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Non ci resta che piangere

Non ci resta che piangere è il film (del 1984 scritto, diretto e interpretato da Roberto Benigni e Massimo Troisi) con la famosa e spassosissima scena della dogana. Nell'arco di pochi minuti, per necessità o per caso, i due protagonisti si trovano a dover fare più volte avanti e indietro proprio in corrispondenza del posto doganale e l'esattore, che ripete come un pappagallo sempre le stesse domande senza curarsi di chi ha davanti, ogni volta li ferma e chiede il versamento della tassa di passaggio.
 
L'ambientazione del film è medievale, quando realmente innumerevoli confini che racchiudevano come bachi nel bozzolo stati, feudi e staterelli che affollavano la penisola italiana. Oggi, invece, siamo ai tempi del Web, della rete informatica mondiale, del mondo globalizzato, un clic su Twitter ed un istante dopo tutto il pianeta Terra, se non ha altro da fare, apprende che hai appena fatto la pipì.
 
Ma le barriere, uscite dalla porta, stanno rientrando dalla finestra e in un modo anche più invasivo di prima. Non è più necessario recarsi di qua e di là per avere un'informazione o per pagare una bolletta, è vero, come è vero che per avere la stessa informazione, o pagare la medesima bolletta, si deve accedere alla rete Internet e digitare "nome utente" e password.
 
Nei giorni scorsi ho riordinato l'elenco dei nomi utente e password che devo utilizzare a casa e sul lavoro. Ho una vita abbastanza ordinaria: il lavoro, qualche obbligo sociale, qualche interesse personale. A volte mi sono avventurato negli acquisti online. Ebbene, alla fine della mia ricognizione ho constatato che per pagare le bollette, accedere al conto in banca, controllare la carta di credito, acquistare i biglietti ferroviari, gestire questo sito Internet, controllare la posta elettronica e qualcos'altro, più accedere alle diverse applicazioni che devo utilizzare per lavoro, alla data del 7 gennaio 2013 contavo la bellezza di 81 nomi utenti e relative password. Ciò significa che se per caso dovessi utilizzare tutte le applicazioni e i siti nei quali sono registrato, nella giornata dovrei inserire 162 "stringhe" di caratteri. Le stringhe, va da sé, non sono quasi mai identiche. Chi chiede che la password sia di almeno sei caratteri, chi di almeno otto, chi vuole che ci siano lettere e cifre, chi ammette i caratteri speciali e chi no. Questa torta ha pure due ciliegine: la prima sono i siti che ti obbligano a cambiare la password ogni tot di tempo; la seconda sono le applicazioni che ti scollegano se non invii alcun comando in un lasso di tempo stabilito. Non si finisce mai.
 
Insomma, la vita 2.0 è avvolta da mille doganieri che a ogni passo ci chiedono un fiorino. Rispetto al Medioevo c'è il vantaggio che i doganieri sono tutti radunati nello schermo del nostro computer, a pochi centimetri da noi. Nonostante questo, guardando la mia lista di nomi utente e password, anche a me è venuto da dire: non ci resta che piangere.

Non siamo Messi bene, perciò rimpiango Baggio

Sperando di distrarmi dalle difficoltà quotidiane e dalle miserie della politica italiana, mi sono avventurato nella visione dei 91 gol realizzati dal calciatore Lionel Messi nel 2012. Dopo una decina di minuti (tanti ne occorrevano per vedere tutte le oltre novanta reti) sono andato a cercare qualche filmato di Roberto Baggio.

Se bastassero i numeri a colpire l'immaginazione, le statistiche susciterebbero un entusiasmo incontrollabile, la gente farebbe la coda per procurarsele e scenderebbe in strada cantando. I caroselli di auto sarebbero avvolti da un coro di clacson mentre i passeggeri che si sporgono dai finestrini, con una mano sventolerebbero le bandiere e con l'altra il Guinness dei primati o, meglio ancora, uno degli annuari pubblicati dalle federazioni sportive che riportano l'elenco delle migliori prestazioni stagionali. Invece non è così. Quello che incanta è il momento magico nel quale l'atleta si esprime a un livello superiore, l'istante in cui lo spettatore vede qualcosa che, prima, non aveva neppure immaginato. Quello che si imprime nella memoria è il gesto che ci restituisce il senso di meraviglia che abbiamo provato soltanto da bambini, quando ci si sorprendeva per le piccole e grandi scoperte della vita.

