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Il pubblico televisivo del Movimento 5 Stelle

In due articoli apparsi in questo mio blog ho considerato, interrogandomi sulla loro reale efficacia, due idee (l'impignorabilità della prima casa e la cittadinanza per nascita) del Movimento 5 Stelle che si sono già tradotte in altrettante proposte di legge. Con spiegabile interesse, così, lo scorso 21 giugno a Fano, nelle Marche, ho assistito a un incontro col deputato del Movimento Andrea Cecconi.

L'incontro era stato convocato per far conoscere l'attività parlamentare del Movimento 5 Stelle senza il filtro di stampa e televisione, cioè di quei media che, fino adesso, si sono occupati poco o nulla delle sue proposte e moltissimo dei toni di Beppe Grillo, delle a volte comiche incertezze nella condotta dei neo-eletti del Movimento e delle loro divisioni interne sfociate nella fuoriuscita, spontanea o forzata, di alcuni componenti dai gruppi parlamentari del M5S di Camera e Senato.

Prima dell'incontro, a tutto il pubblico era stato distribuito un volantino che citava il dato numerico (248) delle mozioni, risoluzioni, interpellanze e interrogazioni e che elencava le 22 proposte di legge presentate dal Movimento in questi primi quattro mesi scarsi di legislatura. Le proposte di legge riguardano argomenti di importanza a volte notevole e, almeno alcuni, di grande impatto potenziale sulla vita dei cittadini: dal reddito minimo garantito all'abolizione del finanziamento pubblico ai partiti; dalla reintroduzione del voto di preferenza all'impignorabilità della prima casa; e così via.

Andrea Cecconi mi ha fatto una buona impressione e ha risposto con grande disponibilità alle domande del pubblico. Ma scrivo questo articolo proprio per parlare del pubblico e, a dirla tutta, anche del gruppo fanese del Movimento 5 Stelle. È stato inevitabile notare infatti, sia la grande influenza che ancora hanno sul pubblico giornali e televisioni, sia che da questa influenza non riesce a sottrarsi neppure chi critica ogni giorno questi media, la loro predilezione per il pettegolezzo, il loro modo di travisare le notizie quando non di evitare affatto di darle.

Io non ho la televisione. Prima dell'incontro, trasmessi dagli organizzatori dell'incontro mentre attendevamo l'arrivo di Andrea Cecconi, mi sono dovuto sorbire tre monologhi estratti dal programma Ballarò mentre lo stesso giorno, per dire, i capigruppo del Movimento alla Camera e al Senato avevano diffuso un video con il resoconto della loro attività nell'ultima settimana. Quando ha potuto rivolgere delle domande, poi, il pubblico è intervenuto o ha chiesto chiarimenti sui toni di Beppe Grillo, sulle a volte comiche incertezze nella condotta dei neo-eletti e sulle divisioni interne sfociate nella fuoriuscita, spontanea o forzata, di alcuni componenti dai gruppi parlamentari del M5S di Camera e Senato.

L'agenda dell'incontro, a farla breve, l'hanno dettata più Repubblica e il TG1 che gli iscritti, i simpatizzanti e i semplici curiosi del Movimento 5 Stelle. Il che conferma di nuovo, se mai ce ne fosse stato bisogno, che la strada per cambiare davvero è lunga, ripida e pure un po' sconnessa.

La gente comune che sterminò gli ebrei

A distanza di 17 anni dalla sua prima uscita negli Stati Uniti, e di 16 dalla pubblicazione in Italia, ho letto anch'io I volonterosi carnefici di Hitler (Milano, Mondadori, 1997, pp. 636) di Daniel Jonah Goldhagen, un saggio divenuto celebre per le conclusioni, di cui dirò più avanti.

L'opera di Goldhagen esamina la vicenda dello sterminio degli ebrei fra il 1941 ed il 1945 da un'angolazione particolare. Secondo le stime più prudenti (forzatamente approssimative) in quel breve periodo i tedeschi (non sempre da soli) sterminarono oltre cinque milioni di ebrei. Un'operazione di tali dimensioni doveva necessariamente coinvolgere un numero elevatissimo di persone, direttamente o indirettamente. Dunque, posto che la teorizzazione dello sterminio e la sua organizzazione sono imputabili ai vertici dello stato e del partito nazista, la sua realizzazione pratica richiese e trovò la collaborazione attiva di migliaia di tedeschi comuni.

