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Hans Fallada e la miseria quotidiana del nazismo

L'incendio del Reichstag; la Notte dei lunghi coltelli; la Notte dei cristalli; le parate coi soldati che marciano al passo dell'oca; la svastica; i pieni poteri a Hitler; lo scioglimento forzoso dei partiti politici; la milizia paramilitare delle Sturmabteilung (SA) e poi la sua sanguinosa eliminazione da parte delle Schutzstaffel (SS); la Gestapo; l'imposizione dei simboli nazisti in ogni manifestazione della vita pubblica; la violenta repressione interna degli oppositori; l'invasione della Polonia e la guerra mondiale scatenata; la foto del bambino ebreo con le braccia alzate; le persecuzioni razziali e le campagne di sterminio; l'Olocausto e Marzabotto; le Fosse Ardeatine e Kalavrita; Roma città aperta, Il pianista, La lista di Schindler

Quando pensiamo al nazismo tedesco la mente si riempie di queste ed altre immagini, fatti emblematici, simboli spaventosi. E tuttavia, la Germania degli anni Trenta e Quaranta del XX secolo era un paese di quasi settanta milioni di abitanti: persone che mangiavano, andavano a scuola e sbrigavano le loro faccende. Travolto dall'immensità della tragedia, il pensiero non va mai alla vita quotidiana sotto il regime nazista. Milioni di tedeschi, gente comune. Come si viveva sotto il tallone di Hitler?

Si viveva male, ci racconta Hans Fallada (Nel mio paese straniero, Palermo, Sellerio, 2012, pp. 358 - Leggi qui una recensione). Come ogni potere che si autolegittima solo in virtù della propria forza, lo stato nazista è il regno dell'irrazionalità. Le cose più semplici e banali diventano montagne insormontabili soltanto perché è così, con la completa ed assoluta (nel senso etimologico di “sciolta, priva di qualsiasi vincolo”) gratuità delle decisioni, che si riafferma il proprio dominio. Per lo scrittore Fallada, reo non di opporsi ma, assai più modestamente, di non aderire al regime, diventa difficile tanto avere la carta su cui stampare le proprie opere, quanto vedersi restituire un prestito o ricevere una sufficiente quantità di legno per scaldarsi. Il partito nazista ha bisogno di obbedienza cieca, in cambio assicura privilegi più o meno grandi e impunità anche per gli errori più modesti. La selezione dà spazio ad arrivisti di cabotaggio più o meno mediocre.

Il racconto dell'antieroe Fallada è illuminante. Il regime nazista, sotto il velo di una sfarzosa esteriorità, è il luogo, solito e modesto, delle miserie umane. A Fallada, negli anni, toccherà garantire i debiti di un caporione nazista, litigare per il confine di un frutteto, veder sfumare un lavoro di mesi perché Goebbels, che quel lavoro aveva approvato, non era tuttavia in grado di pretenderne il compimento perché “era uno sporcaccione, perché ancora una volta una delle sue maialate aveva fatto scandalo”, finendo pubblicamente schiaffeggiato dal fidanzato dell'attrice di cui Goebbels decantava, altrettanto pubblicamente, l'ombelico.

Il mondo che ci racconta Fallada è un mondo meschino, triste e condannato alla tragedia. Scrive Fallada: “Il riarmo era compiuto … si sarebbe tornati alla disoccupazione – se non fosse successo nulla di nuovo. … La novità che, in situazioni del genere, viene in mente a chi detiene il potere è qualcosa di molto antico, è la guerra ...”

C'è chi si è voltato dall'altra parte, c'è chi ha lottato, c'è chi ha cercato di sopravvivere in un ambiente ostile, magari limitandosi a sperare in giorni migliori senza farsi illusioni. Perché la guerra aveva per sola conclusione la sconfitta ma, dice un giornalista incontrato da Fallada in casa d'amici: “Bisogna sempre prevedere il peggio: potremmo anche perdere questa guerra, e doverci tenere il Führer”.
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L'inutile ipoteca a cinque stelle