Ho visto tutti i 91 gol realizzati da Messi nel 2012. Qualche rigore, più d'una rete segnata a porta vuota, un paio di pallonetti e tanti tiri che sembravano sempre lo stesso. Nessuna marcatura che stupisca per l'invenzione, la fantasia. Riconosciuta a Messi una notevole precisione al tiro, chi ha potuto ammirare Maradona o Roberto Baggio non può fare a meno di avvertire una sottile nostalgia.

Di Maradona paragonato a Messi scrissi già. Oggi chiudo ricordando due reti spettacolari di Baggio. La prima è una punizione in cui al pallone è impressa una traiettoria incomprensibile agli umani. La seconda (dal secondo 17 del filmato) è un capolavoro di fine carriera, lo stesso tocco morbido e sorprendente dei suoi vent'anni. Buona visione.

Saverio Raimondo, Franca Valeri, il boom e lo sboom

Ieri 6 dicembre (2012! se si leggesse questo articolo fra chissà quanto tempo), a Pesaro, nella Sala della Repubblica del Teatro Rossini e per iniziativa della Biblioteca San Giovanni, ho assistito a uno spettacolo teatrale che comprendeva due brevi monologhi di Saverio Raimondo. Il primo di essi basava la propria comicità sul racconto del denaro e del lavoro (quello "normale", retribuito) come esperienze lontanissime nel tempo, ricordi che è possibile ottenere soltanto scavando a fondo nella propria memoria.

Raimondo ci fa ridere, amaramente, obbligandoci a guardare la realtà, e cioè a quanto cose vicine nel tempo ci appaiano lontanissime dalla nostra attuale percezione del mondo, della vita, del futuro. "Vi ricordate quella cosa là, la ... la ... il lavoro! Tu lavoravi, e loro ti davano i soldi". Si ride ma ci si chiede: davvero è successo tutto così in fretta? E come è potuto accadere?

Il meccanismo comico praticato da Raimondo mi ha riportato alla memoria una geniale battuta di Franca Valeri. Il personaggio, la sora Cecioni, telefonava a un'amica per chiederle di portare "la pupa" ai giardinetti vicino casa, apprendendo che i giardinetti non esistevano più perché lì avevano costruito un palazzo. La sora Cecioni non se n'era accorta perché la finestra della camera che dava sui giardini aveva da un mese la tapparella guasta.
Ecco, in una battuta è condensato un momento storico, il boom economico degli anni Sessanta che, insieme a molto altro, fu anche una tumultuosa aggressione al territorio, con le città che crescevano a vista d'occhio in maniera scomposta e, spesso, abusiva. Su quel periodo sono state scritte decine di saggi, spesi milioni di parole. Franca Valeri lo racconta in due frasi.

Non manco di approfittare delle possibilità di condivisione offerte dalla moderna tecnologia e propongo due video coi monologhi di cui scrivo in questo articolo (la battuta che cito della Valeri è al minuto 2.25).

Felicità e tristezza del lettore nella terra degli iperborei

Ho letto, subendone lo strano fascino, il romanzo dell'islandese Jón Kalman Stefánsson La tristezza degli angeli (2012, Iperborea, pp. 384) che così si è affiancato ad altre opere di autori dell'area nord-europea andati a far parte delle mie letture. I titoli, come suol dirsi, sono pochi ma buoni. I tre che ricordo con maggiore soddisfazione sono del finlandese Arto Paasilinna (L'anno della lepre) e degli svedesi Björn Larsson (La vera storia del pirata Long John Silver) e Per Olov Enquist (Il medico di corte). In Italia questi autori sono accomunati dall'editore, la milanese Iperborea che in questo 2012, ha concluso i primi venticinque anni di attività.

