Racconti

La mia carriera da goleador

 

In cima c’è Josef Bican. Oggi il suo nome è sconosciuto ma per 15 anni, e nonostante una guerra mondiale, fu l’attaccante più forte del mondo: 820 gol in 528 partite disputate, alla straordinaria media di un gol e mezzo a partita. Poi ci sono Pelè e Müller. Per entrambi oltre 700 reti in quasi 800 gare, cioè quasi un gol a partita. E poi ci sono io, 0,6 gol a partita, media frutto di due reti in tre gare del campionato provinciale del Centro Sportivo Italiano, ufficio di Pistoia. Un risultato brillante, specie se si considera che il mio ruolo in squadra consisteva nel presentare all’arbitro la lista dei giocatori, titolari e riserve per la gara, quindi schierarmi a bordo campo con una bandierina per segnalare falli e palloni usciti dal rettangolo di gioco. Che io segnassi un gol era perciò improbabile ma, un anno, caso volle che l’ultima partita stagionale si dovesse svolgere in concomitanza con lo spareggio che la Pistoiese avrebbe disputato a Russi, in provincia di Ravenna, per la promozione di categoria. Per Graziano e un altro paio di nostri giocatori di perdere quel match non se ne parlava. Per quanto riguardava la nostra partita, al massimo potevano disputare il primo tempo, poi sarebbero partiti per la Romagna. Io ero tesserato anche come giocatore, per rimanere in undici dovevo debuttare.

Fu molto divertente. Da giocatore potevo girare a piacimento sul terreno di gioco dispensando incoraggiamenti ai miei compagni quando, per gli imprevedibili sviluppi delle azioni, il caso li faceva passare vicino alle mie parti. La partita era bella e, me nonostante, rimase a lungo equilibrata e sullo zero a zero pur fra incessanti rovesciamenti di fronte. Poi accadde l’imprevedibile. Recuperata palla a centrocampo, il Masolini scattò come una saetta e s’incuneò dentro l’area avversaria. Aggredito dai difensori e dal portiere in uscita, con la coda dell’occhio vide una maglia amica e le passò il pallone. Lo fece così, per istinto, prima di fare caso che nella maglia amica c’ero io. Fatto sta che il passaggio fu preciso ed il pallone mi capitò fra i piedi a neanche cinque metri dalla porta cosicché, pur nella mia inesperienza, ritenni appropriato calciarlo in quella direzione. E mi piacerebbe, davvero, mi piacerebbe tanto poter raccontare di un tiro secco e preciso, così forte da rendere vano qualsiasi tentativo di difesa, così violento da gonfiare la rete e poi farmi esultare e cominciare a correre prima di essere sommerso da tutti i miei compagni fino farmi mancare il respiro, da tanto che era forte quell’abbraccio. Poi il mucchio di corpi si sarebbe sciolto, tutti avremmo corricchiato verso la nostra metà campo, poi palla al centro e via, si ricomincia, uno a zero per noi.
Mi piacerebbe e tuttavia non posso. Come si dice in gergo quel che mi venne fu una mozzarella, un tiro loffio che, al posto di imprimere nuova forza al pallone, sembrò assorbire quella con cui mi era pervenuto. La palla trotterellò stancamente verso la rete e ben due difensori, schierati proprio sulla linea di porta, si disposero con pazienza ad attendere che rotolasse fino a loro. Il Masolini sospirò, sconsolato, ruotò sui tacchi e s’incamminò per riprendere la posizione in campo, presto imitato da tutti i miei compagni. Rimasi così il solo testimone ad apprezzare l’unico aspetto positivo del mio tiro, cioè l’innegabile precisione geometrica. Dirigendosi verso la porta, infatti, la palla stava seguendo una ideale linea retta che incrociava quella di gesso nel punto che divideva in parti uguali il metro che separava i due difensori appostati su di essa. L’imprevedibile conseguenza di tale simmetria fu che ciascuno dei due pensò in silenzio che sarebbe intervenuto l’altro. Dopo che la palla superò la linea, invece, si insultarono l’un l’altro a voce alta. E questa fu la mia prima rete.

Un evento singolare non poteva mutare la considerazione nei miei confronti cosicché, l’anno dopo, tornai ai miei compiti istituzionali: presentare le formazione all’arbitro e guardare le partite restando a bordo campo, tenendo in mano la mia bandierina. Facendo leva sul fatto che avevo pagato di tasca mia la tassa d’iscrizione per l’intera squadra, tuttavia, pregai ed ottenni di poter giocare almeno il secondo tempo dell’ultima partita. Esercitando le mie ben note qualità morali, posi io stesso la condizione che sarei sceso in campo solamente se, come poi accadde, qualsiasi risultato non avesse potuto cambiare la nostra posizione nella classifica finale del torneo.

