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Cambiare il mondo amando una coniglia

Il mondo continua ad esser pieno di ingiustizie, guerre e crisi umanitarie. Nel frattempo il debito pubblico italiano galoppa verso l'alto e i cambiamenti climatici, combinandosi con l'incuria irresponsabile dell'uomo, hanno effetti vistosi e drammatici sulla vita quotidiana di milioni di persone. In un contesto simile, ha senso, è giusto ed è ammissibile dedicare un articolo al perché si vuol bene a una coniglia? La risposta a questa domanda è contenuta in un breve saggio di George Orwell, già citato in questo blog, che dice tutto quel che c'è da dire sulle ragioni e il senso dell'impegno politico e sociale. Perlomeno, dice tutto quel che io avrei da dire sull'argomento. Perciò, magari dopo avervi invitato nuovamente a leggere l'Elogio del rospo scritto da Orwell, passo senz'altro a dirvi della mia coniglia Bianca.

Bianca è entrata in casa nel 2010, quando io avevo 50 anni e nessuna precedente esperienza di animali in casa. Pesava 248 grammi, un batuffolo bianco e saltellante. Mia sorella mi prende in giro perché racconto sempre lo stesso aneddoto ma, ad oggi, è ancora vero che Bianca è l'unica coniglia che, quando ci siamo avvicinati alla gabbia che la ospitava, ci è venuta incontro.

Bianca, da coniglia quel è, dispone di una gamma limitata di espressioni e di movimenti. La sua morfologia mi procura sempre la stessa impressione di un animale assemblato prendendo per errore pezzi singoli di taglie differenti perché Bianca, da coniglia qual è, ha zampe posteriori lunghe quasi quanto il resto del corpo; zampe anteriori piccole e corte, tronco massiccio; spalle strette; una muscolatura troppo sviluppata rispetto allo scheletro, con quest'ultimo che non arriva al 10% del peso totale dell'animale. Di perfetto c'è soltanto l'insieme testa-orecchie, che disegna due ovali di lunghezza simile.

Bianca, da coniglia qual è, divide la sua giornata fra frequenti sonnellini (anche più di venti al giorno), consumo di cibo, rilascio di urina ed espulsione di un numero esorbitante di palline di feci. Praticamente non emette suoni e quando si sposta non fa alcun rumore. A volte gradisce le carezze, a volte ti gira attorno, spesso ama non essere seccata. È un animale molto pulito ma non è così attento da usare sempre la lettiera. Periodicamente perde peli.

Bianca, da coniglia qual è, condiziona molto la vita. Non puoi darle due euro e dirle “Vai, comprati l'insalata”, per dire. L'abbiamo portata con noi in Austria e perfino in Olanda, ma organizzare i viaggi non è semplice. Occorrono posti dove si va e si rimane almeno qualche giorno, come minimo un balcone, la possibilità che stia al coperto. Nel bagaglio di viaggio, da quando c'è Bianca è compreso un recito smontabile e cartoni e teli da stendere sul pavimento per prevenire guai (specialmente sui parquet in legno!). In viaggio come a casa, peraltro, occorre prepararle la lettiera (perciò bisogna essere in posti dove si possano trovare lettiere per roditori, che non sono uguali a quelle per gatti) e poi anche da mangiare: fieno, qualche ortaggio e verdure fresche, lavate e poi asciugate perché sennò le fermenterebbero nello stomaco provocando danni irrimediabili.

La vita è condizionata anche dal fatto che Bianca, da coniglia qual è, bisogna sempre averla presente. Se si produce un problema di natura fisica, infatti, il coniglio non si lamenta, si raccoglie come quando dorme e si spegne come una candela. Perciò bisogna sempre essere certi che sia attivo, che mangi e che espella regolarmente le sue palline. Se poi ha un problema di salute, le cose si complicano davvero, perché forse potete immaginare che somministrare cinque farmaci diversi per bocca a un coniglio (esperienza appena vissuta) può presentare qualche difficoltà.

Dunque il coniglio è un animale impegnativo e Bianca non fa eccezione. Da quattro anni, però, sto vivendo un'esperienza che ha molti lati belli e che non manca di aspetti formativi.

Bianca è morbidissima. Accarezzarla restituisce gioie infantili come la scoperta, da bambino, di quanto fosse piacevole passare le dita sul velluto.

Bianca pretende molto. L'amore e l'attenzione che le devi dedicare hanno, secondo me, molti punti di contatto con quelli che si destinano a un neonato. È un grande esercizio, specialmente per me che sono padre di una figlia che quando è nata aveva già di 11 anni (per chi non intuisse: sono un padre adottivo).

Bianca, nel suo piccolo, ripropone ogni giorno il dilemma del rapporto fa uomo e natura. È giusto tenere un animale in casa? La protezione di un coniglio dai rapaci fa premio su una vita che non è quelle che gli sarebbe toccata naturalmente? Quale che sia la risposta, tenere la mente allenata al dubbio credo che sia sano.

Bianca è un animale ipnotico. La guardi muoversi, pulirsi prima le zampine e poi con quelle il muso; oppure stare immobile, dormire rannicchiata o distesa come una diva del cinema muto, ed in entrambi i casi la tua mente è distolta da ogni altro pensiero.