Il primo loro libro che acquistai fu L'anno della lepre, e soltanto perché la copertina fu abbastanza bella da farmi superare la diffidenza verso un formato (i libri Iperborea misurano 10 x 20 cm) che mi pareva, e si confermò, abbastanza scomodo. Paasilinna si rivelò una gradevole scoperta e anche gli altri titoli di Iperborea, per così dire, non tradirono la mia fiducia (con la sola parziale eccezione, per i miei gusti, dell'olandese Kader Abdolah col suo Il viaggio delle bottiglie vuote).

Oggi che siamo in tempi duri per gli editori, coi libri che non si vendono, le librerie indipendenti che chiudono e quelle di catena che sembrano entrate in una spirale inarrestabile di perdita di senso, il libro appena letto di Stefánsson, e il ricordo degli altri che ho citato, conducono alla malinconica considerazione che sono e saranno tempi duri anche per noi lettori. Senza Iperborea, cioè senza editori che svolgano bene il loro mestiere, non avrei letto libri che meritavano di essere letti.

Consulto Wikipedia e rinfresco che Iperborea è una terra leggendaria della quale si riferiva l'esistenza in una zona lontanissima a nord della Grecia. Una terra perfetta dove il sole splendeva sei mesi all'anno ed il clima era sempre primaverile. Raccontata come sede di mille meraviglie, il termine iperboreo diventò per i greci sinonimo di “felice” e, soprattutto, dell'idea che ovunque, anche in luoghi ignoti, possiamo immaginare che ci siano felicità e bellezza.

La speranza è che, in qualche modo che ancora non so dire, la prossima fine dell'editore che produce manufatti cartacei (o anche elettronici) coincida con l'inizio dell'editore-operatore culturale che si dedichi alla parte più impegnativa e qualificante del suo lavoro, cioè quell'attività di ricerca, filtro e proposta che già adesso, almeno a mio parere, di quel lavoro può e deve essere il vero cuore.

P.S.
Questo articolo è frutto esclusivo di mie riflessioni. Ho aderito al sistema di vendite online di Amazon ma non ricevo e non riceverò compensi da Iperborea né da altri editori.

Meglio Messi o Maradona? Che domande, Maradona!

Inauguro la sezione “dibattiti oziosi” di questo blog con uno dei dilemmi oggi più in voga fra i perditempo da bar dello sport: meglio Messi o Maradona?

La prima considerazione del perditempo assennato è: non si possono paragonare giocatori di epoche diverse. Tuttavia non voglio sottrarmi alla risposta, tanto necessaria per evitare notti in bianco e distrazioni sul lavoro a causa del tormento, perciò dirò la mia.

Per me, Maradona rimane unico per almeno due motivi. Il primo è più importante è proprio legato al fatto che ha giocato in tempi diversi rispetto a quelli attuali. Tempi diversi non soltanto per le tattiche di gioco o i metodi d'allenamento ma, e si tratta di un elemento decisivo, per le regole del gioco. Negli anni Ottanta sui cui regnò Maradona non esistevano né l'espulsione del giocatore che sottrae fallosamente alla squadra avversaria l'evidente opportunità di segnare una rete (regola introdotta nel 1990) né l'espulsione per grave fallo di gioco (introdotta nel 1998). Queste due regole sono giuste (tutelano l'incolumità dei calciatori, oltre che la lealtà della competizione) ma disegnano un calcio diverso. Messi è rapido di movimenti, veloce, tecnico, spettacolare quando brucia gli avversari sullo scatto o supera in slalom difensori in serie ma non ha, come aveva Maradona, il pensiero di segnare sempre affiancato da quello di salvarsi le gambe. La carriera di Maradona è illuminata dal celebre gol all'Inghilterra ma anche segnata dal fallo subito nel 1983, frattura del malleolo e perdita del trenta per cento della mobilità della caviglia. I falli vengono commessi anche oggi ma l'atteggiamento dei difensori è indubitabilmente cambiato e chi attacca ha molte più possibilità di arrivare incolume al tiro. Forse Messi saprebbe comunque replicare le sue gesta anche con le regole di prima del 1990 ma, in assenza di controprova, mi sembra corretto notare che Maradona ha giocato in condizioni più rischiose.

