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Dichiarazione di vuoto (da riempire)

Dunque ci siamo anche stavolta. Fra due giorni, il 24 e 25 febbraio, si voterà per rinnovare la composizione del Parlamento italiano. Davanti a noi cittadini, così, ecco la consueta serie di opzioni: non votare, astenersi oppure votare e, se lo si fa, per chi. Fra i milioni di parole spese per motivare l'una o l'altra scelta, ho letto con attenzione quelle affidate ai rispettivi blog da due persone che seguo quando posso, ma con una certa continuità. Mi riferisco a Barbara Collevecchio e Simone Perotti.
Sperando che mi perdonino la sintesi drastica delle loro argomentazioni (che, comunque, potete conoscere per intero qui e qui) provo a riassumerle.

Barbara Collevecchio non si riconosce (e rifiuta) nella politica dei partiti, delle istituzioni, dei leader-imbonitori vecchi e nuovi, tutti distanti dalla vita delle persone e, in definitiva, dall'idea stessa di democrazia partecipata. Perciò non voterà, senza che per questo possa accettare di sentirsi dire che la sua scelta è assenza o disimpegno. Al contrario, Barbara Collevecchio sceglie la cosiddetta politica dal basso, quella fatta di azioni dirette e concrete, attuate nel proprio contesto familiare, sociale e professionale, in vista della necessaria rivoluzione culturale che ci renda indipendenti e non più gregari di imbonitori.

Simone Perotti, anche lui, non voterà. Non vuole essere neppure lontanamente corresponsabile di una politica e di scelte che vanno nella direzione opposta a quella che vorrebbe. Neppure vuole unirsi "alla moltitudine che avalla con una croce" l'idea di una finanza egemone e di una economia sconsiderata. Ad aggravare le cose, aggiunge Perotti, è il nostro sistema elettorale, i cui meccanismi interni, ulteriore paradosso, sono già il primo momento di esautorazione della volontà popolare. E allora, se minoranza deve essere, insomma, che lo sia fino alle estreme conseguenze, in una sorta di replica in grande formato dell'Aventino parlamentare del 1924. E poi che fare, dunque? Agire, vivere diversamente, testimoniare le nostre scelte attraverso il traffico dove non saremo, i rifiuti che tenteremo di limitare e differenziare, le relazioni autentiche che tenteremo di costruire. Saranno queste, conclude Perotti, le nostre elezioni quotidiane, nelle quali l'azione di ogni giorno si sostituirà alla matita adoperata una tantum.

Ho letto con interesse e molto ho condiviso, più di tutto il richiamo alla coerenza quotidiana delle nostre azioni, all'importanza di esprimerci concretamente in quello che rientra nel nostro raggio di azione. Però, almeno a mio parere, tutto ciò non basta. Viviamo in una società assai complessa. Per andare a Roma a trovare i miei anziani genitori ho bisogno di strade, ponti, linee ferroviarie. Mia figlia ha bisogno di un sistema di istruzione pubblica che funzioni. Un mio amico disabile ha bisogno di una rete di provvidenze sociali e servizi sanitari che va oltre le possibilità di qualsiasi singola persona. In molti desideriamo una struttura sociale diversa da quella attuale: più democratica, più giusta, più partecipata, più al servizio dei cittadini. Questa struttura diversa, però, non è quella attuale nella quale tutti viviamo. Un solo imbecille che preme un pulsante alla Camera o al Senato può devastare il terreno pazientemente concimato da migliaia di azioni quotidiane, comprare un inutile cacciabombardiere e far chiudere dieci ospedali, alzare l'IVA di un punto e regalare ai farabutti l'impunità per i capitali esportati illegalmente all'estero.