Bianca, passando molto tempo in casa, è protagonista involontaria di momenti indimenticabilmente comici: quella volta che dormiva e, quando qualcuno pronunciò la parola “forno”, sollevò l'orecchio sinistro; quella volta che dormiva un po' di sbieco su un piano in pendenza e si ribaltò nel sonno; quella volta che d'inverno stava per uscire sul terrazzo ma sulla soglia, sentito il freddo col naso, fece rapidamente retromarcia; quella volta che si nascose dietro il frigorifero; quella volta che…

Bianca, passando molto tempo nel piccolo terreno fuori casa, si fa ammirare mentre dormicchia o bruca tranquilla. Sorprende sempre per la velocità con la quale riesce a scavare una tana in cui nascondersi. Il record lo stabilì una volta che trovammo la buca chiusa. Mia moglie temeva che fosse rimasta bloccata dentro, invece aveva scavato e poi tappato il buco in meno di mezz'ora. Noi lì a preoccuparci per la sepolta viva che poi, voltandoci, abbiamo scoperto essere alle nostre spalle che ci osservava da un po', col capino reclinato, in posa interrogativa.

Il mondo continua ad esser pieno di ingiustizie, guerre e crisi umanitarie. Nel frattempo il debito pubblico italiano galoppa verso l'alto e i cambiamenti climatici, combinandosi con l'incuria irresponsabile dell'uomo, hanno effetti vistosi e drammatici sulla vita quotidiana di milioni di persone. Cambiare questo in meglio richiede enorme impegno, ma anche una coniglia dà senso alla battaglia.

Il viaggio nello spazio che lascia spazio nella libreria

Nel catalogo dei miti di mia sorella c'è l'astronauta russo Jurij Gagarin che per primo volò, il 12 aprile 1961, nello spazio fuori dell'atmosfera terrestre. Addirittura, quando si è trattato di scegliere un titolo per il suo blog di commenti all'attualità, mia sorella ha scelto Vedo la Terra blu, cioè alcune delle parole dette da Gagarin durante lo storico volo (“La Terra è blu. Che meraviglia. È incredibile!”). Quando su un banchetto di libri in vendita ho visto l'autobiografia di Gagarin (Non c'è nessun Dio quassù, Roma, Red Star Press, pp. 186) così, l'ho subito comprato, fregandomi le mani per aver risolto con largo anticipo il problema di almeno uno dei regali di Natale. E invece...

Il problema, temo, è che l'essere umano dimentica con facilità anche le cose peggiori, specialmente se non l'hanno riguardato direttamente. Nel caso specifico ho ingenuamente pensato ad un libro che trasmettesse la conoscenza di un uomo coraggioso, scrupoloso nella preparazione ma pronto ad affrontare rischi e stati d'animo mai sperimentati prima da altri esseri umani. Dimenticavo, però, che un racconto sincero, libero da intenti propagandistici, era qualcosa di impossibile nella Russia del cosiddetto “comunismo reale”. Il libro, infatti, è quel che “doveva” essere, il resoconto di un percorso senza cadute infarcito di passaggi come “Rimasi molte ore a riflettere prima di compilare la mia domanda di adesione al partito. Ero sopraffatto dall'emozione. M'era impossibile di esprimere tutto quello che provavo perché mi sarebbero occorse parecchie pagine”, e poi, una volta ammesso, “L'entrata nel partito era uno dei più grandi avvenimenti della mia vita. La sera stessa ne informavo mio padre … Appena arrivato a casa mostrai la mia tessera … Allora soltanto ne guardai il numero: era lo 08909627”.

Alla fine, l'interesse maggiore del libro è dato da quel che riusciamo a intuire su come andavano le cose nella Russia degli anni '50. Per esempio, dalle parole di Gagarin (peraltro, a dar retta alla nota introduttiva di Gagarin stesso, messe su carta da un anonimo giornalista della Pravda) si ricava che, nelle pretesa società comunista e senza classi, il corpo sociale era ingabbiato in compartimenti a tenuta così stagna da reggere il confronto con le caste indiane, coi membri del Partito Comunista dell'Unione Sovietica tutti un gradino sopra gli altri.

A dispetto dell'idea suggerita continuamente (nelle parti del libro non dedicate alla corsa verso lo spazio) di una società coesa dove tutti si sentono al proprio posto mentre collaborano alla realizzazione della società comunista, poi, fra le conseguenze della lettura c'è la formazione del convincimento che il cosiddetto “sogno americano” (in base al quale anche un lustrascarpe può diventare miliardario) è una fiaba che in realtà non ha confini e che, comunque, ha una sua versione russa. Già l'attacco del libro basterebbe a confermarlo: “Vengo da una famiglia comune, una famiglia d lavoratori come ce ne sono a milioni nella mia patria socialista. I miei genitori sono due semplici russi ai quali la Rivoluzione d'ottobre ha dato una vita piena e dignitosa”. E nonostante ciò, si lascia intendere, ho potuto diventare quel che sono diventato.

Fatto sta che a lettura ultimata mi sono reso conto che non potevo regalare un libro del genere. Così, la biografia del primo uomo che ha volato nello spazio non occuperà il suo piccolo spazio nella libreria di mia sorella.

Non hanno favorito la piacevolezza della lettura i numerosi errori di stampa presenti nell'edizione che ho avuto fra le mani. Fra questi errori è presente un memorabile “rutti” al posto di “tutti”. vaše zdorov'e! (Alla salute!)