Non è colpa di Messi neppure il fatto di giocare assieme ad altri fenomeni (Iniesta è il mio preferito) appena una spanna al di sotto di lui. Con tutto il rispetto, Maradona (insieme ad altri campioni come Careca) ha fatto vincere un Napoli imparagonabile (per difetto!) al Barcellona di Messi, o un'Argentina di cui vorrei sapere se fra gli appassionati di calcio (anche un po' in età come me) c'è qualcuno che, fra i seguenti, ricorda almeno altri due nomi oltre quello di Maradona: Pumpido, Brown, Cuciuffo, Ruggeri, Batista, Giusti, Burruchaga, Enrique, Olarticoechea, Valdano.

Detto tutto questo, ammetto che ognuno è influenzato dai propri ricordi. Ora il calcio lo seguo molto meno, mentre negli occhi rimarrà per sempre una magia di Maradona realizzata nel 1987 a velocità doppia contro il grande Milan di quegli anni. Il video s'impone. Godetevi lo spettacolo.

Il ciclismo

Il ciclismo è uno sport di fatica.

Il ciclismo, fra gli sport di fatica, è di quelli che invoglia ai toni epici. Fughe solitarie, salite impossibili, scatti fulminei, la disciplina ascetica degli specialisti nelle gare a cronometro... E questa varietà tutta all'aperto, col sole che picchia, sferzati dal vento, sotto scrosci d'acqua gelida...

La fatica del ciclismo è solitaria anche quando si è in gruppo e ci si aiuta, perché a spingere sui pedali ci sono solo due gambe, sempre le stesse, sempre le tue. Perciò anche l'ultimo arrivato riscuote il suo applauso. Anche lui ha lottato ed è arrivato in fondo.

Il ciclismo è fatto di gare che si svolgono lungo un percorso, anzi due: uno che si vede e l'altro che no. Anche il percorso che non si vede si snoda fra partenza e arrivo, ma è interiore, profondo, nascosto agli altri quasi per intero dalla monotonia del gesto atletico. Soltanto certi volti stravolti, a volte, denunciano la volontà ferrea di arrivare o, chi può dirlo?, un tale stordimento da fatica che non si aveva neppure la forza di smettere di pedalare.

Il ciclismo è fatto di milioni di pedalate. Nella monotonia di quel gesto, io credo, risiede la ragione di un ciclismo sport di leggende scritte e orali, ma poco adatto al cinema. Per quest'ultimo, meglio, assai meglio i dualismi esasperati del pugilato o di frazioni precise di certi sport di squadra, si tratti del touch down del football americano, del fuori campo nel baseball o del tiro da fermo nel gioco del calcio. Il cinema è duello evidente, non immersione silenziosa nelle proprie fibre fisiche e mentali, alla ricerca di quell'ultima stilla di energia che ti farà arrivare.

Il ciclismo è uno sport al quale mi sono appassionato fin da piccolo. Per le origini di questo mio interesse sospetto fortemente di mio padre, classe 1914, qualche trascorso da corridore amatoriale e, da giovane, la bici per incombenze che oggi strabiliano, come andare da Vizzini a Catania (130 km andata e ritorno, con le strade come potevano essere a metà anni Trenta) per comprare un po' di chiodi che occorrevano al fratello sellaio. Tanti chilometri percorsi in gioventù garantirono a mio padre anche il diritto di trasmettermi, oltre alla passione, il suo punto di vista sulla faccenda nel suo insieme. Così, per molti anni, il ciclismo affascinante per me fu solo quello delle grandi imprese. L'ammirazione incondizionata era riservata ai cosiddetti scalatori e alle spietate tappe di montagna, meglio se in condizioni climatiche proibitive. Gli specialisti delle cronometro erano sopportati, mentre si arrivava a nutrire una vera ostilità per i velocisti, parassiti della fatica altrui che si facevano belli pedalando fortissimo gli ultimi duecento metri. Poi almeno io ho cambiato idea, tanto da ammettere nell'Olimpo dei miei ricordi sportivi anche qualche volata e un paio di gare a cronometro. Ne racconterò, prima o poi.