Anche soltanto dal punto di vista tattico, perciò, provare a limitare il numero degli arrivisti di lungo corso e dei disonesti consumati potrebbe avere un senso. Almeno, è con questo spirito che io voterò. Sperando che Barbara Collevecchio mi perdoni e che Simone Perotti non mi consideri correo della finanza egemone, della politica prona, della crescita a oltranza e dei sacrifici imposti dalla catena del lavoro-produco-consumo-spreco-inquino. Quanto a me, continuerò a seguirli con attenzione perché di due cose almeno sono certo: che occorre sempre ridiscutere le proprie convinzioni e che, per farlo, c'è bisogno di tutte le persone oneste e libere di mente.

Le due sorelle di Tommaso Landolfi

Fra le poche certezze che ci accompagnano nel corso della vita c'è la bella figura che si fa quando in una conversazione, anche dalle più modeste ambizioni culturali, si lascia cadere con noncuranza l'apprezzamento per una qualche opera di Tommaso Landolfi (1908-1979). Figura appartata, vagamente misteriosa, tanto desideroso di essere pubblicato da cambiare editore se il suo tardava a far uscire un libro e però, in vita, assente per scelta dai cosiddetti “salotti letterari”; oppresso dal vizio del gioco ma, infine e soprattutto, autore dallo stile curatissimo e, a volte, deliberatamente incomprensibile, Landolfi è uno di quegli autori che dispensano un'aura da raffinato intenditore di letteratura a coloro che, appunto, lo citano. Non mancherò di avvalermi di un simile beneficio e perciò informo i miei lettori d'aver letto recentemente il racconto Le due zittelle, un testo che lo stesso Landolfi, stando alla nota finale dell'edizione Adelphi da me letta, considerava forse il suo migliore.

La storia è presto detta. Due anziane e devote sorelle, Lilla e Nena, sono al centro della singolare comunità formata da loro, dalla domestica Bellonia e dalla scimmia Tombo, finita in casa quale dono di un loro fratello marinaio, poi morto in terre lontane. Un giorno, una suora si presenta a casa delle due sorelle segnalando che Tombo è sospettato d'aver violato la cappella del monastero. Dopo opportuni appostamenti, si scopre che la scimmia ha davvero imparato ad aprire la sua gabbia per andare nottetempo nella cappella a simulare il rito religioso, con tanto di consumazione di ostie e vin santo. È a questo punto che il destino dell'animale sacrilego è affidato al giudizio di due religiosi, l'anziano monsignor Tostini e il più giovane padre Alessio. Dopo una delle più strabilianti dispute teologiche della storia della letteratura, prevale l'opinione del prelato anziano, dunque la condanna della scimmia, uccisa di propria mano dalla sorella Nena.

Non conosco abbastanza Landolfi da poter dire quanto ci sia di programmatico nel dissacrare le forme esteriori della religiosità, ma non si può fare a meno di notare, credo, che Le due zittelle sia stato scritto e pubblicato a metà degli anni Quaranta del secolo scorso, cioè in un'Italia scossa dalla guerra, gonfia di retorica, con un basso livello di istruzione e la presenza forte della Chiesa a condizionare mente e condotta di larghi strati della popolazione. Landolfi travolge tutto con la sua scrittura, una storia singolare e chissà, forse una punta di aristocratico disprezzo.
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Tre biblioteche per una tesi

Fra il 1988 e il 1991 (ebbene sì, per completarla ho impiegato tre anni) la preparazione della mia tesi di laurea mi condusse in tre biblioteche. Erano anni ancora senza Internet, i computer stupivano, i mouse erano visti come una diavoleria non del tutto utile, le webcam erano ipotesi dei film di fantascienza. Quanto alle applicazioni, se adesso alzo lo sguardo alla barra degli strumenti di Open Office conto 40 icone che mi permettono di impostare quasi tutto con un clic. Vent'anni fa, per la tesi, stampai un intero capitolo sottolineato perché avevo dimenticato di digitare il comando Ctrl+S dopo una parola che si trovava in apertura del testo.

Erano anni ancora senza Internet ed io, senza sapere a che cosa sarei andato incontro, mi trovai ad affrontare lo studio della cosiddetta “autoquestione di incostituzionalità”, un istituto giuridico previsto dalla legge che, nel 1979, aveva istituito il Tribunale Costituzionale della nuova Spagna democratica.

