loro teste. Persone che stimo, peraltro, hanno sollevato dubbi un po' su tutto: sullo slogan scelto per promuovere la raccolta di firme (“Fuori dall'euro”); su quanto sia efficace un referendum consultivo su una materia ostica per la quasi totalità dei cittadini; infine, su quanto sia davvero possibile e, soprattutto, desiderabile che l'Italia esca dall'euro. A queste persone cerco di offrire un mio primo, piccolo contributo alla riflessione su un tema che, purtroppo e come al solito, è affrontato da molti nel modo chiassoso e irrazionale che mi pare non abbia mai risolto un problema che sia uno. Detto ciò, veniamo al dunque.

Primo fatto: l'Unione Europea è attualmente composta da 28 stati; 19 (compresa la Lituania che adotterà l'euro nel 2015) fanno parte della zona euro e gli altri nove, no. Fra questi nove ci sono economie “minori” ma anche Danimarca, Regno Unito e Svezia. Dunque è accertato che il mondo va avanti anche senza usare l'euro.

Secondo fatto: l'unico beneficio incontrovertibile, non contestato da alcun economista, derivante dall'adozione dell'euro è l'aver favorito la circolazione di merci e persone grazie all'azzeramento del rischio e dei costi di cambio. Su tutto il resto, a cominciare dall'effetto sull'andamento dei prezzi, le conclusioni sono le più varie. Dunque è almeno lecito chiedersi se il rapporto costi-benefici dell'adozione dell'euro (o del rimanere nell'area euro) sia vantaggioso.

Terzo fatto: a gennaio 2002, data di avvio della circolazione della moneta europea, il debito pubblico italiano era di 1.358.350 milioni di euro. L'ultima rilevazione (cioè ormai a fine 2014) lo quantifica in 2.148.395 milioni. Il dato forse più interessante, peraltro, è che dal 2002 ad oggi il debito pubblico è sempre andato aumentando, ogni anno è stato peggiore del precedente. L'euro, dunque, non ci ha difeso da niente, né dall'aumento del debito nazionale, né dall'inflazione che è scesa (fino a diventare recessione) praticamente in tutta Europa, euro o no che fosse.

Non pretendo di essere un economista di vaglia, né di aver esaurito l'argomento con queste poche pillole. Però mi sembra che ci sia già da riflettere su questo: ci chiedono di fare (ancora) sacrifici perché ce lo chiedono l'Europa e i mercati, ci dicono che uscire dall'euro sarebbe una tragedia e però, come sempre, non spiegano perché.

Alla prossima puntata.

Cambiare il mondo amando una coniglia

Il mondo continua ad esser pieno di ingiustizie, guerre e crisi umanitarie. Nel frattempo il debito pubblico italiano galoppa verso l'alto e i cambiamenti climatici, combinandosi con l'incuria irresponsabile dell'uomo, hanno effetti vistosi e drammatici sulla vita quotidiana di milioni di persone. In un contesto simile, ha senso, è giusto ed è ammissibile dedicare un articolo al perché si vuol bene a una coniglia? La risposta a questa domanda è contenuta in un breve saggio di George Orwell, già citato in questo blog, che dice tutto quel che c'è da dire sulle ragioni e il senso dell'impegno politico e sociale. Perlomeno, dice tutto quel che io avrei da dire sull'argomento. Perciò, magari dopo avervi invitato nuovamente a leggere l'Elogio del rospo scritto da Orwell, passo senz'altro a dirvi della mia coniglia Bianca.

Bianca è entrata in casa nel 2010, quando io avevo 50 anni e nessuna precedente esperienza di animali in casa. Pesava 248 grammi, un batuffolo bianco e saltellante. Mia sorella mi prende in giro perché racconto sempre lo stesso aneddoto ma, ad oggi, è ancora vero che Bianca è l'unica coniglia che, quando ci siamo avvicinati alla gabbia che la ospitava, ci è venuta incontro.

Bianca, da coniglia quel è, dispone di una gamma limitata di espressioni e di movimenti. La sua morfologia mi procura sempre la stessa impressione di un animale assemblato prendendo per errore pezzi singoli di taglie differenti perché Bianca, da coniglia qual è, ha zampe posteriori lunghe quasi quanto il resto del corpo; zampe anteriori piccole e corte, tronco massiccio; spalle strette; una muscolatura troppo sviluppata rispetto allo scheletro, con quest'ultimo che non arriva al 10% del peso totale dell'animale. Di perfetto c'è soltanto l'insieme testa-orecchie, che disegna due ovali di lunghezza simile.