Dopo che molti si erano dedicati a studiare come e perché vennero dati gli ordini, così, Goldhagen prova rispondere alla domanda forse più drammatica: perché migliaia di persone ordinarie, operai, impiegati, padri di famiglia, si resero disponibili a eseguirli? Una domanda che diviene ancora più ingombrante quando si osserva, come risulta dalle ricerche di Goldhagen, la varia estrazione sociale degli esecutori materiali dell'Olocausto, il fatto che per la maggior parte non fossero neppure iscritti al Partito Nazionalsocialista, o la circostanza che le squadre incaricate degli eccidi fossero formate da volontari (una circostanza che appare più gravida di significati quando si apprende che, a quanto risulta, si poteva chiedere l'esenzione da quel tipo di missioni senza dover subire particolari conseguenze).

Le fonti per una ricerca del genere sono in buona parte rappresentate dalla documentazione deliberatamente omissiva degli organismi incaricati dello sterminio, dalle dichiarazioni degli imputati nei processi del dopoguerra (ovviamente mirate anche a limitare la portata e la consapevolezza delle proprie azioni), oltre che dalla pubblicistica dell'epoca. Goldhagen si muove su tale terreno sconnesso cercando di colmare deduttivamente le lacune informative mantenendo coerenza e rigore interpretativo. Le sue conclusioni sono che nella Germania nazista si combinarono in modo unico questi elementi: l'antisemitismo eliminazionista che permeava l'opinione pubblica tedesca; la presa del potere da parte di un partito che fin dalla sua nascita aveva dichiarato la sua ferma volontà di risolvere la “questione ebraica”; la presenza della condizione materiale necessaria, cioè il controllo militare su un'area vasta dell'Europa e, conseguentemente, sui milioni di ebrei lì residenti.

Fra le molte annotazioni del libro, qui, per le riflessioni che può suscitare anche rispetto all'oggi, ricordo soltanto quella relativa alla percezione degli ebrei da parte della gente comune. Tale percezione fu il risultato di una propaganda secolare dato che la furia nazista seguì temporalmente le invettive religiose, tanto della chiesa cattolica quanto di quella protestante. Ma una “questione ebraica”, semplicemente, non esisteva. Tuttavia, sebbene in molte città e villaggi gli abitanti non avessero neppure mai visto degli ebrei, questi erano ritenuti responsabili di ogni nefandezza, portatori di minacce mortali al popolo tedesco. Questo approccio totalmente irrazionale fu la premessa di scelte altrettanto irrazionali fra le quali risaltano, per la loro insensatezza rispetto al contesto dato da una guerra ormai conclusa e perduta, le “marce della morte” con le quali migliaia di ebrei furono condotti senza meta per la Germania, al solo scopo di farli morire di fame e di stenti. L'ultima di queste marce cominciò il 7 maggio 1945, neppure 24 ore prima che il feldmaresciallo Keitel firmasse la resa incondizionata della Germania.

Ogni sintesi, naturalmente, non rende piena giustizia ad un saggio di oltre 600 pagine, nel quale l'autore si impegna ad argomentare ogni affermazione. A lettura ultimata, rimangono la certezza che il libro aiuti a capire e la sensazione che per noi, uomini comuni e di comune buon senso, l'Olocausto rimanga una realtà incomprensibile.
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Prima che se ne vada

È di questi giorni la notizia di un aggravarsi dello stato di salute di Nelson Mandela. Citando un amico di Mandela, un quotidiano sudafricano ha titolato: “È tempo di lasciarlo andare”. Prima che se ne vada, e prima dei fiumi d'inchiostro che saranno versati alla sua morte, vorrei scrivere io appena un paio di cose.

Mandela è l'uomo dell'uscita pacifica dagli anni bui della segregazione razziale in Sud Africa. A un tale esito, tanto mirabolante quanto non scontato, è arrivato attraverso un percorso che ha sempre preteso il riconoscimento della verità. Col nemico si può anche trattare, ma il nemico deve riconoscerti come interlocutore alla pari.

Di Mandela si ricordano sempre i ventotto anni di detenzione, ma mai che fu a capo dell'Umkhonto we Sizwe, la formazione armata di fiancheggiamento dell'African National Congress. Mai un attentato contro le persone, ma molti contro strutture e installazioni.