La metafora del viaggio vale anche per la redazione di una tesi di laurea. Nel mio caso, però, il viaggio fu reale. Anzi, i viaggi. Il materiale che mi era necessario, infatti, l'avrei trovato in tre biblioteche diverse, nessuna delle quali nella città di Pistoia, dove vivevo, e tutte destinate a lasciare una traccia indelebile nella mia memoria.

Ma un blog ben fatto, ho sempre pensato, non deve avere articoli troppo lunghi. Perciò chiudo anticipando soltanto di quali biblioteche si trattava: la biblioteca del Real Colegio de España a Bologna, quella del Centro de Estudios Constitucionales a Madrid e quella dell'Istituto Universitario Europeo, a Fiesole, vicino Firenze.

P.S.
Nella foto, l'immagine in testa alla home page del sito della Facoltà di Scienze Politiche "Cesare Alfieri" di Firenze, presso la quale mi sono laureato.

 

Arto Paasilinna e la storia della sua Finlandia

Sangue caldo, nervi d'acciaio è l'ultima opera tradotta in italiano dello scrittore finlandese Arto Paasilinna, uscita nel 2012 per la consueta cura dell'editore Iperborea. Il libro ricostruisce la storia della Finlandia degli ultimi novant'anni ma, naturalmente, attraverso la lente scanzonata, e a volte irriverente, di Paasilinna.

Lo stile è, come sempre, efficacissimo. Si comincia a leggere e si ha la sensazione di andare subito al galoppo. Quanto al taglio dello sguardo, una citazione vale più di mille commenti. Tuomas Kokkoluoto, il padre del protagonista Antti, si adopera per far seppellire i due fratelli Jaakkola, rimasti uccisi nel corso della guerra civile alla quale partecipavano dalla parte dei rossi. Il rappresentante della chiesa di Toijala, contattato da Tuomas presso la “camera mortuaria della città, dove eroi bianchi e rossi venivano conservati fianco a fianco”, accoglie la richiesta, non senza prima sottolineare che “... non era così ovvio, di quei tempi, mettersi a spedire cadaveri di rossi su e giù per il paese. Tuttavia, per pura carità cristiana, in quel caso era disposto a fare un'eccezione.

Due giorni dopo, nella stazione di Ykspihlaja entrò sbuffando un treno con un pianale merci attaccato in coda. Sul pianale cinque bare, e quaranta botti di burro destinate all'Inghilterra.”
(PAASILINNA, Arto, Sangue caldo, nervi d'acciaio, Milano, Iperborea, 2012, p. 34).

Il libro è tutto così, sempre sul crinale fra la compassione e una punta di disprezzo per tanto agitarsi degli esseri umani in nome di convinzioni e convenzioni che sfociano così facilmente in tragedia, quando la vita, almeno un po', potrebbe essere più semplice.

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Accesso agevolato al microrazzismo

Forse esagero, forse no. Comunque … Fra carte di casa ritrovo un opuscoletto riepilogativo delle misure di sostegno economico adottate da soggetti pubblici e privati della provincia di Pesaro e Urbino, in collaborazione, in favore delle persone più colpite dalla crisi economica. Cose semplici ma concrete: proroghe nei pagamenti delle bollette, sconti sui trasporti scolastici, accesso agevolato a microcredito … Fin qui, tutto bene. Ma leggo anche che, per usufruire degli aiuti, i cittadini extracomunitari devono essere residenti nel territorio provinciale da almeno cinque anni. E da qui, meno bene.

La crisi c'è per tutti, le risorse per gli aiuti sono molto limitate, è doloroso ma bisogna stabilire delle priorità. Tuttavia, perché un norvegese può accedere al microcredito il giorno dopo essersi stabilito nel territorio provinciale e un tailandese deve aspettare cinque anni? Che cosa ha di diverso la loro condizione di bisogno?