Ha suscitato critiche più o meno feroci e sensate la proposta del Movimento 5 Stelle di stabilire per legge l'impignorabilità della prima casa. A farmi riflettere sull'argomento mi ha indotto la singolare coincidenza che proprio in questi giorni mi ha fatto leggere (per ennesimo buon suggerimento di mia sorella) Nel mio paese straniero, duro e vivace resoconto autobiografico della vita dello scrittore tedesco Hans Fallada sotto il regime nazista. Scrive Fallada a proposito di un suo padrone di casa economicamente fallito: “È chiaro che in altri tempi i creditori avrebbero sollecitato da un pezzo il sequestro della casa, ma già uno dei precedenti governi … aveva introdotto la cosiddetta salvaguardia dal pignoramento, vale a dire che era lecito eseguire un sequestro soltanto se il debitore dava il proprio assenso, cosa che evidentemente succedeva in casi rarissimi.” (FALLADA, Hans, Nel mio paese straniero, Palermo, Sellerio, 2012, pp. 33).

La proposta del Movimento 5 Stelle, perciò, quanto meno non è nuova (e neppure isolata, dato che Domenico Scilipoti presentò l'anno scorso una proposta di legge sulla “impignorabilità della prima e unica casa”). A prescindere dalla paternità dell'idea e dall'autorevolezza di chi la propone, vediamo che cosa se ne può pensare.

Al pignoramento si arriva per due possibili ragioni:

a) far valere la garanzia fornita (con relativa iscrizione di ipoteca sull'immobile) a chi ha concesso un finanziamento che non è stato rimborsato nelle quantità e nei tempi pattuiti;

b) saldare, in tutto o in parte, un debito non rimesso nei modi stabiliti ricorrendo al patrimonio del debitore (di cui l'immobile rappresenta, a volte, l'unica voce consistente).

Ragioniamo sull'ipotesi a). In vita mia ho acquistato tre “prime case”, ricorrendo ad un mutuo ipotecario tutte e tre le volte. Senza ipoteca sull'immobile, non avendo altri beni da offrire come garanzia, io non avrei ottenuto il finanziamento, la banca non avrebbe riscosso gli interessi, il precedente proprietario non avrebbe venduto l'immobile (almeno, non a me). Con l'ipoteca, io ho avuto un tetto, la banca il suo guadagno e il venditore i soldi che desiderava. Stabilire l'impignorabilità della prima casa avrebbe almeno due effetti ugualmente nefasti: impedire a chi non dispone di consistenti risorse proprie di accedere a finanziamenti dell'importo (normalmente elevato) necessario per acquistare un immobile; incoraggiare comportamenti scorretti in quei debitori che potrebbero pagare quanto devono ma, certi dell'impunità sostanziale derivante dall'impignorabilità, potrebbero valutare positivamente l'ipotesi di sospendere i pagamenti.

Sfuggendo a un'immagine dickensiana della società, occorre notare che i vantaggi dell'impignorabilità si estenderebbero anche a patrimoni maggiori di quelli della famigliola che acquista la prima casa con tanti sacrifici. Anzi, posto che “prima casa" può essere anche un castello con parco, piscine e pertinenze, l'impignorabilità “secca”, cioè senza correttivi di sorta, sarebbe tanto più vantaggiosa quanto più grande è la ricchezza. Una distorsione quasi certa del mercato, poi, sarebbe l'intestazione di tante “prime case” quanti sono i componenti del nucleo familiare, sottraendo una parte consistente del patrimonio alla funzione di garanzia dei creditori.

E dunque? La mia impressione è che, come accade spesso, occorra molta attenzione prima di tradurre in una regola anche la migliore delle intenzioni. Tutelare il bene primario dell'abitazione, soprattutto in favore chi sta soffrendo di più l'attuale crisi economica e sociale, richiede ricette non riducibili a slogan come quello purtroppo contenuto nel programma del Movimento 5 Stelle.
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Alta velocità e sarcasmo basso

Per ben due volte in una sola settimana (l'ultima, da Alessandro Sallusti che polemizzava con Jacopo Fo, vedi dal minuto 3.20 del video) mi è accaduto di sentir rinfacciare il fatto che, per spostarsi fra Milano e Roma, usufruivano del treno ad alta velocità anche coloro che gli si erano fieramente opposti. Siccome io sono fra coloro che sull'Alta Velocità in Italia hanno più di un dubbio, e siccome ho parenti sia a Roma sia a Milano, ho voluto verificare se, decidendo di salire su uno di quei treni, la mia coerenza avrebbe mostrato qualche falla. Ed ecco il risultato del mio accertamento.