Di Mandela si ricorda il premio Nobel condiviso col presidente sudafricano de Klerk, ma mai che la sera, a un ricevimento con oltre 150 fra capi di stato o di governo e diplomatici, Mandela riferì i dettagli più orribili su ciò che veniva fatto ai prigionieri del carcere di Robben Island, compreso l'interramento fino al collo, con le guardie che poi urinavano sulla testa del prigioniero. E dopo aver riferito queste cose, Mandela concluse: “Ecco, qui ci sono le persone che rappresentavano quel sistema”. La mattina, ricevendo il premio, de Klerk aveva ricordato che c'erano stati "errori da entrambe le parti".

Mandela ha saputo guardare avanti senza dimenticare. Ogni perdono è forse possibile ma, sempre, se si rinuncia a mistificare, ammettendo ciò che si è fatto e ciò che si è stati.
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Il poco tempo che abbiamo per cambiare il mondo

Lo scorso 2 giugno mia moglie ha pubblicato sul suo blog un pezzo intitolato Diamoci da fare. A lettura ultimata, fra tanti pensieri una constatazione: invecchiare mi ha reso molto meno “ideologico” di com'ero a vent'anni. Ho ancora delle idee, e qualcuna è perfino profondamente radicata nel mio animo ma, mentre guardo anche lontano, cerco di non perdere di vista quello che può toccare la mia mano.

Il motivo, credo, è che detesto perdere tempo, perciò desidero essere concreto, cambiando ciò che posso migliorare davvero, rinunciando volentieri a dibattiti oziosi sui massimi sistemi. E siccome invecchio, e il tempo che ho davanti si riduce, eccomi a preferire un passo concreto ai molti discorsi che pure potrei fare.

Se vogliamo, questo mio modo di vedere le cose ha almeno un riferimento autorevole in un vecchio saggio, pensate un po', sulla riforma monetaria. Molti conosceranno già la frase celebre.

“Nel lungo periodo, probabilmente questo è vero. … Ma per le questioni contingenti, questa del lungo periodo è una guida ingannevole. Nel lungo periodo siamo tutti morti. Gli economisti si pongono un obiettivo troppo facile e totalmente inutile se, nelle stagioni di tempesta, riescono a dirci soltanto che ben dopo che la tormenta sarà cessata, l'oceano sarà di nuovo calmo.” (KEYNES, John Maynard, A tract on monetary reform, London, McMillan and Co., 1924, p. 80).

Non occorre essere ansiosi e tuttavia: diamoci da fare.
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Franca e Modesto, fra lacrime e futuro

Il 29 maggio 2013 è morta Franca Rame, una di quelle persone tanto ricche d'umanità da rendere povera ogni definizione. Era un'attrice, ma non soltanto quello. Una scrittrice, ma non soltanto quello. Un'attivista politica, ma non soltanto quello. E l'elenco, appunto, potrebbe proseguire.

Fino a quando le è stato possibile, Franca Rame si è spesa per gli altri e per le idee nelle quali credeva, con quella passionalità che le aveva permesso di interpretare, accanto ai ruoli che esprimevano la sua cifra più comica, felicemente condivisa col compagno di una vita Dario Fo, personaggi dolorosi con un'efficacia da rendere difficile, almeno a me, sopportare fino alla fine la sofferenza che lei metteva in scena. Mi riferisco, per esempio, al monologo in cui interpreta la vedova ormai pazza di un contadino siciliano, ucciso dalla mafia per aver guidato con successo la lotta per ottenere l'acqua necessaria ad irrigare le terre.

Il 31 di maggio, con gli occhi umidi dopo aver ascoltato Dario e Jacopo Fo manifestare il loro amore per Franca, con mia moglie ho partecipato a un incontro con Amilcar de Jesùs del Aguila Mejia. Amilcar è un contadino guatemalteco. Più esattamente, un coltivatore di caffè. Da qualche tempo, Amilcar è anche il presidente dalla cooperativa Nueva Esperanza, della comunità di El Bosque, nel municipio di Santa Cruz Naranja.

Io di caffè ne consumo poco, mescolato col latte della colazione mattutina. Quel poco, dal 2003 è quello prodotto da El Bosque. Ne scoprimmo la bontà dopo aver partecipato a un'altro incontro, quella volta alla biblioteca San Giovanni di Pesaro. A raccontare la vita a Santa Cruz e il lavoro della cooperativa il presidente di allora, Modesto Campos. Se Amilcar ha l'aspetto paffuto e sorridente di una brava persona, Modesto era evidentemente, perfino nel modo di portare il sombrero, una persona dotata di un forte carisma personale.