E anche volendo pensare ad una scelta di favorire l'assegnazione di risorse locali a chi ha un rapporto non troppo recente né occasionale con il territorio, ecco che la questione si pone negli stessi termini di prima. Perché un cileno residente da quattro anni non può usufruire di un rinvio nel pagamento di una bolletta e un polacco appena arrivato, invece, sì?

Le condizioni oggettive di bisogno non conoscono passaporti. Ecco perché pretendere soltanto dai cittadini extracomunitari che risiedano nella provincia da almeno cinque anni appare come una piccola declinazione del razzismo.

Il principio di Peter e il Movimento 5 Stelle

Nel 1969 i canadesi Lawrence Johnstone Peter (a sinistra nella foto) e Raymond Hull (docente universitario il primo, sceneggiatore il secondo) pubblicarono Il principio di Peter, un saggio divenuto celebre per la formulazione del principio di incompetenza. Argomentando con un tono umoristico, i due autori arrivano a concludere che sempre, nelle organizzazioni che agiscono secondo uno schema gerarchico, ogni persona sale nella scala decisionale fino a raggiungere un posto per il quale non è adatta. Per necessaria conseguenza, tutto il lavoro viene svolto da chi ancora non ha occupato la posizione gerarchica per la quale è inadeguato.

Il principio di Peter, cito da Wikipedia, è un caso speciale della generalizzazione “... Ogni cosa che funziona per un particolare compito verrà utilizzata per compiti sempre più difficili, fino a che si romperà.”

Non mi spiego come mai il principio di Peter, che tanto si presterebbe allo scopo, non sia mai stato citato nel profluvio di articoli e dichiarazioni con cui commentatori di ogni sorta hanno esaminato la crescita (tumultuosa, a dar retta ai sondaggi) del consenso degli italiani al Movimento 5 Stelle in vista delle prossime elezioni politiche del 24 e 25 febbraio. Gli esponenti del M5S, magari bravi nel gestire un comitato per l'acqua pubblica o a sfilare contro la galleria per l'alta velocità ferroviaria in Val di Susa, raggiungerebbero in Parlamento quei posti per i quali non sono adatti, con gran danno per gli italiani e per la gioia dei sostenitori del principio di incompetenza.

Come accade a molte osservazioni brillanti, parte dell'attrattiva del principio di Peter deriva dal fare luce su una delle due facce del problema lasciando in ombra l'altra. Infatti, mentre si può accettare che, in partenza, si è tutti incompetenti quando ci si fa carico di un ruolo nuovo e superiore, non è vero l'inverso, cioè a dire che chiunque cominci a svolgere un ruolo nuovo e superiore non possa mai raggiungere il livello di competenza necessario.

Se il principio di Peter fosse una verità assoluta, l'umanità non avrebbe mai conosciuto alcun progresso.

 

Antonio Bonacchi e la didattica del software

La prima pubblicazione di una mia pagina web risale a più di dieci anni fa. L'aspetto del sito era abbastanza sobrio, tuttavia adoperavo in abbondanza i colori, diversificando anche cromaticamente le diverse sezioni del sito stesso. Fin da allora lo realizzai personalmente, senza conoscere il linguaggio html, usando un software oggi non più in commercio di cui, in un'ora di conversazione, un amico mi spiegò i primi (e, per me, anche ultimi) rudimenti. Dopo annose vicissitudini, fra gli strumenti open source disponibili ho voluto provare non con Word Press, il più diffuso e forse il più semplice da utilizzare, non con Typo3, col quale aggiorno personalmente, per la parte che mi compete, il sito web dell'ente per cui lavoro, ma Drupal, di cui molti dicono un gran bene ma, onestamente, non mi sembra affatto intuitivo. Un breve corso che ho frequentato ha lasciato tracce sbiadite nella mia memoria. Nei momenti di difficoltà, ricorro a Antonio Bonacchi, l'ormai "storico" fornitore dello spazio web che ospita il mio sito.