Punto primo: praticamente non abbiamo alternative. I collegamenti resi noti dal sito di Trenitalia, che ho consultato il 28 marzo 2013, per quella data compendevano 37 corse dirette fra Milano e Roma, di cui: 31 su treni Freccia Rossa, 2 su Freccia Bianca, 1 su Freccia Argento e 3 Intercity; più 2 collegamenti con cambio (Intercity più un treno regionale), questi ultimi con durata anche superiore alle 9 ore. Non prendere un treno ad alta velocità somiglia a un tiro al bersaglio più che a un viaggio e, quando si fa centro, bisogna armarsi di pazienza. Molta pazienza.

Punto secondo: le critiche non hanno mai riguardato la rapidità del collegamento ma i suoi costi socio-ambientali. Il procedimento penale avviato nei confronti del Consorzio Cavet, controllato da Impregilo, relativo ai lavori per la tratta fra Firenze e Bologna (perché, non sia mai che in Italia una grande opera non abbia degli strascichi penali) ha evidenziato una serie di danni all'ambiente e, di conseguenza, alle popolazioni insediate nella zona del Mugello. Il 3 marzo 2009 la sentenza di primo grado condannò 27 imputati per illecito smaltimento delle terre di risulta degli scavi e dei fanghi di lavorazione, per traffico di rifiuti e per i danni al territorio e ai corsi d' acqua. Il 27 giugno 2011 la Corte di Cassazione annullò in parte la sentenza del 2009. Il nuovo processo di appello non si è ancora concluso, nel frattempo alcuni reati sono finiti in prescrizione, cioè è passato tempo bastante a far dichiarare per sempre che “cosa fatta, capo ha”. La “cosa fatta” sono 81 corsi d'acqua, 37 sorgenti, 30 pozzi e 5 acquedotti disseccati o gravemente impoveriti, nonché la sparizione della vegetazione nelle aree dove sono sprofondate le falde acquifere. Ad oggi, rimane in piedi il procedimento penale per i reati ambientali relativi allo smaltimento scorretto dei rifiuti.

Punto terzo: le critiche riguardavano (e riguardano, per l'ormai famigerata Torino-Lione) l'insostenibilità da parte della finanza pubblica dei costi per i collegamenti ad Alta Velocità. Nel dicembre del 2008, Aldo Carosi e Fabio Viola sostennero che “... può affermarsi che, mentre di regola, il cattivo esito di un project ricade sugli investitori privati (cfr. in proposito la vicenda dell’Eurotunnel che è gravata sui risparmiatori e sulle banche), nel caso di specie detto onere è gravato interamente sullo Stato. Ciò probabilmente perché fin dall’inizio ... i mercati finanziari non avevano ritenuto verosimile e conseguentemente appetibile il piano di rientro dell’ingente investimento programmato”. Per la cronaca: l'Eurotunnel è il tunnel sotto il Canale della Manica, realizzato da un consorzio franco-britannico; Aldo Carosi e Fabio Viola sono due magistrati della Corte dei Conti che nel 2008 hanno redatto le Risultanze del controllo sulla gestione dei debiti accollati al bilancio dello Stato contratti da FF.SS., RFI, TAV e ISPA per infrastrutture ferroviarie e per la realizzazione del sistema “Alta velocità” (Il documento è lungo ma interessante e insolitamente chiaro, perciò lo rendo disponibile tramite il collegamento alla fine di questo articolo).

Punto quarto: la rapidità del collegamento rallenta la vita. Spiego subito l'affermazione che, alle prime, può apparire paradossale, facendo mie le considerazioni di Filippo Schillaci. Ipotizziamo che l'8 aprile 2013 io mi debba recare da Roma a Milano, potendo mettermi in viaggio alle otto della mattina. Proprio alle 8.00 parte un Freccia Rossa che mi porta a Milano alle 10.55 al costo di 86,00 euro (tariffa base per servizio standard). Il primo treno non ad alta velocità è l'Inter City delle 9.35, con arrivo a Milano alle 16.15, prezzo base in seconda classe 55,50 euro. Con l'Alta Velocità viaggio per 2 ore e 55 minuti, con l'Inter City per 6 ore e 40 minuti. Per risparmiare 3 ore e 45 minuti di viaggio, perciò, devo spendere 30,50 euro in più. Posto che la mia retribuzione oraria è di circa dodici euro, per guadagnarne trenta devo lavorare poco meno di tre ore, cioè quasi tutto il vantaggio che mi dà il Freccia Rossa. Se poi, attenendomi all'esempio, considero l'ora e mezza in più che devo attendere per poter partire con l'Intercity, ecco che il mio saldo di vita è senz'altro negativo.