Una spiga ci salverà. L'Italia che cambia vista da Daniel Tarozzi

Copertina del libro "Io faccio così" di Daniel Tarozzi

Vivendo e curiosando fra le esperienze di cosiddetta “nuova economia”, un lettore abituale quale sono doveva prima o poi incontrare Io faccio così. Viaggio in camper nell'Italia che cambia di Daniel Tarozzi (Milano, Chiarelettere, 2013, pp. 347).

Il libro riferisce di una parte (farlo per tutti avrebbe richiesto troppe pagine) degli incontri che l'autore ha avuto visitando città, paesi e case più o meno isolate alla ricerca di quell'Italia che si muove, innova, collabora e resiste ma non viene raccontata. In un testo del genere la qualità letteraria passa evidentemente in secondo piano e la scrittura si mette al servizio del lungo resoconto che, di pagina in pagina, prova a sintetizzare in poche righe un'idea di vita, un progetto, una battaglia.

Di fronte a un'opera di questo tipo, le chiave di lettura più facili sono quelle del “c'è un'Italia migliore di quella che ci viene raccontata, “ci sono molte iniziative innovative”, “se si vuole si può cambiare vita” e cose del genere. Si tratta di chiavi esatte che, tuttavia, accantono per esporre qualcuna delle impressioni diverse stimolate dalla lettura.

La prima: fra quelle di cui si riferisce, sono numerose le esperienze che puntano a creare microcomunità “perfette” connotate da relazioni paritarie, condivisione di beni, rapporto rispettoso con la natura che sostiene la sopravvivenza. Ogni comunità ha un'impronta precisa e regole proprie, a volte anche severe. In comune fra loro, mi sembra, hanno una propensione all'isolamento, riuscendo magari a costruire un mondo “perfetto” e autosufficiente ma al prezzo di non confrontarsi con quello imperfetto in cui vive il resto della popolazione.

La seconda: cambiare vita e guardare al futuro sono intenti che, nella pratica, si traducono spesso in un ritorno al passato: svolgimento di attività primarie (agricoltura, ovviamente biologica, e allevamento), ritmi scanditi dalla natura ecc. In questo momento in cui sto scrivendo non riesco a ricordare di aver trovato esempi di cambiamenti legati all'impiego e alla ricerca di nuove tecnologie. Peraltro, accade spesso che ecovillaggi o cooperative sociali abbiano un loro sito Internet.

La terza: nella quasi totalità dei casi, il successo duraturo dell'iniziativa intrapresa è ritenuto possibile a condizione che si riesca a essere parte di una rete collaborativa che può prendere la forma elementare dei rapporti di vicinato ovvero quella più strutturata delle reti di economia sociale (fra le quali si cita la campagna Genuino Clandestino di cui ho parlato nell'articolo precedente a questo).

A queste tre osservazioni, via via che leggevo se ne è affiancata una quarta con sempre maggior forza. Molto spesso, per non dire sempre, anche attività “estreme”, come la creazione di una piccola comunità autosufficiente, sono costrette a entrare in contatto col “mondo”: un finanziamento da ottenere, un attrezzo da procurarsi; un contratto di comodato per l'uso di un immobile; il riconoscimento della propria attività da parte delle istituzioni ecc. In simili circostanze, dunque, anche l'esperienza più isolata è l'ultima fermata di decisioni prese assai lontano.

Anche dalla lettura, a volte entusiasmante, del libro di Tarozzi, quindi, a mio avviso emerge ineludibile il problema della rappresentanza di queste istanze, cioè di un soggetto politico (nel senso più nobile del termine) che riesca a mettersi al loro servizio dando forma giuridica (che non è una bestemmia ma l'organizzazione della convivenza) alla libertà cooperativa dei singoli.

Genuino Clandestino e le certificazioni

Locandina dell'Incontro nazionale di Genuino Clandestino a Pesaro 2014

Dal 24 al 27 ottobre 2014, a Pesaro, si svolgerà l'Incontro nazionale di Genuino Clandestino, una delle esperienze di nuova economia più vivaci e significative di questi anni. L'evento, al quale parteciperò nella seconda giornata di lavori, cade in un periodo che, per me, è segnato dalle vicende sempre più preoccupanti dell'ente pubblico per il quale lavoro. Ed è stato un punto molto interessante del Manifesto di Genuino Clandestino che mi ha condotto a qualche riflessione collegata al senso di quella che tutti chiamano burocrazia.

Genuino Clandestino, leggo nel Manifesto, si propone di “Praticare, all’interno dei circuiti di economia locale, la trasparenza nella realizzazione e nella distribuzione del cibo attraverso l’autocontrollo partecipato, che svincoli i contadini dall’agribusiness e dai sistemi ufficiali di certificazione, e che renda localmente visibili le loro responsabilità ambientali e di costruzione del prezzo”. Condivido praticamente ogni parola e, soprattutto, la visione della vita che è alla base di quelle parole, una visione fatta di trasparenza, onestà, partecipazione, così come della responsabilità che ciascuno deve assumersi di fronte alle scelte quotidiane. Tuttavia, come mi accade spesso, una vocina mi soffia nell'orecchio per invitarmi a considerare le cose conservando il senso della misura e valutando gli intrecci con ciò che è attorno al cuore della questione.

