Capire la risata

Sofia Loren che ride

Fra i non addetti ai lavori, il principale motivo per leggere i libri sull'umorismo sono gli esempi, cioè le barzellette utilizzate per spiegare questo o l'altro meccanismo che innesca la risata. Qualche bel motto di spirito non manca neppure nel volumetto Psicologia dell'umorismo (di Alberto DIONIGI e Paola GREMIGNI, Roma, Carocci, 2010, pp. 125) ma non è per questo che si può consigliarne la consultazione.

In poco più di un centinaio di pagine i due autori forniscono un quadro completo, sebbene sintetico, dello stato dell'arte riguardo alle ricerche sull'umorismo. Nei quattro capitoli del libro, così, troviamo riepilogate le notizie sulla fisiologia della risata, le teorie che hanno tentato di spiegare che cosa e perché suscita il riso, di quali funzioni sociali è stato accreditato l'umorismo e, infine, le ricerche sugli effetti dell'umorismo sulla salute umana.

Il quadro che ne risulta è quello di un fenomeno non ancora definitivamente spiegato e per il quale le molte teorie proposte, a lettura ultimata, appaiono spesso tanto valide quanto parziali.

Peraltro, la situazione si presenta diversa nei differenti campi di indagine. Le numerose idee presentate nel terzo capitolo (sulle funzioni sociali dell'umorismo) si risolvono in un elenco di possibilità che potrebbe essere completo ma che, alla fin fine, si limita a enumerare, senza riuscire a spiegarle, tutte le possibili funzioni sociali dell'umorismo. Uno scavo più efficace, invece, sembra quello dovuto alle indagini riassunte nel secondo capitolo, dedicato al riepilogo delle spiegazioni via via tentate (e lo si è iniziato a fare secoli fa) per capire perché un fatto, una frase, una situazione modifichino il nostro essere al punto da originare la risata.

Fra le teorie più accreditate (accanto a quella “del sollievo” e a quella “della superiorità”) ne ho trovata una, detta “dell'incongruità”, che corrisponde a certe mie, assai empiriche, riflessioni su che cosa provochi la risata. Secondo questa teoria, la risata si scatena a seguito dello scarto fra la situazione, come si presenta in base ai nostri schemi mentali acquisiti, e la soluzione, che getta una luce improvvisa e differente sulla situazione stessa. E nel solco dei saggi sull'umorismo, non voglio privarmi di un esempio (preso da qui, anche se non mi sono trattenuto dal modificarlo) che vorrebbe convalidare questa teoria.

Su un ramo ci sono dei pipistrelli, tutti appesi a testa in giù tranne uno che sta dritto in piedi. Due pipistrelli vicini commentano: “Sai cos'ha quello lì?”. “Non lo so. Fino a due minuti fa stava bene e poi è svenuto.”

La teoria dell'incongruità è complessa più del riassunto che ne ho appena fatto. Peraltro, dalla lettura del libro ho anche scoperto che le mie personali riflessioni mi avevano portato a pensare quella teoria ma in forma ibrida, mescolata con qualche aspetto della “teoria della superiorità”. Infatti, mi sono sempre detto che un uomo che scivola su una buccia di banana crea senz'altro incongruità, tanto maggiore quanto più il soggetto è serio, impettito o assorto. Questo da solo, tuttavia, non spiega perché la caduta ci fa ridere anziché suscitare partecipazione e solidarietà. Prima ridiamo e solo dopo, rientrati in noi, pensiamo a soccorrere. Che l'umorismo non sia disgiunto dalla nostra personale dose di cattiveria?

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