Alla fine, quel che davvero voglio dire è che la nostra opinione sulle cose dovrebbe sempre tentare di comprendere la somma degli aspetti di un problema. Buon viaggio a tutti.

L'infelicità ha i piedi d'argilla

Rivedere Indovina chi viene a cena (1967, regia di Stanley Kramer) ha significato anche riascoltare delle parole che mi hanno accompagnato fin da quando, molti anni fa, vidi il film per la prima volta. Quando Matt Drayton, il giornalista bianco e liberal interpretato da Spencer Tracy, si rivolge alla figlia ed al fidanzato nero per dire finalmente, dopo tante sollecitazioni e incertezze, che cosa pensa del loro possibile matrimonio, a un certo punto dice: Il punto in cui John ha sbagliato, io credo, è nel dare tanta importanza a quello che ne pensavamo Christina e io.

Ho sempre inteso quella frase non come un invito al disinteresse o alla mancanza di rispetto, ma a crescere, tenendo conto del parere di chi ci vuol bene ma trovando la forza di scegliere la propria strada.

Un altro senso ho poi sempre attribuito a quelle parole di Drayton-Tracy: l'infelicità, a volte, non è nelle cose, ma nell'occhio col quale le guardiamo. Se liberiamo lo sguardo, il mondo può apparire per come è e dunque, a volte, più semplice e piacevole di quanto pensavamo. Un po' quello che accade al protagonista di “San Pedro”, un bel racconto di Matteo B. Bianchi, a cui poche parole pronunciate dal regista spagnolo Pedro Almodóvar fanno capire che il problema che stava cercando di risolvere da anni, semplicemente non esiste.

Con la misura che dobbiamo usare nelle cose umane, dunque, questo è ciò che penso: gli schemi mentali sono un necessario punto di partenza, ma dobbiamo essere abbastanza aperti da accettare che non siano anche il punto d'arrivo. In questo modo, almeno qualche volta, sapremo riconoscere se l'infelicità ha delle basi fragili.

Ed ecco il monologo di Matt Drayton - Spencer Tracy (la battuta che cito è a 4.50).


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Berlusconi e Bersani a Città del Capo

Nel 1995, il nuovo Sud Africa nato sulle macerie della segregazione razziale provò ad uscire dagli anni bui dell'oppressione violenta della minoranza bianca sulla maggioranza nera anche attraverso la singolare esperienza politica, giuridica e umana della Commissione per la Verità e la Riconciliazione (Truth and Reconciliation Commission, di seguito TRC).

La TRC aveva fra i suoi compiti quello di promuovere la comprensione reciproca fra i sudafricani, ricostruendo in modo fedele e completo le cause e gli episodi di violazione dei diritti umani in Sud Africa a partire dal 1960. Un aspetto importante del lavoro della TRC riguardò la facilitazione della concessione dell'amnistia a coloro che, responsabili di atti di violenza politica e istituzionale, dichiaravano pubblicamente le loro responsabilità, anche di fronte alle vittime.

La concreta attività e i risultati della TRC sono stati inevitabilmente oggetto di critiche anche feroci (alcuni bianchi l'hanno ritenuta poco più di una pagliacciata) o amare (molti neri ritennero che le amnistie concesse siano state troppe e non sempre giustificate). Tuttavia, al netto della prudenza e dell'equilibrio sempre necessari quando si esamina un'esperienza umana, le idee alla base dell'istituzione e dell'operato della TRC esercitano su di me un fascino notevole e mi hanno sempre suscitato un sentimento di grande rispetto.

In questi giorni di dibattito politico post-elettorale in vista della formazione del nuovo governo, perciò, è stato quasi con la sensazione di mescolare il sacro col profano che tante dichiarazioni dei nostri politici mi hanno fatto pensare alla Commissione stessa. O meglio, mi hanno fatto pensare a come i nostri esponenti politici stiano seguendo una strada diversa, per non dire opposta, a quella indicata alla TRC dalla sua legge istitutiva.