Diverso differente ("Il profumo" - 6)

A rendere unico Jean-Baptiste Grenouille nel panorama letterario è la sua irrimediabile e assoluta solitudine. Il personaggio principale del romanzo Il profumo non ha odore. Questa sua caratteristica lo rende un diverso ma, a me sembra, differente da altre celebri figure di esiliati, emarginati, incompresi. L'assenza di odore, infatti, non cancella Grenouille alla vista ma lo rende invisibile alla coscienza degli altri. Le persone che incontra lo vedono con gli occhi, approfittano della sua abilità, sfruttano la sua forza fisica o usano la sua esperienza da eremita, ma non lo percepiscono davvero, non ne avvertono la presenza, lo dimenticano subito. Non ha odore, dunque non c'è.

Un frettoloso ripasso a memoria mi fa pensare che gli innumerevoli diversi presenti nella letteratura, invece, siano accomunati dal fatto che gli altri si relazionano con la loro diversità. Si tratti di deriderli, di evitarli, di amarli follemente oppure di opprimerli, fra il diverso e gli altri esiste un'interazione. Il percorso di Grenouille, così, risulta anomalo e originale perché assolutamente separato dal mondo in cui vive. Grenouille non è il brutto anatroccolo, prima deriso e poi ammirato. Non è la Sirenetta, interiormente combattuta e contesa da due mondi. Non è Gregor Samsa, tollerato da quella sua famiglia che, però, si volge dall'altra parte per non vedere l'insetto nel quale Gregor si è trasformato. Non è Don Chisciotte, attorno al quale gravitano inconsapevolmente tutti coloro che lo deridono o lo tutelano suo malgrado.

L'elenco potrebbe continuare: Quasimodo, Rigoletto, la Bestia ... Aggiungo soltanto che Grenouille non è neppure Achab. L'ossessione (uccidere la balena bianca, creare il profumo che permetta di dominare il cuore degli uomini) è un lato che condividono, ma è il solo. Achab è in lotta con Moby Dick ma anche col suo equipaggio, che sottomette completamente ed al quale non riconosce altro ruolo che quello di servire il delirio del suo capitano. Grenouille, invece, è sempre, irrimediabilmente, solo. Gli altri lo percepiscono nella misura in cui egli decide che ciò avvenga, per gioco, esperimento o per un tornaconto preciso.

L'impossibilità di comunicare coi suoi simili alla fine sconfigge Grenouille che, consapevolmente, decide di concludere la sua esperienza di quel mondo che non lo conosce.
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Patrick Süskind è un genio (“Il profumo” - 5)

La creatività umana assume le forme più diverse, ciascuna affascinante a modo suo ma che può avere punti di contatto con le altre. Per raccontare la bellezza dello stile usato da Süskind nel Profumo, così, è possibile cominciare da una foto. Quella che vedete riprodotta è Rhein II, del fotografo tedesco Andreas Gursky. È diventata famosa perché l'originale è stato venduto all'asta (nel 2011) per oltre quattro milioni di dollari. Ma dimentichiamo la cifra e concentriamoci sull'immagine.

Sebbene sia difficile valutare una gigantografia (l'originale di Andreas Gursky occupa oltre sei metri quadrati) dalle modeste riproduzioni disponibili nel web, appare evidente che una delle chiavi del fascino di questa foto sta nell'equilibrio delle parti. Le due rive del Reno, il fiume che scorre quietamente, una pista di asfalto e il cielo nuvoloso formano sei fasce di altezza differente. Le linee orizzontali sono nette. Eppure, tanto equilibrio appare esatto e indefinibile allo stesso tempo. Una perfezione sfuggente nella quale si fondono geometria e mistero.