Un approccio sensato all'autocontrollo partecipato sulle produzioni agricole, a mio avviso, deve contenere la consapevolezza dei limiti inevitabili di questo strumento. Io partecipo con grande soddisfazione ad un Gruppo di Acquisto Solidale. Parte della qualità dell'esperienza è data dal rapporto diretto che si stabilisce coi produttori. Tuttavia, sono evidenti due cose: io non sono in grado di valutare tecnicamente il tipo di lavorazioni utilizzate, né potrei diventare un esperto di tecniche produttive applicate a tutto ciò che acquisto tramite il GAS (pasta, riso, verdure e ortaggi, zafferano, formaggi, miele, pane, marmellate ecc). Del resto, nessuno mi chiede una cosa del genere perché l'importante, appunto, è il rapporto di fiducia che si stabilisce fra i produttori e il gruppo.

Il rapporto di fiducia personale, tuttavia, può nascere in realtà che abbiano dimensioni alla nostra portata. In altre parole, c'è differenza fra un acquisto tramite il GAS (che stabilisce un rapporto personale col produttore) e un acquisto in qualsiasi mercato all'aperto, dove magari posso trovare prodotti anche migliori ma venduti da persone che non conosco. La mia “partecipazione”, dunque, può esprimersi compiutamente in un ambito circoscritto di competenze, spazio, tempo e relazioni.

Il concreto svolgersi degli scambi, però, esige che la compravendita (o baratto o quel che sia) possa avvenire anche in contesti allargati, quali possono essere una rete distributiva per chi non riesce a far parte di un GAS, oppure un mercato in una località dove sono di passaggio. Riferendomi alla mia esperienza personale, per esempio, penso alle scarpe che indosso abitualmente, acquistate tramite il GAS, realizzate da un'azienda toscana di cui conosco il nome ma con la quale non ho avuto, almeno finora, contatti più diretti.

È dunque quando si sperimentano questi contesti allargati che sono utili, e hanno senso, sia una struttura terza di controllo e certificazione, sia delle regole di riferimento che, rimanendo nel campo alimentare, per esempio definiscano che cosa è “biologico” e che cosa non lo è. Nell'ipotesi ottimale, strutture e regole costituiscono un moltiplicatore di fiducia: dove non posso arrivare col mio tempo e le mie relazioni, arriva la certificazione. Non occorre dire che il giochino funziona se le regole sono ben scritte, se le intenzioni sono libere da condizionamenti e se lo scopo è esclusivamente quello di raggiungere il miglior risultato. L'importante, a mio avviso, è capire che quel che va bene su scala limitata non è valido sempre e comunque anche per ambiti di dimensioni maggiori.

Facciamo rete con noi stessi!

Piantina delle linee metropolitane di Londra

Qualche giorno fa ho partecipato a una riunione in cui una quarantina di persone hanno discusso su come valorizzare e collegare le esperienze che in campo economico, sociale e culturale, cercano di proporsi come soggetti di un'economia diversa, più solidale e cooperativa, meno dedita allo sfruttamento di risorse esauribili e alla prevalenza sugli altri fino a cancellarli.

In questa ed altre analoghe occasioni, parole e formule come “collegarsi”, “raccordarsi”, "far circolare”, “mettere in rete” e “creare sinergie” la fanno da padroni. In generale sono il primo a essere d'accordo ma, uscito dalla riunione, un pensiero si è affermato su ogni altra impressione. Per farla breve, credo che prima di tutto dobbiamo fare rete con noi stessi.

Fra le persone che frequento non conto più quelle che sono contro la guerra e poi tengono i loro soldi nelle banche che finanziano il commercio di armi; quelle che sono per la sovranità alimentare e rabbrividiscono di disgusto di fronte all'insegna di un McDonald's e poi al supermercato comprano prodotti delle peggiori multinazionali; quelle che “che belle queste maglie a colori naturali” e poi comprano il sintetico che arriva dalla Cina.

Ma il peggio, a parer mio, è dato da quelle persone che, per dire, sono a favore dell'agricoltura biologica, effettivamente comprano soltanto prodotti biologici, però poi tengono i loro soldi nelle banche che finanziano il commercio di armi e comprano il sintetico che viene dalla Cina. Sono queste persone che mi fanno dire che, appunto, prima di tutto bisogna fare rete con noi stessi. Eppure sarebbe semplice o, almeno, più semplice di quanto si creda.

Proviamo a immaginare la più normale delle giornate. Ci svegliamo, apriamo gli occhi e accendiamo la luce. Poi ci mettiamo addosso una maglietta, andiamo in bagno, ci laviamo ed asciughiamo. Arriva il momento della colazione, quindi usciamo per andare dove dobbiamo: al lavoro, a spasso, a trovare un amico. Ci accorgiamo che avremo bisogno di soldi e, intanto che siamo fuori, preleviamo un po' di contante a uno sportello bancomat. Infine, sbrigate le nostre faccende, torniamo a casa. Bene, adesso vediamo come possiamo fare rete con noi stessi in una giornata così banale. Nell'ipotesi, naturalmente, che ci sia almeno una prima maglia a cui legarsi.

