L'imbarazzo che procura William Stoner

Per quel che mi riguarda, nove volte su dieci l'espressione “passaparola dei lettori” si risolve in un nome e un cognome precisi, precisamente quelli di mia sorella. Devo ancora a lei il consiglio di lettura che mi ha portato a Stoner (Roma, Fazi Editore, 2013, pp. 332), romanzo di John Williams pubblicato per la prima volta nel 1965 e che oggi sta conoscendo una seconda rigogliosa vita.

La storia racconta un'esistenza di quelle che passano abbastanza inosservate, il protagonista non è né più coraggioso né più vile di tanti altri. Eppure, la scrittura di Williams avvolge questa medietà in una luce profondamente umana. Anche chi non si riconosce (o teme di farlo) nel protagonista, così, neppure si sente superiore a lui.

Il registro dei commenti al libro (fra i quali la recensione, scritta da mia sorella, alla quale rimando volentieri) varia dal positivo all'entusiasta, con qualche punta che reclama la qualifica di capolavoro. Appare divertente, peraltro, notare come in numerosi di quei commenti ricorra spesso una sorta di imbarazzato bisogno di giustificare (anche a se stessi) perché una vicenda così invariabilmente priva di climax e apogei narrativi sia riuscita a intrigare fino a far leggere il libro, come si dice, tutto d'un fiato. E non pretenderò di essere io a risolvere l'interrogativo.

(Nota editoriale: l'immagine a corredo di questo articolo è prelevata da qui)
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