L'Italia è un paese in grande difficoltà sociale ed economica, lo Stato versa in condizioni gravi. Tutto ciò non nasce dal nulla e, soprattutto, è dovuto (anche) alle persone che negli anni fino a qui hanno concretamente gestito le nostre istituzioni politiche e amministrative. Quelle stesse persone ci parlano oggi di futuro e di programmi in otto, dieci e quanti mai altri punti. Il passato per loro sembra non esistere e non è ancora accaduto, perlomeno a me, di ascoltare un'ammissione piena delle proprie responsabilità. Se l'ascoltassimo potremmo, forse e con prudenza, concedere nuova fiducia ai vecchi politici e ai loro partiti. Invece, ciò non è ancora accaduto e, per quel che posso ritenere ascoltando i discorsi di questi giorni, non accadrà. E poco mi incoraggiano a essere meno pessimista le iniziative oggi spacciate per azione incisiva contro gli sprechi della politica. In assenza di un'ammissione leale delle proprie responsabilità, infatti, mi sento autorizzato a non vedere un'azione coerente e convinta là dove c'è uso del bilancino del farmacista per dimensionare al minimo indispensabile le misure da concedere al cosiddetto Paese reale per permettere di rimanere in sella a coloro che hanno fatto impantanare il cavallo.

La fine della stampa e l'inizio dell'informazione

Da giovane mi accadeva di partecipare ad eventi, fossero concerti o manifestazioni di piazza, di cui poi leggevo sulla stampa. Ogni volta avevo l'impressione di essere stato in un luogo e un'occasione diversi da quelli descritti nell'articolo.

Negli anni ho poi assistito al ribaltarsi dell'opinione sull'attendibilità della stampa quotidiana. Quand'ero piccolo “c'è scritto sul giornale” aveva come appendice non detta “perciò è vero”. Oggi, per dirne una, mia moglie mi racconta che un diffuso quotidiano delle Marche da tempo è meglio noto come “il bugiardò”.

Negli ultimi trent'anni ho anche assistito alla morte dei giornali di partito (l'Avanti!, del Partito Socialista, chiuse nel 1993; Il popolo, della Democrazia Cristiana, nel 2003; l'Unità, del Partito Comunista, cessò di uscire su carta nel 2000) e alla nascita dei giornali-partito, su tutti la Repubblica con la sua perenne produzione di appelli, mozioni e lettere aperte.

In questi giorni, pieni di fermento per la mancanza di una chiara maggioranza parlamentare, l'informazione sta dando una prova che giudico pessima. Come mi accadeva trent'anni fa, leggere un articolo che parla di qualcuno e, poi, leggere o ascoltare quel qualcuno (con Internet la verifica è assai semplice) mi lascia l'impressione che fatti e resoconti non siano in relazione fra loro.

A volte, la mediocrità dei cronisti genera situazioni di una comicità ai confini del surreale. Ad una conferenza stampa del Partito Democratico dopo un incontro con una delegazione del Movimento 5 Stelle, i giornalisti hanno rivolto al rappresentante del PD soltanto domande su che cosa gli avessero detto gli esponenti del Movimento 5 Stelle e nessuna su che cosa avesse da dire lui.

La sensazione più frequente, però è di fastidio. Trovo insopportabili, per dire, le richieste di commento su frasi riferite dal giornalista e sconosciute all'intervistato. Siccome le frasi possono essere riferite male e, comunque, sono private del contesto, del tono e delle intenzioni con cui sono state espresse, ecco che la reazione più normale, nonché comprensibile, è quella del rifiuto di commentarle. Il giornalista scimmiotta un incalzante cronista d'assalto, io lo trovo soltanto petulante. Di sicuro, alla fine del servizio regolarmente mostrato dai canali televisivi, non ne so mai più di quanto ne sapessi all'inizio, lasciandomi nella convinzione che abolire i finanziamenti pubblici all'editoria, coi giornalisti e giornali che abbiamo, per noi fruitori dell'informazione non sarebbe un danno.
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I pulcini di Dorothy e le uova di Alessandro

Se mai ne fossi stato capace, La famiglia Winshaw, romanzo dell'inglese Jonathan Coe, è il libro che avrei voluto avere scritto io. Fra i molti motivi di quest'ammirazione, la capacità di usare informazioni tecniche per descrivere, senza mai perdere qualità letteraria, personaggi, ambienti, un'intera classe sociale.