Energia: esistono ormai diverse società che forniscono energia proveniente da fonti rinnovabili. Basta sceglierne una. Non occorre fare nient'altro che sottoscrivere il contratto: impianti e contatore rimangono gli stessi. L'ottimo, naturalmente, è riuscire a produrre in autonomia tutta o una parte dell'energia che ci occorre. Abbigliamento: qui bisogna sforzarsi un po' di più e, ancora, le differenze di prezzo rispetto al sintetico industriale possono essere elevate, tuttavia ci sono varie occasioni di abbigliamento realizzato con materiali non derivati dal petrolio. Alimentazione: in questo settore si può ormai trovare un'offerta amplissima anche nella grande distribuzione. Potendo, l'esperienza dei gruppi di acquisto solidale aggiunge sapore a cibi dal gusto già infinitamente superiore a quello di qualsiasi prodotto industriale. Trasporti: anche questo è un settore in cui le possibilità di scelta sono ampie. Spostarsi a piedi o in bicicletta, usare i mezzi pubblici, utilizzare i servizi di car sharing, acquistare vetture ad alimentazione ibrida... È piuttosto facile migliorare, poco o molto che sia, le nostre abitudini nel settore dei trasporti. Servizi bancari: al contrario di quel che avviene con l'alimentazione e i trasporti, se abbiamo bisogno di una banca non speculativa, che finanzia l'economia reale ed è attenta alle conseguenze non economiche delle sue azioni economiche, oggi in Italia non ci sono alternative a Banca Etica.

Tre brevi annotazioni conclusive. In primo luogo, quelli citati sono soltanto alcuni degli esempi possibili. Un'altra cosa su cui si può lavorare molto, per dire, è la riduzione dei rifiuti che produciamo. In secondo luogo, muoversi nella direzione giusta, anche di solo un passo, è già qualcosa anche se non si è alla meta. Infine, sono il primo a desiderare una vita serena e sono fortemente contrario alle ossessioni. Confesso, per esempio, che trovandomi in viaggio ho comprato un panino alla stazione anche se non era preparato col pane del mio consueto fornitore (farina biologica, lievito madre ecc.). Quando sono a casa, però, cerco di fare rete con me stesso.

Oltre la morte di un uomo felice

Copertina di "Morte di un uomo felice" di Giorgio Fontana

Chi segue questo blog sa bene che le ragioni profonde dell'agire umano sono una delle questioni su cui provo a riflettere. Non potevo rimanere indifferente, perciò, di fronte alla pubblicazione di Morte di un uomo felice (Sellerio, 2014, pp. 200, recente vincitore del Premio Campiello), di Giorgio Fontana.

Il libro ci porta a condividere qualche mese della vita del sostituto procuratore Giacomo Colnaghi: magistrato; cattolico praticante; conservatore in politica e nella morale che lo assiste; orfano fin da piccolissimo del padre Ernesto, un uomo semplice che per un senso innato di giustizia, sia pure non assistito da grandi elaborazioni teoriche, diventa partigiano e muore giustiziato dai repubblichini di Salò. Del padre, Colnaghi conserva soltanto una fotografia e un biglietto scritto poco dopo l'arresto, trasmesso fortunosamente alla madre e custodito gelosamente dal magistrato nel suo portafogli.

Il contesto della vicenda narrata da Morte di un uomo felice è quello pesante dei cosiddetti “anni di piombo”, col terrorismo rosso, nero e di Stato che chiudeva violentemente una stagione che aveva dato spazio a qualche speranza e a molte illusioni anche mal riposte.

La chiave di accesso al mistero delle ragioni dei protagonisti di quegli anni è lo sguardo complesso di Giacomo Colnaghi. La memoria del padre partigiano, morto quando il futuro magistrato era poco più di un neonato, arricchisce gli interrogativi che Colnaghi si pone continuamente su che cosa sia giusto e che cosa sia sbagliato, sul senso e l'utilità del sacrificio degli affetti per servire un ideale, sulla violenza come soluzione dei problemi. In tutto questo, Colnaghi risulta un personaggio realistico, estremamente credibile nel suo essere uomo di forti convinzioni che però sottopone di continuo al vaglio della coscienza.

L'anno in cui si svolgono i fatti (quelli della vicenda portante, mentre quasi metà del libro è occupata dal flash back sulla traiettoria umana e politica del padre Ernesto) è precisamente il 1981. Forse per caso e forse no, è lo stesso anno in cui è nato l'autore del romanzo. Fontana, perciò, ha ben ventun anni meno di me. Questo significa che durante gli “anni di piombo”, sì, ero giovane (e forse, coma canta Guccini, anche “stupido davvero”) ma c'ero, navigante in quella sinistra che, solo facendo un passo, ti poteva far incontrare le frange più estremiste. Annoto la circostanza perché, mi sembra, ha influenzato i pensieri nati dalla lettura facendomi ritenere che l'unico punto debole del libro sia dato dai personaggi che fanno capo al mondo del terrorismo di sinistra.

Si tratta di personaggi necessari per fare da sponda agli interrogativi del magistrato (che, come si è detto, vive anche cercando di costruire un legame con quel padre che, mai conosciuto, è morto combattendo per un suo ideale) ma li ho sentiti meno credibili di Colnaghi. Dicono quello che devono dire ai fini della storia, forse concentrando troppe tesi in poche battute. Soluzione efficace come riassunto, ma che non dà lo spessore sufficiente ai personaggi che esprimono quelle tesi. Così, quello che dovrebbe essere un punto alto del romanzo, cioè il confronto fra Colnaghi e il capo terrorista Gianni Meraviglia, a me è suonato un po' artificiale.

Per fortuna, quando Fontana si sgancia dalle parti “necessarie” e asseconda il suo senso di umana pietà nei confronti dei personaggi, il libro ci regala pagine che non risolvono (e come potrebbero?) i grandi dilemmi etici ma ci fanno sfiorare, almeno, il mistero dell'animo umano. Come dovremmo provare a fare tutti.