Quando ho dei problemi tecnici, Antonio ha di buono che sa di dover scendere al mio livello. Non sono un informatico, non conosco i linguaggi di programmazione, ho scoperto da poco, dopo che ne sono un utilizzatore da almeno quattro anni, che i CMS si appoggiano a un database e, soprattutto, quali sono le conseguenze operative di questa caratteristica. Però sono convinto che le conoscenze informatiche siano un linguaggio che oggi si dovrebbe apprendere, come l'inglese.

La diffusione della conoscenza, tuttavia, esige che chi insegna comprenda i passaggi che la mente dell'allievo deve affrontare e risolvere. Troppo spesso, invece, negli informatici noto una tendenza a compiacersi del loro sapere, e una scarsissima predisposizione a far sì che un bagaglio tecnico importante diventi un patrimonio culturale diffuso. Così, quando incontro persone come Antonio Bonacchi, disposte a spiegare il funzionamento di un'applicazione come una volta si insegnava a scrivere, cioè cominciando dalle aste e dai cerchi, quasi mi commuovo.

Storie di biblioteche

A giugno del 2012, fra le iniziative prese per festeggiare il suo decimo compleanno, la biblioteca San Giovanni di Pesaro organizzò due interessanti incontri su come le biblioteche fossero rappresentate nel cinema e nella letteratura. Riguardo a quest'ultima, le relazioni segnalarono una differenza fra gli scrittori stranieri (specialmente di area anglosassone) e quelli italiani. I primi, quando decidono di farlo, includono la biblioteca fra i luoghi in cui può accadere qualcosa perché la biblioteca, nel loro contesto socio-culturale, è uno dei luoghi della comunità. Per gli scrittori italiani, invece, la biblioteca (e più esattamente: la biblioteca pubblica) è una ulteriore occasione per lamentarsi dell'inefficienza e dell'ottusità con le quali agisce la pubblica amministrazione. Non è così sempre e comunque, ma neppure è raro. E quando accade, per quanto il tono sia ironico la sostanza non cambia: anche in biblioteca il cittadino è vittima di ritardi e regole astruse, oltre che prive di un qualsiasi senso. Data la brevità dell'esempio, cito un divertente brano di Daniele Luttazzi:

"Caro Daniele, perché hai fatto medicina? Per vocazione: un giorno entro in una biblioteca e chiedo se hanno un libro sulla manovra di Heimlich, quella che serve a liberare chi sta soffocando dal bolo che gli è andato di traverso. La bibliotecaria mi fa: 'Guardi sullo scaffale in fondo, quello più in alto'. Prendo la scala, salgo, cerco il libro, torno dalla bibliotecaria. 'Ha dimenticato la scala'. Vado, rimetto a posto la scala, torno. 'Vorrei prendere questo libro.' 'Ha la tessera della biblioteca?' 'No.' 'Costa 8.700 lire.' Gliene do diecimila. 'Non ho il resto. Questa è una biblioteca, non una banca.' Riprendo la scala, rimetto il libro sullo scaffale in alto, vado in banca a cambiare i soldi. 'Si questa è una banca. Eccole i soldi.' Torno in biblioteca, compro la tessera, prendo la scala, prendo il libro sulla manovra Heimlich, torno in macchina, ma ormai la mia ragazza è morta soffocata.” (LUTTAZZI, Daniele, Satyricon, Milano, Mondadori, 2001, p. 127-128).

Questa visione amara non è priva di un reale fondamento ma, a mio parere, denota anche la tendenza, diffusa fra noi italiani, a rivendicare individualmente anziché risolvere collettivamente. Mi spiego meglio: un gran numero di persone è pronto a lamentarsi perché deve aspettare troppo per avere un libro in prestito ma, una volta fuori della biblioteca col libro desiderato, non spende una goccia del suo tempo per chiedere un miglioramento generale del servizio o, magari, sostenere in qualche modo chi vorrebbe migliorare le cose a beneficio di tutti.

È per questo che vorrei parlare, da oggi in poi, delle biblioteche per quello che sono state nella mia esperienza: luoghi nei quali ci si apre al mondo attraverso il momento intimo della lettura. E non soltanto questo.

Ai prossimi articoli, dunque.