Dopo l'incontro del 2003 ci fu un giro di caffè per tutti. Dopo l'incontro di ieri, invece, chi voleva poteva partecipare a una cena di sostegno alla cooperativa. La produzione di caffè, infatti, quest'anno sarà inferiore di quasi la metà a causa di una malattia che ha fatto morire un gran numero di piante che, dunque, dovranno essere sostituite.

A fine cena siamo andati a salutare Amilcar. Mia moglie gli ha raccontato di come, nel 2003, scoprimmo il caffè di El Bosque, e dell'incontro con Modesto. A quel nome, un velo di tristezza ha attraversato gli occhi di Amilcar.

Franca Rame e Modesto Campos neppure si conoscevano ma, a parer mio, erano fatti un po' della stessa pasta, quella che inumidisce gli occhi di chi non li ha più accanto ma tenta ogni giorno, consapevole di non volare alla loro altezza, di proseguire il viaggio.
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I miei curiosi incroci fra finanza etica e reparto pediatria

Certi incroci delle nostre vite sono così articolati da suscitare un moto inevitabile di sorridente stupore. Ecco quel che mi sta capitando in questi giorni.

Da bravo socio attivo, nonché azionista, parteciperò alla prossima assemblea nazionale di Banca Etica (a Firenze, sabato prossimo 18 maggio). A questa assemblea, per la prima volta, parteciperanno i soci della “quinta area”, cioè i soci spagnoli che si affiancano a quelli delle quattro aree italiane (Nord Ovest, Nord Est, Centro, Sud).

Da bravo lettore, nella mia borsa non manca mai un libro. In questo periodo sto leggendo un saggio intitolato I volonterosi carnefici di Hitler. La prima parte del libro è dedicata anche a come si è formata l'opinione comune dei tedeschi sugli ebrei. A tale opinione (negativa oltre ogni misura) si associarono anche le chiese tedesche del tempo, tanto cattolica quanto protestanti.

Da bravo appassionato di finanza etica, ieri ho sfogliato subito il numero appena ricevuto della rivista Valori, promossa da Banca Etica. Nell'editoriale leggo che l'attuale esperienza della Banca ha precedenti storici nell'attività dei frati francescani che, nel XV secolo, promossero in Spagna le Arcas de Misericordia e in Italia i Monti di Pietà. Questi istituti erogavano prestiti di modesta entità in cambio di un pegno, che si poteva riscattare alla scadenza stabilita.

La soluzione operativa escogitata dai Monti di Pietà per venire in soccorso dei poveri nasceva anche per superare il rifiuto cattolico del prestito a interessi. Tale tipo di prestito, a volte spinto fino all'usura, era invece lecito e praticato dagli ebrei. Questi ultimi, perciò, erano assai mal visti sia perché operavano in un modo che i cattolici consideravano moralmente spregevole, sia perché si ricorreva a loro quando la persona era in difficoltà. Nell'opinione comune, dunque, l'ebreo era un essere immorale che speculava sulle disgrazie altrui.

Fra i francescani più impegnati nella istituzione dei Monti di Pietà scopro che vi fu Michele Carcano. A Firenze (dove sabato prossimo si svolgerà l'assemblea di Banca Etica), nel 1493 fu vietato a frate Carcano di proseguire la sua predicazione a causa delle violenze sugli ebrei che essa aveva provocato. Oltre che dedicarsi al sostegno economico ai poveri, Michele Carcano si adoperò nel campo dell'assistenza sanitaria, in particolare per concentrare in strutture di dimensioni adeguate i piccoli ospedali dell'epoca. Fra queste nuove strutture, l'ospedale Sant'Anna di Como, istituito nel 1468 e dove, 492 anni dopo, sono nato io.

Oltre che il mondo, dunque è piccola anche la storia!