Coe, purtroppo per lui e per noi, non ha più ripetuto il miracolo, perdendosi in intrecci elaborati e perfetti ma privi della riuscita miscela di passione civile e grande umanità che troviamo in La famiglia Winshaw. Io, invece, mentre sogno di scrivere un grande romanzo ho iniziato a acquistare, tramite il gruppo d'acquisto solidale a cui aderisco, le uova dall'allevatore Alessandro Cascini. Metodi biologici, rispetto per gli animali e, come per fortuna avviene spesso quando si partecipa a un gruppo d'acquisto, la disponibilità a raccontarsi, spiegando motivazioni personali e metodi di lavoro, e a dare informazioni o consigli ai clienti.

Così ho scoperto che dentro al guscio, oltre all'uovo, c'è un mondo. Il mondo delle uova di Alessandro, però, è assai diverso da quello dei polli allevati da Dorothy Winshaw. In uno dei passi più efficaci del romanzo di Coe sono descritte le innovazioni produttive che Dorothy, in qualità di presidente del Brunwin Group, introduce nell'allevamento dei polli per incrementare la produzione e risolvere alcuni problemi gestionali. Uno di questi, l'eliminazione degli inutili pulcini maschi, risultati insoddisfacenti la macinazione e il cloroformio, viene brillantemente risolto semplicemente stipando i pulcini in enormi sacchi provvidamente richiusi. Il peso e l'asfissia fanno il resto, senza i costi aggiuntivi per macchine e gas.

Coe ha ripreso quel passaggio da informazioni reali. Anche in Italia al giorno d'oggi, del resto, le cose non sono poi troppo diverse, come si può vedere in questo filmato.

E scritto ciò, vado a farmi una frittata con le uova di Alessandro.

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Scaffali, arrampicata e Partito Democratico

Ci sono cose che so di non saper fare ancora prima di provare a farle, tanto che, appunto, neppure ci provo. Per esempio, a causa di un problema alla schiena non potrò mai correre la maratona. Lo sognavo da ragazzo. Non posso. Pazienza.
Ce ne sono altre che non sapevo di saper fare finché non ho provato. Nella foto, per esempio, il mio ultimo lavoretto di falegnameria.
E per finire, ci sono quelle che ho scoperto di non saper fare dopo aver provato a farle. In gioventù tentai l'arrampicata libera smettendo prima di cominciare. Nel senso letterale, cioè non riuscii neppure a superare il primo semplice passaggio.

Questa carrellata di ovvietà mi è venuta alla mente dopo aver seguito la relazione di Pierluigi Bersani alla riunione di oggi della direzione del Partito Democratico. Bersani ha detto varie cose: che pubblicheranno i progetti di legge in rete; che non sono possibili accordi con la destra berlusconiana; ha letto il programma del PD. Come accade, qualcosa può essere condiviso ed altro no.

Il collegamento fra le mie esperienze di vita e la relazione di Bersani nasce da una considerazione. Io, quando scopro di non saper fare una cosa, non la ripeto e, soprattutto, non chiedo ad altri di darmi fiducia, per esempio finanziando una mia spedizione verso la cima del Monte Bianco. La cosiddetta “classe politica”, al contrario, ripropone se stessa a prescindere dai risultati, tale e quale quei manager che si attribuiscono premi e buonuscite anche se l'azienda è tracollata.

Come ho già ricordato in un altro articolo, il debito pubblico italiano a novembre 2012 ha toccato il massimo storico di 2.020,668 miliardi di euro. Colpa di chi ha governato la nostra Repubblica, evidentemente, e di chi non ha saputo (né voluto, come reso evidente dalla celebre dichiarazione di Luciano Violante del 28 febbraio 2002, disponibile qui in video e qui, a pagina 75, nel resoconto stenografico ufficiale) fare opposizione.

Qualsiasi proposta non è credibile se non lo è anche chi la avanza. Così, a mio parere, onestà vorrebbe che anche Bersani si dedicasse agli scaffali e lasciasse perdere l'arrampicata. Ma non accadrà. Il motivo? L'ha spiegato lui stesso nella relazione. Ha detto a un certo punto: “Il Movimento 5 Stelle si aspetta un'autodistruzione del sistema politico?"

Autodistruzione? Ma certo che no.