Giunto il momento, indossai la divisa con la speranza secondaria di divertirmi un poco e quella principale di non farmi male. Ero contento per il semplice fatto di giocare e non mi offesi punto quando Andrea Maiuri, il nostro stopper, prima del fischio d’inizio si avvicinò per dirmi: “ Tu stai su”. Traducendo per i non esperti: l’invito, quasi un ordine, era quello di tenere sempre la posizione più avanzata, cioè la più lontana dal nostro portiere, dalla nostra difesa, dal nostro centrocampo e, in generale, dallo svolgimento del gioco, ovunque non potessi fare danno.

Gli avversari erano forti, presero il sopravvento e ci schiacciarono a lungo dentro la nostra area. Ammiravo i miei compagni che si difendevano come dei leoni mentre io vagolavo a centrocampo, guardato con fastidio dall’unico difensore avversario che, per disciplina di squadra, rimaneva nella sua metà campo. Poi accadde l’imprevedibile. Proprio Andrea Maiuri intercettò un pallone e lo calciò con quanta forza aveva in corpo. Ne uscì una parabola di cinquanta metri, con la sfera di cuoio che arrivò a toccare il cielo prima di rituffarsi verso il suolo, destinazione un punto poco fuori dell’area di rigore, a circa metà strada fra portiere e difensore. Subito corsero entrambi verso quel punto. Lo feci anch’io ma così, tanto per fare. Non fosse bastato il portiere in uscita, il difensore aveva su di me un vantaggio incolmabile dalle mie insufficienti doti atletiche.

Pur avendo in comune il fatto di precipitarci verso il presumibile punto di contatto fra pallone e suolo, c’era a distinguerci una differenza che finì col rivelarsi decisiva. Mentre correvamo io guardavo avanti. Portiere e difensore, invece, seguirono con lo sguardo il pallone che cadeva dal cielo. Entrambi col naso per aria, arrivarono assieme nello stesso punto. Si scontrarono violentemente e stramazzarono a terra, lunghi distesi l’uno accanto all’altro. Pur essendo vicini come due amanti a letto non ero sicuro di scavalcarli con un solo salto, cosicché preferii aggirare portiere e difensore per lanciarmi all’inseguimento del pallone che rotolava, ignaro, verso la linea di fondo e fuori della porta. Quasi disperavo ma riuscii a toccarlo quand’era forse a un metro dalla linea. E mi piacerebbe, davvero, mi piacerebbe tanto poter raccontare di come il tiro fosse morbido e preciso, così delicato da risultare beffardo, così misurato da far superare al pallone la linea di porta e poi fermarsi lì, senza neppure sfiorare la rete ma tanto basta per farmi esultare e cominciare a correre e poi farmi sommergere... Vabbè, già lo sapete.
Mi piacerebbe e tuttavia non posso perché toccai il pallone e lo mandai sul palo. La palla ci sbatté e rimbalzò verso il centro area. Per fortuna portiere e difensore erano ancora a terra e ormai la palla viaggiava lentamente. Feci in tempo a tornare indietro e calciare di sinistro a porta vuota. E questa fu la mia seconda rete.

Qualche tempo dopo, in un torneo estivo, ci fu una terza partita in cui giocai, anche se solo per quindici minuti. Io stazionavo come al solito più o meno sulla linea di metà campo, ignorato dagli avversari che, nel giro di trenta secondi, si erano resi conto che non era da me che venivano i pericoli. A un certo punto, dopo che da un po’ dominava il gioco, la squadra avversaria si ritrovò tutta addosso alla nostra area. Simone Gori intercettò il pallone e si lanciò correndo a perdifiato lungo la fascia sinistra. Corsi a mia volta però stando attento a non finire in fuori gioco. Il portiere avversario uscì incontro al mio compagno per, si dice in gergo, chiudergli lo specchio. Io ero solissimo al limite dell’area priva di avversari. Davanti a me, tutta la porta vuota. Simone mi ignorò e scelse di tirare da posizione angolatissima, sbagliando di un nonnulla. L’avesse data a me, forse avrei fatto gol. Sarebbero stati tre in tre partite, media uno preciso. Perfino meglio di Pelè e Müller.

[ Contenuto pubblicato su antoniomessina.it il 30/7/2021 - Fonte immagine https://futbolretro.es/josef-bican-maximo-goleador-de-la-historia/?lang=it - Link verificati il 30/7/2021 ]

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