Meglio solis che male accompagnati

In un paese che abolì nel lontano 1977 l'insegnamento del latino dai programmi delle scuole medie, i quotidiani ospitano le fiere dichiarazioni dei contendenti che inalberano le opposte bandiere dello ius soli e dello ius sanguinis. Per intenderci, il paese è lo stesso nel quale fra il 2008 e il 2012 sono aumentati di oltre il 20% i suicidi dovuti a motivazioni economiche (dato fornito dall'Osservatorio nazionale sulla salute), e nel quale il Ministro dell'Interno partecipa entusiasta a una manifestazione dove si critica la magistratura (attività, di per sé, più che legittima) perché un pubblico ministero, il tribunale di primo grado e il tribunale d'appello hanno ritenuto una persona colpevole di frode fiscale. Ma tant'è, ai problemi che abbiamo dobbiamo aggiungere, e subito, la scelta del presupposto giuridico per l'attribuzione della cittadinanza.

Secondo lo ius soli, diventa cittadino chiunque sia nato nel territorio dello stato. Secondo lo ius sanguinis, i genitori cittadini trasmettono la cittadinanza al figlio, ovunque sia nato. Così, un bambino figlio di genitori cittadini di un paese dove vige lo ius sanguinis, ma che nasce in un paese dove vige lo ius soli diventa cittadino di entrambi i paesi. A leggere i giornali, non trova sostenitori agguerriti quanto serve per finire in prima pagina lo iure communicatio (cittadinanza trasmessa da un componente della famiglia, per esempio per matrimonio o adozione. Sistema che offre lo spunto al bel film Il matrimonio di Lorna, dei fratelli Dardenne), con il quale si esauriscono i termini latini ma non i criteri di attribuzione della cittadinanza ai quali, per completezza, bisogna aggiungere il beneficio di legge (cittadinanza concessa automaticamente sulla base di presupposti predeterminati dalla legge) e la naturalizzazione (cittadinanza concessa a discrezione dell'autorità, per esempio, per meriti acquisiti).

La cittadinanza, cioè la condizione che permette di godere pienamente dei diritti civili e politici riconosciuto da uno Stato, non è un fatto di natura ma una figlia delle regole, cioè una costruzione della mente umana e, in particolare, del pensiero dedicato alla gestione del vivere sociale. Ogni regola, così, è giusta o sbagliata, efficace o debole, in relazione ai principi scelti e ai risultati che si desidera conseguire. Le condizioni per la concessione della cittadinanza (cioè dei diritti e dei doveri che essa porta con sé) sono perciò più o meno “giuste” in base a quello che si crede e che si vuole ottenere. Così, quel che ancora una volta non mi piace nel dibattito (termine generoso) attuale sulla cittadinanza è l'uso parziale (nel senso di limitato a una parte del tutto) di concetti complessi per battaglie pseudo-ideologiche che di quei concetti riprendono solo una delle molte facce.

Per esempio: alcuni difensori dello ius sanguinis scagliano strali contro lo ius soli sulla base del fatto che quest'ultimo porterebbe in Italia orde di gestanti asiatiche e africane, ansiose di far nascere i loro bebè in Italia per poter, fra diciotto anni, alterare i risultati delle elezioni e, da subito, usufruire della nostra superba assistenza sociale e del noto lassismo della pubblica amministrazione. Lo scarso realismo tradotto in una simile paura irrazionale, però, viene contrastato con delle considerazioni ancora più astratte, trasformando lo ius soli in una sorta di procedura automatica di accoglienza dei profughi stranieri, senza alcuna valutazione degli effetti che avrebbe sullo sviluppo demografico dell'Italia, con tutto quel che segue in termini di assistenza sociale, previdenziale e via dicendo.

Mi piacerebbe, cioè, che qualcuno si prendesse la briga di dire quale sarebbe, in pratica, la differenza fra un sistema e l'altro, magari aggiungendo la base di fatto delle valutazioni. Per dire: quanti sono i bambini nati in Italia da genitori stranieri? Perché se sono dieci, o anche cento o mille, i giornali hanno sprecato molto inchiostro, i politici molte parole, e io circa un'ora del mio tempo.

P.S.
La vignetta è di Mauro Biani ed è ripresa da qui.

Il piccolo trotto dei lipizzani di Frank Westerman

Nel 1580 l'arciduca Carlo II d'Asburgo raccolse nella cittadina di Lipizza (nel Carso sloveno vicino Trieste) cavalli andalusi e giumente locali per dare vita a una nuova e selezionata stirpe equina che, anche attraverso ulteriori incroci, diventerà il lipizzano, lo splendido cavallo bianco capace di danzare. Un cavallo talmente prezioso da diventare bottino di guerra, protagonista di esodi avventurosi (e raccontati anche dal cinema) per salvare da bombe e razzie i preziosi esemplari che dovevano garantire la continuità della razza, oggetto di furti a fini speculativi e simbolo di riscosse nazionali nei martoriati territori ex jugoslavi.