Ahmed Baba e i sei ladroni

Apprendo dagli organi d'informazione due notizie geograficamente lontane ma culturalmente meno distanti di quanto possa sembrare.

Sul sito web del Corriere della Sera, ieri 28 gennaio 2013 potevamo leggere: Mali, i jihadisti bruciano libri antichissimi. L'occhiello del titolo rincarava: Scempio a Timbuctù, dove è stato dato alla fiamme l'Istituto Ahmed Baba che contiene oltre 20mila preziosi manoscritti.

Oggi, invece, sullo stesso sito potevamo leggere: Libri rubati, Dell'Utri indagato per concorso in peculato, Sotto il titolo, l'articolo riferiva la notizia dell'arresto di sei persone coinvolte nella sparizione di 1.500 libri (antichi) dalla Biblioteca dei Girolamini, a Napoli. L'indagine dei magistrati napoletano coinvolge anche il senatore Dell'Utri al quale, a differenza dei jihadisti, il sito del Corriere concedeva il diritto ad una replica, debitamente citata in chiusura dell'articolo. "Riguardo al suo presunto coinvolgimento nella vicenda, Dell'Utri ha spiegato all'Adnkronos di essere «già stato ascoltato dalla Procura». «È una bufala, una balla assoluta - sottolinea - Io non c'entro assolutamente niente»".

Fatto sta che in Mali bruciano i libri antichi (anzi, antichissimi, per maggiore orrore di noi occidentali) mentre a Napoli (per la precisione: alla Biblioteca dei Girolamini) li rubano ma con l'accortezza, sospettano gli inquirenti, di regalarne un paio a un senatore della Repubblica, che male non fa.

L'esperienza che abbiamo e il Movimento 5 Stelle

L'Italia di questi giorni sta osservando, chi con curiosità, chi con entusiasmo e chi con preoccupazione, alla crescita di quel Movimento 5 Stelle (M5S) che, formatosi attorno al comico Beppe Grillo, parteciperà per la prima volta alle elezioni politiche, le prossime fissate per il 24 e 25 febbraio 2013.

Ascoltandole parlare, o leggendo le loro note biografiche, le persone che il M5S ha candidato al Parlamento appaiono persone comuni, impegnate volontariamente sui temi che hanno a cuore: dalla tutela dell'ambiente allo sviluppo delle reti informatiche, dall'agricoltura alla qualità della vita. A volte il loro impegno nasce dalla loro esperienza di vita: la difesa della scuola pubblica perché sono genitori con figli; l'attenzione alla gestione dei rifiuti perché sono contrari all'inceneritore vicino casa.

La prima, la più comune e la più facile critica rivolta al M5S è perciò quella di candidare al governo dell'Italia persone senza esperienza politica e amministrativa. Più che una critica, è la constatazione di un fatto: i candidati del M5S non hanno precedenti esperienze in Parlamento né di Governo. Questo fatto, però, non è l'unico. Per esempio, è un fatto che il debito pubblico italiano a novembre 2012 ha toccato il massimo storico di 2.020,668 miliardi di euro (la fonte è il Bollettino statistico della Banca d'Italia), così come è un fatto che, mentre raggiungevamo questo bel record, alla Camera, al Senato e al Governo c'erano persone di provata esperienza politica e parlamentare, nonché tutti laureati.

Sono proprio i fatti, dunque, a dirci che l'esperienza politica e parlamentare non sembra essere l'ingrediente decisivo per la formazione di un buon governante e che, forse, potrebbero essere importanti anche altri fattori personali: il senso della comunità, l'assenza di interessi privati nel gestire la cosa pubblica, la tanto sbandierata onestà. Senza contare che l'esperienza serve ma, appunto, è il frutto di un percorso che ha un suo inizio. Anche Giulio Andreotti, in Parlamento senza interruzioni dal 1948, all'inizio non aveva "esperienza".

P.S.
Nella foto, l'immagine di Donatella Agostinelli, capolista M5S nella circoscrizione Marche.

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