L'extraterrestre e l'articolo 18

Vignetta sull'articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori

Ci sono volte, specialmente quando torno in Italia dopo un’assenza di qualche giorno, in cui mi sembra di essere un abitante di un altro pianeta e, precisamente, di un pianeta dove le parole hanno il loro significato evidente, le ovvietà sono trattate come tali, le conseguenze che si traggono hanno una connessione logica con le premesse di partenza. Sul pianeta Italia, invece, pare che le cose vadano diversamente.

Promettendo di scriverne ora e mai più, prendo ad esempio il “dibattito” sull’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori. E siccome tutti ne parlano ma quasi nessuno l’ha letto (troppa fatica, immagino, essendo composto di 11.026 caratteri, spazi compresi), prima di tutto vediamo di che si tratta.

L’ipotesi di partenza è il licenziamento di un lavoratore disposto:

  • per ragioni discriminatorie (credo politico, fede religiosa, appartenenza a un sindacato, partecipazione ad attività sindacali, partecipazione a scioperi);

  • in concomitanza del matrimonio o entro l’anno dalla sua celebrazione;

  • dall’inizio della gravidanza fino al compimento di un anno di vita del/la bambino/a;

  • per motivi illeciti determinanti (cioè, per esempio, per ritorsione nei confronti di una condotta non apprezzata, come furono i casi di un lavoratore licenziato perché si era rifiutato di sottoscrivere il bilancio aziendale e di un altro licenziato perché aveva richiesto il pagamento degli straordinari).

In tutte le fattispecie elencate manca la cosiddetta “giusta causa”. In altre parole, in tali ipotesi il licenziamento non è determinato da esigenze produttive e di organizzazione ma da ragioni arbitrarie e discriminatorie. Di conseguenza, nelle ipotesi elencate, l’art. 18 stabilisce in via generale che il giudice ordini di restituire al lavoratore licenziato il suo posto di lavoro o, se il lavoratore preferisce, di indennizzarlo con un risarcimento in denaro.

L’art. 18 regola poi diffusamente una serie di situazioni specifiche, tuttavia il succo è quello appena esposto: un lavoratore non può essere licenziato perché ha aderito a uno sciopero, o perché si sposa, o perché ha chiesto un aumento. Se lo licenziano per questi motivi, il giudice impone (dopo il processo!) che il lavoratore riabbia il suo lavoro. Tutto qui.

Quel che stabilisce l'art. 18, a me sembra tanto ovviamente giusto da non richiedere argomentazioni a sostegno. Altri, però, non la pensano così. Questione di opinioni, naturalmente, e questo lo capisco. La cosa che mi rimane misteriosa, invece, è la relazione causale diretta che alcuni considerano che esista fra l’art. 18 e la propensione delle imprese a dare lavoro. In parole povere, si sostiene che le imprese assumerebbero di più se, oltre alle ragioni per cui possono già farlo (crisi di mercato; prodotti non più richiesti; riorganizzazione aziendale; nuovi processi produttivi ecc.) potessero licenziare anche per ritorsione (contro un comportamento corretto, come non sottoscrivere un bilancio falso), perché sei donna (che può far figli), perché sei una persona (che si sposa), perché hai delle idee politiche o religiose. Come diceva la canzoncina: sarà, ma non ci credo.

Fatto sta che su una norma come l’art. 18, a parer mio, l’unico commento dovrebbe essere su quanto sia triste che certe cose debbano essere scritte in una legge anziché risiedere semplicemente nella coscienza di tutti.

Emma, sei tutti noi

Frontespizio di "Emma" di Jane Austen

Intanto che proseguo il mio personale slalom esistenziale fra l'ennesimo record del debito pubblico italiano (a giugno 2014: 2.168,4 miliardi di euro), il lavoro in ufficio coi colleghi in ferie, la redazione dei miei manuali per la patente, la figlia che parte con amici per la Val di Susa sostenendo che ci sarebbero arrivati in tre ore da Fano, la stessa figlia che si accorge che tre ore erano quelle che occorrevano per arrivare a Bologna (dove chi ha organizzato il viaggio aveva astutamente previsto un pernottamento), le sempre più tragiche notizie da Gaza e dall’Iraq e altro ancora, ho trovato il tempo di leggere Emma di Jane Austen.

Fino a un anno fa, il mio interesse per la celebre scrittrice inglese era appassionato ma un tantino monocorde, dato che in sei occasioni avevo letto un suo romanzo e però sempre lo stesso, cioè Orgoglio e pregiudizio. Quest’anno mi sono azzardato ad ampliare i miei orizzonti leggendo prima Ragione e Sentimento, poi, appunto, Emma. Delle due opere, è stata senz’altro quest’ultima a catturare maggiormente il mio interesse.

Emma è una giovane, bella, ricca, intelligente e appartiene alla famiglia più in vista di Hartfield. Queste sue qualità sono letteralmente sbattute in faccia al lettore, dato che la loro elencazione costituisce l’incipit del romanzo. Sembra quasi che la Austen voglia sfidare il lettore avvertendolo immediatamente di aver deliberatamente privato la sua protagonista di una qualsiasi delle molteplici disgrazie che suscitano un’istintiva benevolenza verso l’eroina di turno: povertà in vario grado; salute cagionevole; perdita di persone care che si sarebbero prese amorevole cura ma che, morendo, lasciano il personaggio in balia di gente fredda, avara e priva di scrupoli e via dicendo. Conseguenza quasi inevitabile di tali premesse è che Emma è piena di sé quanto basta per essere convinta di poter disporre degli altri e, soprattutto, dei loro sentimenti.