Nel suo libro Pura razza bianca (Milano, Iperborea, 2010, pp. 371), il giornalista olandese Frank Westerman racconta le notizie e suggestioni accumulate nel corso di una lunga ricerca sulla storia del lipizzano e dei suoi esemplari più famosi. Le linee genealogiche si intersecano con la storia dell'uomo e dei suoi conflitti: bellici, scientifici, etici. La selezione di un cavallo dalle caratteristiche sempre più uniche, così, è l'occasione per raccontare i trasferimenti forzati dei cavalli per allontanarsi dalle zone di guerra, ma anche le altalenanti fortune, e le conseguenze a volte terribili, delle idee su come si siano naturalmente modificate le specie e, soprattutto, su come si possano modificare secondo uno schema preordinato dall'uomo, ricorrendo a tecniche che spostano sempre di più il confine fra evoluzione e manipolazione.

Il libro è interessante e ricco di informazioni, restituite con uno stile più vicino al reportage che al saggio. Terminata la lettura, tuttavia, rimane la sensazione di una possibilità letteraria parzialmente sprecata. Il libro è scritto in prima persona, raccontando eventi anche assai minuti dell'inchiesta di Westerman (di cui veniamo a sapere, per esempio, che aveva Skype ma non la webcam); la storia dei lipizzani non è resa seguendone in modo rigorosamente cronologico le vicende; gli interrogativi sui confini etici dei processi di selezione della razza umana si alternano alle vicende degli animali in un modo che a volte appare quasi estemporaneo. Così, alla fine della lettura non appare chiaro chi sia il vero protagonista del libro: se l'elegante lipizzano o le domande sull'uomo che ha iniziato a credersi creatore di vita, e ad agire come se lo fosse.
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Viva il νόμος, abbasso Napolitano!

Io amo le regole. Le amo nonostante l'opinione generale, e solidissima, che le avvolge. Perché ogni regola, si sa, limita la libertà individuale, soffoca l'iniziativa e finanche la creatività, se non addirittura lo sviluppo pieno e armonioso della personalità. Perciò qualsiasi regola e, peggio ancora, la curiosa pretesa che sia rispettata, sono cosa degna dei regimi repressivi, lagnosamente rivendicata da quei deboli che, per esser tali, sono anche inevitabilmente un po' vigliacchi. Da questo ed altro ancora discende nel modo più necessario che la regola, ogni regola, è triste come l'animo di chi è costretto a piegarsi ad essa.

Io amo le regole perché sono convinto dell'opposto: le regole fanno un gran comodo e semplificano la vita. Per dire, quando guidiamo e arriviamo a un incrocio, sappiamo tutti quel che dobbiamo fare, perciò meno incidenti e perdite di tempo. Quanto alla libertà, la regola è uno dei suoi presupposti. La parola “autonomia” viene dal greco e significa “regola stabilita dallo stesso soggetto che la osserva” (ecco spiegato il titolo di questo articolo, con l'avvertenza che nómos, in greco, è di genere maschile). Dunque è autonomo, cioè libero, colui che indirizza la propria azione secondo dei criteri.

Poi, certamente, la regola è un frutto della mente umana, cioè di quel congegno che ha generato l'ouverture del Flauto magico ma anche i campi di concentramento. Senza arrivare al peggio, fra i due estremi troviamo anche le regole inutili o inefficaci, stupide o ridondanti, travisate o pervertite.

Le regole, certamente, possono anche essere troppe oppure ingiuste, dunque da eliminare, modificare o sovvertire. Il che mi porta ad altre due annotazioni. La prima è dovuta ad un ricordo. Gonzalo Montserrat, uno dei miei insegnanti di spagnolo, introducendo una lezione di grammatica ci disse: noi possiamo anche rompere o disapplicare le regole ma, per farlo, dobbiamo prima conoscerle. Era il 1986. Dopo quasi trent'anni, condivido ancora.