Rhein II e Il profumo condividono soprattutto questo: uno stile severo ed essenziale che suggerisce e lascia intuire il fascino della complessità facendo ricorso al ritmo preciso dei numeri, delle regole, delle proporzioni.

Non azzardo teorie generali ma, nella mia mente, questa via per esprimere la grandezza di un mistero che possiamo soltanto sfiorare si associa a geniali figure del nord Europa e tedesche in particolare. Bach e Beethoven, con la loro musica a toccare corde profonde dell'animo attraverso architetture musicali rigorose e complesse, ma anche Linneo (svedese) e Julius Meyer (tedesco), impegnati nella comprensione della natura attraverso la classificazione delle forme viventi e degli elementi fisici.

Il profumo è segnato da uno stile asciutto, necessario. Qualche volta sembra di leggere un documento scientifico. Nel corso del romanzo i pensieri del protagonista Grenouille, anche i più tormentati, sono sempre esposti senza indecisioni, quasi che ci sia solo da dire un contenuto definito e inevitabile. Eppure, è proprio attraverso questo stile che Süskind riesce a raccontarci una figura complessa, malvagia e dolente, potente ed esclusa, che suscita orrore e pietà in misura uguale, che si è fermata per sempre nell'immaginario di milioni di lettori.

Nel prossimo post, quindi, vedremo meglio chi è per me Jean-Baptiste Grenouille.
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La storia di Grenouille ("Il profumo" - 4)

(Segue dal post precedente)

È nella città di Montpellier che Grenouille crea il profumo di “un uomo che ha un profumo” e se lo cosparge addosso. Si accorge dell'effetto che il suo odore ha sulle persone, confermandogli il potere enorme e nascosto di ciò che può creare. Sperimenta nuovi odori per sé e li indossa, come fossero abiti diversi adatti per diverse occasioni.

Sulla base di questa nuova consapevolezza della propria abilità, Grenouille concepisce l'idea di un profumo che lo farà amare e dominare gli uomini. Sa di poterlo fare, perché “gli uomini potevano chiudere gli occhi davanti alla grandezza, davanti all'orrore, davanti alla bellezza, e turarsi le orecchie davanti a melodie o a parole seducenti. Ma non potevano sottrarsi al profumo. Poiché il profumo era fratello del respiro.”

Grenouille completa il viaggio iniziato tanti anni prima e arriva a Grasse, dove riprende a lavorare come garzone di profumeria e sperimenta la tecnica dell'enfleurage, il metodo che permette di estrarre l'essenza odorosa di qualsiasi materia, anche non vegetale. Un giorno, è di nuovo l'odore di una fanciulla, Laure, a sconvolgerlo e a fargli intravedere la possibilità concreta di realizzare il profumo che costringerà gli uomini ad amarlo. Questa volta, però, Grenouille è paziente. Avverte che il profumo della fanciulla giungerà al suo culmine dopo altri due anni, così decide di aspettare. Intanto estrae odori prima dalle cose, poi dagli animali, infine comincia a esercitarsi con gli esseri umani.

La quiete di Grasse è sconvolta da una serie di omicidi di giovani donne, tutte ritrovate nude coi capelli tagliati. Il padre di Laure, spaventato, decide di nascondere la figlia fuori città ma l'olfatto di Grenouille non ha difficoltà a rintracciare la giovane e poi ucciderla come altre ventiquattro prima di lei. Da tutte le fanciulle, Grenouille ha estratto l'odore che userà come ingrediente per comporre il profumo capace di farlo amare e obbedire.