Essendo ricca, Emma non ha bisogno di sposarsi per garantirsi un futuro sereno o progredire socialmente. La sua condizione rende inutile anche ogni affanno per ottenere la felicità, cioè quel gradevole ma non indispensabile accessorio del matrimonio. Infatti, Emma mostra a ogni piè sospinto il più sereno disinteresse per gli uomini in generale e per il matrimonio in particolare.

Le fondamenta caratteriali di Emma, dunque, sono distanti dalla condizione della maggior parte delle persone e, soprattutto, potrebbero renderla un personaggio antipatico senza rimedio. Anzi, la Austen conduce il gioco narrativo in modo così abile da far pensare che la conclusione della storia, cioè proprio il matrimonio e la felicità di Emma, siano una divertita vendetta dell’autrice sul suo personaggio, la vera espiazione per la sua presunzione passata. In questo senso, il più tradizionale dei finali appare carico di un senso nuovo e differente.

Sgombriamo subito il campo dalle annotazioni più scontate, cioè che Emma è un ottimo libro perché Jane Austen è un talento assoluto: stile scorrevole; trama ben costruita; dialoghi trasferibili senza modifiche nella migliore sceneggiatura cinematografica; personaggi che agiscono e parlano in modo sempre coerente con il carattere che l’autrice gli ha attribuito; figure di contorno vivaci, ben descritte e, nel loro piccolo, necessarie. Non mancano sorprese, idee suggerite, indizi che lasciano pensare qualcosa e poi rivelano il suo opposto (e sono convinto che la Austen, se avesse scritto dopo la nascita del genere, sarebbe stata un’eccezionale giallista). Sgombriamo il campo perché non è nulla di tutto questo, infatti, a rendere il libro più prezioso di altri.

Come altri romanzi, Emma è la storia di un cambiamento. Questo cambiamento, tuttavia, non deriva dalla raggiunta consapevolezza di un errore di giudizio (eravamo convinte che Wickham e Willoughby fossero delle così brave persone, e invece …). Emma non sbaglia nel valutare gli altri basandosi su impressioni che si rivelano poco fondate, Emma sbaglia il giudizio sulle persone perché non le guarda affatto. La sua relazione con gli altri è quella che può avere una bambina con la sua bambola. Emma si sente libera e autorizzata a decidere che cosa debba o non debba fare un’altra persona. La sua convinzione di saper comprendere l’animo altrui è il velo sottile che riveste la verità, cioè che è lei stessa ad attribuire pensieri e sentimenti e, poi, a interpretare parole e azioni secondo lo schema che si è costruita in perfetta solitudine.

Emma, alla fine, cambia (in meglio) ma, ed è un aspetto di assoluto rilievo, la mutazione non è dovuta a un isolato, drammatico, momento catartico (classicamente, la lettera che svela la verità su un individuo abietto) ma alla ripetizione dello stesso errore da parte di Emma, che soltanto alla fine riuscirà a fare i conti con se stessa e a vedere le persone per quello che sono, rispettandole davvero.

Ecco, è questa tenacia di Emma nel perseverare nei suoi sbagli, sempre ignorando gli altri, ad avermi colpito più di ogni altra cosa. Forse perché il difetto, insolito nei romanzi, è terribilmente comune fra gli esseri umani.

La straordinario successo di chi non produce idee

Ritratto di Johannes Gutenberg

Fra le idee che mi vengono in mente, ce ne sono alcune che mi sembrano spunti interessanti da approfondire quando ne avrò il tempo. Poi accade che il tempo passi ed io non approfondisca perché sto (sempre) facendo qualcos'altro. Però l'idea mi rimane lì e, di quando in quando, fa capolino. Una di queste idee riguarda una caratteristica che, mi sembra, accomuna le invenzioni di maggiore successo (inteso tanto come impatto sulla società, quanto come successo personale di chi ha realizzato l'invenzione) nella storia dell'umanità.

Se devo pensare a iniziative con queste caratteristiche, a me vengono in mente: l'invenzione della stampa a caratteri mobili; i personal computer; la rete Internet; Google et similia (come Facebook e Twitter).
Con caratteristiche specifiche ovviamente diverse, legate soprattutto alle possibilità tecniche del tempo in cui si danno, tutte queste invenzioni (dando alla parola un senso un po' ampio, forse, dato che si tratta anche di prodotti costruiti a partire da informazioni conosciute e disponibili più o meno per tutti gli operatori del settore) sono accomunate, mi sembra da un tratto deciso e decisivo: sono tutte forme, tecniche, strumenti di organizzazione di contenuti ma non di produzione di contenuti.
Così, se è vero, come è vero, che le idee illuministe di libertà, fraternità e uguaglianza hanno inciso profondamente nella cultura sociale (perlomeno, in quella della parte di mondo umano nel quale il caso mi ha fatto nascere e proseguire la mia esperienza di vita), è ancora più vero che il cammino di queste idee non sarebbe stato lo stesso se Gutenberg non avesse raccolto strumenti diversi (dal torchio agricolo a certe tavolette lignee che "timbravano" su dei fogli brevi testi incisi; a certe tecniche degli orefici e fonditori) per realizzare i caratteri mobili con cui stampare, in quantità e con a velocità sconosciute in precedenza, i libri che trasportarono quelle idee un po' ovunque.