Io, Spencer, Ernest, Alex e Celeste

Fra le immagini cinematografiche che mi accompagnano dall'adolescenza c'è quella di Spencer Tracy che, nei panni del pescatore Santiago, disputa l'estenuante sfida a braccio di ferro nel film (del 1958) tratto dal capolavoro di Ernest Hemingway Il vecchio e il mare. Per quanto fossi rimasto colpito dalla storia, lessi il romanzo solo molti anni dopo. Il libro stette a lungo nella piccola sezione della mia libreria dove conservo i capolavori, prima di finire triturato dalla cronica mancanza di spazio delle case in cui ho abitato.

Ma, evidentemente, la tenacia di Santiago si dispiega oltre le sfide vittoriose col negro di Cienfuegos e le grandiose sconfitte nella lotta coi pescecani. Dopo decenni, così, accade che io parli a mia figlia di come Hemingway abbia saputo rendere vivo il personaggio e la storia usando soltanto le parole necessarie; ne bastano poche e sei già intriso di salsedine, bruciato dal sole e con lo sguardo vigile ai movimenti della lenza. Pochi mesi fa mia figlia torna da un incontro che la sua scuola ha organizzato con alcuni autori russi di cinema d'animazione. Fra questi autori c'è Alexander Petrov, vincitore nel 2000 del premio Oscar per il miglior cortometraggio d'animazione con la sua poetica (e tecnicamente strabiliante) versione de Il vecchio e il mare.

E si arriva a gennaio di quest'anno. Per il mio compleanno, sempre mia figlia mi regala due libri e uno di questo è Il vecchio e il mare, che così rileggo ancora una volta, rimanendone catturato come sempre.

È proprio delle grandi narrazioni attraversare tanta vita anche con una storia che per protagonista, in fondo, ha quella morte che nessuna tenacia, per quanto grandiosa, può sconfiggere. Rimane il senso che l'esistenza riceve dall'impegno coerente, mantenuto anche quando si è consapevoli che vale soltanto come testimonianza. In questo senso, la mirabile creazione di Petrov è a sua volta suggestiva, realizzata com'è mediante una tecnica che non conserva i disegni necessari per i vari fotogrammi. Persa la materia della vita, rimane il ricordo. E questo è tutto.

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Banca Etica, gli opportunisti e il Movimento 5 Stelle

In questi ultimi giorni si sono verificati due fatti diversi e distanti ma che è possibile collegare: il grande successo elettorale del Movimento 5 Stelle, da un lato, l'inchiesta giudiziaria sulla compravendita del senatore Sergio De Gregorio ad opera di Silvio Berlusconi, dall'altro.

Quanto a De Gregorio, egli fa parte della discreta serie di singolari personaggi saliti sul carro dell'Italia dei Valori, il movimento politico formatosi attorno a Antonio Di Pietro, per valorizzare soprattutto se stessi.

Quanto al successo del Movimento 5 Stelle, è facile prevedere che fra le sue conseguenze ci sarà un infoltimento repentino delle sue fila. Molti saranno in buona fede, altri no, mentre fra le accuse più ricorrenti rivolte a Beppe Grillo c'è quella di controllare in modo quasi poliziesco requisiti e dirittura morale (secondo i parametri di Grillo stesso, ovviamente) dei portavoce del Movimento. Eppure, vivendo in Italia, non dovrebbe apparire tanto sconclusionata una determinazione feroce nel provare a evitare l'ingresso last minute di persone che vedono nel movimento non un'occasione d'impegno ma un'opportunità di visibilità personale.

La ricerca di una effettiva democrazia interna a un'organizzazione, del resto, pone diverse questioni. Una di queste è richiamata in quello che considero un bel passaggio del Codice Etico di Banca Popolare Etica. Lo riporto per intero.

Non opportunismo dei soci attivi

I soci che partecipano in maniera più attiva alla vita della Banca hanno maggiori opportunità di esercitare un'influenza nei principali eventi che caratterizzano la vita societaria, con il rischio di agire in base a un orientamento personale che non tenga conto sufficientemente delle posizioni dei soci meno attivi, limitandone così l'esercizio della partecipazione.

Al fine di ridurre tale rischio, BancaEtica:

1. si impegna a tenere tutti i soci, anche quelli meno attivi, costantemente aggiornati e informati sulle questioni rilevanti inerenti alla vita societaria;

2. adotta modalità partecipative diversificate in occasione dei momenti più importanti della vita societaria, al fine di favorire il maggior coinvolgimento possibile nei processi decisionali.

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