La seconda annotazione è che, per quel che ho visto, uno degli sport più praticati in Italia è quello che risolve in modo brillante il problema delle regole ingiuste, o sbagliate, o inefficaci o che, ancor più semplicemente, non piacciono. Di fronte a tali regole, inutile affaticarsi a rimuoverle o migliorarle, basta comportarsi come se non esistessero. Fra i praticanti di questo sport dispiace annoverare Giorgio Napolitano, da poco rinnovato Presidente della Repubblica. Fra le sue forzature del dettato costituzionale, una che ho sempre considerato grave è l'intervento (attraverso contatti tanto informali quanto diretti fra presidenza della repubblica e presidenza del consiglio) nel processo legislativo, ancora in fase di elaborazione della proposta di legge. La Costituzione è un sistema delicatissimo di equilibri e contrappesi. Il potere di richiedere alle Camere una nuova deliberazione su una legge (art. 74 della Costituzione) è tanto grande quanto da usare con estrema prudenza. Tuttavia, per esercitarlo con piena autonomia e legittimazione, è essenziale che il Presidente della Repubblica sia assolutamente esterno al processo di formazione della legge, specialmente quando tale processo ha coinvolto il governo.

Anche sull'art. 74 della Costituzione, naturalmente, esistono opinioni diverse. Rimane il fatto che Napolitano, a cui magari l'art. 74 non piace, poteva adoperarsi per arrivare a una sua modifica o soppressione. Invece, ha assai più semplicemente agito come se non ci fosse. Così facendo, del resto, forse ha davvero rappresentato gli italiani. Quelli che lo hanno eletto e poi rieletto.
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Il 25 aprile è morto, come Dio e il buon senso.

A leggere la stampa, ha suscitato indignazione quasi unanime un post di Beppe Grillo intitolato “Il 25 aprile è morto”. Vediamo se era il caso.

Il testo di Grillo è un lungo elenco di fatti che lui ritiene in contrasto coi valori espressi da quell'azione ribelle di una parte del popolo italiano comunemente nota come Resistenza e che, per convenzione storica, si considera conclusa il 25 aprile del 1945. Il post incriminato si chiude con questa frase: se i partigiani tornassero tra noi si metterebbero a piangere. Una lettura delle sue affermazioni condotta con medio buon senso, dunque, vorrebbe Grillo campione degli ideali che diedero vita alla Resistenza e poi alla Costituzione, contro la corruzione di quei valori che si è manifestata, per esempio, nell'accoglimento di fatto del principio che non tutti sono uguali di fronte alla legge (chiunque dialoghi col Presidente non può essere intercettato; chiunque sia coinvolto nel dibattito politico e parlamentare non può essere processato).

Il concetto è chiaro: Grillo crede nei valori della Resistenza, soffre per come oggi sono dimenticati o traditi, si indigna per i discorsi (o i silenzi colpevoli) sul 25 aprile tenuti da persone che quei valori calpestano ogni giorno con le loro azioni. Nonostante l'evidenza, però, Grillo il mostro è accusato di idee che non ha espresso.

Del resto, parafrasando il detto, non c'è miglior stupido di chi non vuol capire. E consola poco che il fatto non sia nuovo. Nel 1967 i Nomadi portarono al successo la canzone di Francesco Guccini Dio è morto. Il titolo della canzone cita Nietzsche (che con quell'espressione volle sintetizzare la decadenza del mondo occidentale che, non riconoscendo Dio, rimane privo di un ordine morale); le parole iniziali sono un debito nei confronti di Allen Ginsberg (I saw the best minds of my generation destroyed by madness, starving hysterical naked, dragging themselves through the negro streets at dawn looking for an angry fix …); la struttura del ritornello è quella ripresa da Grillo nel suo post (un dio che è morto / ai bordi delle strade dio è morto / nelle auto prese a rate dio è morto / nei miti dell'estate dio è morto …). Guccini denunciava i guasti della società contemporanea, urlando in faccia al mondo e agli ipocriti che quel Dio, di cui magari si riempivano la bocca, era tradito ogni giorno da arrivismo e consumismo anche a discapito della solidarietà umana.

Nonostante il candore degli ideali gucciniani, la canzone fu censurata e mai trasmessa dalla radio e dalla televisione nazionali (cioè la RAI che, nel 1967, era anche l'unica a trasmettere sulle frequenze radiotelevisive) nonostante il favore del pubblico. La RAI fu anche più papista del Papa, per dir così. La canzone di Guccini fu infatti regolarmente trasmessa dalla Radio Vaticana i cui redattori, si deve pensare, si presero la briga di ascoltarne e comprenderne tutto il testo, anziché fermarsi al titolo.

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