Bianca, da coniglia qual è, divide la sua giornata fra frequenti sonnellini (anche più di venti al giorno), consumo di cibo, rilascio di urina ed espulsione di un numero esorbitante di palline di feci. Praticamente non emette suoni e quando si sposta non fa alcun rumore. A volte gradisce le carezze, a volte ti gira attorno, spesso ama non essere seccata. È un animale molto pulito ma non è così attento da usare sempre la lettiera. Periodicamente perde peli.

Bianca, da coniglia qual è, condiziona molto la vita. Non puoi darle due euro e dirle “Vai, comprati l'insalata”, per dire. L'abbiamo portata con noi in Austria e perfino in Olanda, ma organizzare i viaggi non è semplice. Occorrono posti dove si va e si rimane almeno qualche giorno, come minimo un balcone, la possibilità che stia al coperto. Nel bagaglio di viaggio, da quando c'è Bianca è compreso un recito smontabile e cartoni e teli da stendere sul pavimento per prevenire guai (specialmente sui parquet in legno!). In viaggio come a casa, peraltro, occorre prepararle la lettiera (perciò bisogna essere in posti dove si possano trovare lettiere per roditori, che non sono uguali a quelle per gatti) e poi anche da mangiare: fieno, qualche ortaggio e verdure fresche, lavate e poi asciugate perché sennò le fermenterebbero nello stomaco provocando danni irrimediabili.

La vita è condizionata anche dal fatto che Bianca, da coniglia qual è, bisogna sempre averla presente. Se si produce un problema di natura fisica, infatti, il coniglio non si lamenta, si raccoglie come quando dorme e si spegne come una candela. Perciò bisogna sempre essere certi che sia attivo, che mangi e che espella regolarmente le sue palline. Se poi ha un problema di salute, le cose si complicano davvero, perché forse potete immaginare che somministrare cinque farmaci diversi per bocca a un coniglio (esperienza appena vissuta) può presentare qualche difficoltà.

Dunque il coniglio è un animale impegnativo e Bianca non fa eccezione. Da quattro anni, però, sto vivendo un'esperienza che ha molti lati belli e che non manca di aspetti formativi.

Bianca è morbidissima. Accarezzarla restituisce gioie infantili come la scoperta, da bambino, di quanto fosse piacevole passare le dita sul velluto.

Bianca pretende molto. L'amore e l'attenzione che le devi dedicare hanno, secondo me, molti punti di contatto con quelli che si destinano a un neonato. È un grande esercizio, specialmente per me che sono padre di una figlia che quando è nata aveva già di 11 anni (per chi non intuisse: sono un padre adottivo).

Bianca, nel suo piccolo, ripropone ogni giorno il dilemma del rapporto fa uomo e natura. È giusto tenere un animale in casa? La protezione di un coniglio dai rapaci fa premio su una vita che non è quelle che gli sarebbe toccata naturalmente? Quale che sia la risposta, tenere la mente allenata al dubbio credo che sia sano.

Bianca è un animale ipnotico. La guardi muoversi, pulirsi prima le zampine e poi con quelle il muso; oppure stare immobile, dormire rannicchiata o distesa come una diva del cinema muto, ed in entrambi i casi la tua mente è distolta da ogni altro pensiero.

Bianca, passando molto tempo in casa, è protagonista involontaria di momenti indimenticabilmente comici: quella volta che dormiva e, quando qualcuno pronunciò la parola “forno”, sollevò l'orecchio sinistro; quella volta che dormiva un po' di sbieco su un piano in pendenza e si ribaltò nel sonno; quella volta che d'inverno stava per uscire sul terrazzo ma sulla soglia, sentito il freddo col naso, fece rapidamente retromarcia; quella volta che si nascose dietro il frigorifero; quella volta che…

Bianca, passando molto tempo nel piccolo terreno fuori casa, si fa ammirare mentre dormicchia o bruca tranquilla. Sorprende sempre per la velocità con la quale riesce a scavare una tana in cui nascondersi. Il record lo stabilì una volta che trovammo la buca chiusa. Mia moglie temeva che fosse rimasta bloccata dentro, invece aveva scavato e poi tappato il buco in meno di mezz'ora. Noi lì a preoccuparci per la sepolta viva che poi, voltandoci, abbiamo scoperto essere alle nostre spalle che ci osservava da un po', col capino reclinato, in posa interrogativa.

Il mondo continua ad esser pieno di ingiustizie, guerre e crisi umanitarie. Nel frattempo il debito pubblico italiano galoppa verso l'alto e i cambiamenti climatici, combinandosi con l'incuria irresponsabile dell'uomo, hanno effetti vistosi e drammatici sulla vita quotidiana di milioni di persone. Cambiare questo in meglio richiede enorme impegno, ma anche una coniglia dà senso alla battaglia.

Pagine