Ai tempi nostri, le gigantesche possibilità relazionali offerte da Internet ha reso possibile un fenomeno come quello di Google. Il successo impressionante di questa iniziativa commerciale è in singolare contrasto con l'assoluta assenza di una produzione concettuale che non sia, al pari di quanto fece Gutenberg, l'impiego di strumenti tecnici esistenti e conosciuti da una platea ben più vasta dei due fondatori di Google, Sergei Brin e Larry Page. Al di là dell'indubbio merito di avere avuto la visione della “necessità” di uno strumento che permettesse di fruire del worldwide web in modo ragionevolmente semplice e efficace, cioè, Brin e Page non hanno prodotto un solo contenuto originale, si trattasse di un'idea, una storia, un prodotto artistico.

Ecco, queste considerazioni mi frullano per il capo ormai da qualche anno. Magari sono poco brillanti, di sicuro mi piacerebbe che qualcuno mi dicesse se, in futuro, meritino lo sforzo di essere approfondite.

Il Movimento 5 Stelle non è di sinistra. Ma io ci sto.

Ormai non conto più le volte che amici e conoscenti politicamente collocati a sinistra (qualsiasi cosa voglia dire questa parola) mi hanno chiesto perché mai, col mio passato altrettanto di sinistra, quando si è trattato di uscire dal mio guscio e rituffarmi nel mondo io abbia scelto il Movimento 5 Stelle e non un partito di sinistra. Valeva tutto purché certificato da storia antica e dichiarazioni attuali: dai resti del socialismo al più scatenato del centri sociali passando per il Partito Democratico, Sinistra Ecologia e Libertà, Rifondazione Comunista, Lista Tsipras e chi più ne ha più ne metta.

A ben vedere, la risposta è già nella domanda, cioè nel fatto che, per molti, prima del merito delle questioni viene l'appartenenza. Il tale partito o il tal altro possono agire nel modo più criticabile ma sono comunque preferibili ad altri perché sono “di sinistra”.

Questo tipo di approccio, dopo tanti anni mi è sembrato che presentasse due inconvenienti decisivi. In primo luogo, la concordanza su una visione più o meno complessiva e sistematizzata del mondo è, quando due soggetti muovono da posizioni diverse, il frutto incerto e sempre faticoso di un lungo confronto che (ed è raro che le due condizioni si presentino assieme) richiede indipendenza di giudizio e intelligenza adeguate. In secondo luogo, se il primo passo di un confronto deve essere l'adesione a una visione del mondo, sia pure nella modesta versione proposta dagli attuali partiti di sinistra, è inevitabile che la soluzione dei problemi si allontani, dato che, evidentemente, la discussione non si concentrerà sui problemi stessi ma sull'essere o non essere di sinistra, qualsiasi cosa voglia oggi significare questa parola.

Da ormai dieci anni sto vivendo due esperienze sociali che considero di grande importanza: la partecipazione alla vita di un Gruppo di Acquisto Solidale e l'impegno come socio attivo di Banca Popolare Etica. In entrambi i casi si tratta di associazioni caratterizzate da principi forti e da una pratica coerente, ma trasversali, cioè con la presenza di persone con convinzioni politiche, religiose e d'altro genere anche molto diverse fra loro. Eppure, alcune convinzioni generali condivise e, per così dire, pre-ideologiche, permettono di camminare fianco a fianco. E, si badi, non si tratta di cose piccole o decisioni superficiali. Al contrario, ci si mette in gioco per contribuire alla realizzazione di obiettivi importanti, addirittura di un nuovo modello di sviluppo, di un mondo dove le persone considerino le conseguenze non economiche delle proprie azioni economiche e dove si scelga di vivere sapendo che l'interesse più alto è quello di tutti.

Ecco, per me il Movimento 5 Stelle rappresenta un'occasione di trasversalità, dove ognuno è poi libero di coltivare una sua dimensione che gli corrisponda in modo più integrale. Ora è così e, come nel caso dei GAS e di Banca Etica, spero che lo rimanga. A mio avviso, infatti, un altro grande errore dei partiti di sinistra è stato quello di pretendere di abbracciare l'interezza dell'individuo. Oltre che sbagliato, questo può essere perfino pericoloso come, del resto, dimostrano varie aberrazioni della storia.

Ognuno è di sinistra a modo suo. Per me esserlo significa rispettare gli altri, essere onesti, costruire delle regole che diano certezze, dare a tutti l'opportunità di vivere pienamente e farsi carico di chi ha meno possibilità, rispettare l'individuo e pensare al collettivo. Credo che tutte queste cose, almeno oggi, trovino cittadinanza nel Movimento 5 Stelle. Altre persone porteranno esperienze diverse dalle mie. Finché lavoreremo concretamente per una soluzione dei problemi comuni, facendo discendere proposte e azioni dal libero convincimento e dal disinteresse, potremo camminare assieme.

Naturalmente, non è mia intenzione eludere il problema ossessivamente sollevato della “democrazia interna” e del preteso ruolo direttoriale di Beppe Grillo e Gianroberto Casaleggio. Ma in un prossimo articolo. Intanto, a proposito di destra, centro e sinistra, godetevi questa bella canzone di Franco Battiato.

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