Grenouille si lascia arrestare, facilmente individuato come colpevole della serie di omicidi grazie alle tracce evidenti lasciate nel laboratorio e condannato a morte. Al momento della pubblica esecuzione, però, le persone attorno a lui cominciano a riverirlo e festeggiarlo. Perfino il padre di Laure lo bacia chiedendogli perdono. Nessuno può esserne consapevole, tutti sono stati influenzati dal profumo rilasciato da Grenouille. E se i cittadini di Grasse devono pur essere tranquillizzati, ecco che, per chiudere il caso, il giudice tortura il marito della profumiera per cui lavorava Grenouille, che confessa d'essere l'assassino delle giovani e viene per ciò giustiziato.

Grenouille ha raggiunto il suo scopo ma questo risultato, anziché appagarlo, è all'origine di una nuova crisi, profonda e definitiva. Con la sua abilità può condizionare, attraverso gli odori, il comportamento degli uomini ma questo potere straordinario non riesce a far sentire a Grenouille il proprio odore. Può costringere gli altri uomini a trattarlo come un Dio, ma è condannato a non sapere mai chi egli fosse. Senza un odore, non si è nulla.

Grenouille crolla. Il suo successo, il mondo, il profumo straordinario che ha creato, egli stesso, niente è più importante, niente ha più valore.

Il 25 giugno 1767 Grenouille è di nuovo a Parigi. La sera si reca nell'area antistante il Cimitero degli Innocenti, che la claar del sole di popola di ogni canaglia possibile. Stappa una boccetta. La gente intorno si sente attratta da quell'uomo, lo accerchia, vuole toccarlo, possederlo. Grenouille è squartato e divorato dalla masnada che poi, ultimo effetto del potere di Grenouille, di quel gesto efferato conserva un ricordo che la apparenta a un atto d'amore per il quale non occorre rimorso.

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La storia di Grenouille ("Il profumo" - 3)

(Segue dal post precedente)

Grazie all'inattesa possibilità di dare dimostrazione del suo olfatto, e della sua capacità di miscelare gli odori per crearne uno nuovo, Grenouille viene assunto dal profumiere Giuseppe Baldini, risollevandone le sorti commerciali fino a un successo che sbaraglia la concorrenza e senza che mai Baldini stesso riveli chi sia il vero artefice dei profumi che produce. A Grenouille va bene così, quel che gli importa è poter diventare sempre più abile lavorando giorno e notte nel laboratorio, inseguendo le fantasie che dal suo naso si trasferiscono nella mente. Il suo vero problema, infatti, è un'immaginazione olfattiva che la sua tecnica professionale non è in grado di assecondare. Grenouille conosce ogni odore e ma non possiede la capacità di impadronirsene concretamente. In particolare, la distillazione non gli consente di estrarre l'odore da oggetti diversi dai vegetali. Quando se ne rende conto, ha una crisi violenta che lo porta vicino alla morte. A farlo riprendere basta la notizia che gli dà Baldini: nel sud della Francia, nella città di Grasse, usano un metodo chiamato enfleurage che, appunto, permette di ottenere il risultato necessario a Grenouille per inseguire i suoi sogni.

La grave malattia di Grenouille produce un secondo risultato positivo, cioè la promessa di Baldini di concedergli il titolo di garzone non appena siano trascorsi altri tre anni. Il giorno pattuito, il profumiere mantiene la promessa e Grenouille parte alla volta di Grasse. Il viaggio ha uno sviluppo inatteso. La lontananza dagli uomini e dai loro odori fa provare a Grenouille un senso di libertà che decide di assecondare. Si allontana da ogni traccia odorosa degli esseri umani e si rifugia in montagna, in una caverna dove finirà col trascorrere sette anni. L'estremo isolamento al quale si vota è anche l'occasione per scoprire una terribile verità su se stesso: non emana alcun odore, è un animale olfattivamente invisibile. Condannato per sempre da questa differenza, decide di interrompere il suo lungo isolamento.

Dopo un singolare intermezzo durante il quale Grenouille è usato dal feudatario di Pierrefort per dimostrare una singolare teoria sugli effetti negativi del fluido vitale che emanerebbe dalle viscere della terra, la vicenda di Grenouille comincia a indirizzarsi verso il suo tragico epilogo.

Nel prossimo post concluderemo questo lungo riassunto.

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