Racconti

Come dire fare

Le parole del chirurgo... La porta si era aperta, era uscito dalla sala operatoria, si era avvicinato... Cioè no, stava per farlo ma lui e Luciana gli erano stati addosso prima che il dottor Romanelli riuscisse a fare un passo. Li aveva guardati mentre si toglieva la mascherina e aveva detto... Che cosa aveva detto? Perché non ricordo le parole esatte?

Era passata appena una settimana. O era passata già una settimana? Dante non sapeva dirlo. Anche il tempo era diverso da prima, come la casa senza Lorenzo. E quando suo figlio sarebbe tornato dall'ospedale, la casa sarebbe stata ancora più diversa. Bisognava cambiare molte cose, togliere tutto ciò che avrebbe ostacolato il passaggio della carrozzina, modificare i sanitari del bagno grande. Una cosa alla volta.

Come siamo diversi tutti quanti. Dopo aver saputo che Lorenzo sarebbe rimasto paralizzato, Luciana era scoppiata a piangere, ma mica per la disperazione. No, per la contentezza. “É vivo, Dante. È ancora vivo”, continuava a dire. Che reazione strana! Lui era rimasto in silenzio, invece. Parlare a che serviva, del resto? Lorenzo esce di casa come tante volte prima di quella sera, solo che quella sera la catena della moto decide di spezzarsi. Tutto qui. Nient'altro da aggiungere.

Non andava neppure forte. Lorenzo non correva mai, in moto. Lo faceva soltanto sulla fascia, terzino sinistro di quei terzini che non si capisce perché li chiamino così, sempre a spingere in avanti fino ai fianchi dell'area avversaria per servire un cross ai compagni, già appostati nell'area avversaria. E intanto l'ala sinistra doveva rientrare per coprire il buco in difesa. Terzino fluidificante e ala tornante, li chiamava l'allenatore. Ma non potevano rimanere ognuno al posto suo, che avrebbero corso tutti la metà?

Luciana era scoppiata a piangere, lui no. Era rimasto in silenzio, in silenzio aveva stretto la mano al dottore. Un gesto istintivo, abituale. A ripensarci gli sembrava perfino ridicolo. E chissà che cosa aveva pensato Romanelli di quella stretta strana. Niente palmi che combaciano e pollici incrociati, solo le ultime tre dita a serrare l'indice del dottore. Faccio sempre così, avrebbe dovuto dirgli, perché noi elettrauto abbiamo le mani sempre sporche di grasso e cerchiamo di non sporcare quelle degli altri. Ma non l'aveva detto.

Con Luciana avevano cominciato a darsi il cambio in ospedale, cercando di far stare Lorenzo meno tempo possibile da solo. Gli antidolorifici stordivano il ragazzo e lo rendevano taciturno. Anche questo era diverso da prima, chissà se lo sarebbe stato per sempre. Prima dell'incidente, Lorenzo parlava molto e volentieri. Dante a volte non lo capiva. Non si trattava di questioni generazionali, proprio non riusciva a seguire i discorsi. Vite diverse, del resto. Lorenzo era fra i più bravi della sua classe del liceo linguistico, Dante aveva smesso dopo la terza media, e anche arrivare fino a lì era stata una fatica boia. Le macchine, invece, erano sue amiche. Sarebbe stato ore a ripararle. E poi, a quindici anni aveva già la sua paga da apprendista. Coi tempi che corrono, invece, Lorenzo col suo diploma che cosa avrebbe fatto?

Il capo officina gli aveva detto di prendersi tutto il tempo che voleva ma lui al lavoro era tornato presto. Da Lorenzo in ospedale non sapeva cosa dirgli, ogni parola gli sembrava stupida. In officina, invece, poteva tuffarsi sotto il cofano di una macchina e darsi da fare per trovare il guasto. Bulloni e manichette erano lì a aspettarlo e non gli rivolgevano domande né parole d'incoraggiamento, a differenza dei compagni di lavoro, costringendolo a rispondere, a dire qualcosa anche se non ne aveva alcuna voglia. Dopo un po' i colleghi l'avevano lasciato in pace. Lorenzo prima camminava, ora non poteva farlo più. Ogni giorno che veniva era così, c'era poco da chiedere e da rispondere.

Luciana, invece, pareva un fiume in piena. Faceva progetti sulla sistemazione della casa come neanche prima del trasloco. Voleva che tutto fosse pronto per il rientro dall'ospedale. In pochi giorni dovette ridefinire i suoi obiettivi. Le modifiche da fare erano molte, alcune delle attrezzature necessarie non erano immediatamente disponibili, oppure c'erano ma chi le installava aveva altri lavori in corso. Neppure avrebbe mai immaginato che sarebbero occorse tutte quelle carte, addirittura una visita da parte di una commissione! Ciò nonostante, niente sembrava scoraggiarla o renderla meno determinata. Cambiò solo l'obiettivo: non tutto, ma il più possibile.

Anche se non aveva molto da dire, comunque, Dante in ospedale ci tornava quasi tutte le sere dopo il lavoro. Si sedeva accanto a Lorenzo. Come va? gli chiedeva. Mi fa male, rispondeva Lorenzo. Oppure qualche volta non diceva niente, faceva una smorfia e basta.

Scoprire le cause di un guasto gli era sempre piaciuto. Quando era facile, Dante ostentava padronanza della situazione. Vedere il tecnico sicuro del fatto suo faceva sempre una buona impressione sul cliente. Se capire il problema era difficile, invece, iniziava a dialogare con la macchina, ma ad alta voce. Peccato che, di quei ragionamenti, quasi sempre ai clienti gliene importasse poco. Per loro, qualsiasi lavoro durava sempre troppo ed era troppo caro.

Fisicamente Lorenzo ogni giorno stava un pochino meglio, lo sguardo diventava meno assente. Voglia di parlare, però … Quando andavano a trovarlo, Dante a quel silenzio si adattava presto. Come va? gli chiedeva. Va, rispondeva Lorenzo, e la conversazione poteva finire lì. Con la madre le cose andavano diversamente. Come va? chiedeva lei. Va, rispondeva Lorenzo. Ah sì, proprio un gran discorso! diceva Luciana. Poi abbracciava il figlio con gli occhi e rideva.

Venne il giorno in cui pianse anche Luciana. Erano andati a fare un po' di spesa al supermercato. Lei aveva la sua lista, come sempre, e come sempre variava le decisioni sul momento. Dante spingeva il carrello, paziente, più interessato a osservare sua moglie che a quello che stavano comprando. Al terzo corridoio Luciana si fermò all'improvviso, fissando un punto a qualche metro di distanza. Lui guardò a sua volta. Davanti allo scaffale delle birre c'erano tre ragazzi, compagni di squadra di Lorenzo. Luciana sentì gli occhi gonfiarsi di lacrime, poi non si trattenne e scoppiò a piangere. Dante le offrì un fazzoletto, le appoggiò una mano sulla spalla. È vivo, le disse, è ancora vivo. Non seppe dirle altro. E comunque, era il discorso più lungo che lui avesse mai fatto da quando Lorenzo aveva avuto l'incidente. Luciana prese un altro fazzoletto, guardò il marito, poi riuscì a dire: “Gli amici li aveva nella squadra … Il calcio li porta fuori tutte le domeniche ...” “Sì, ora Lorenzo non potrà più giocare.” Luciana scosse la testa, come per dirgli che non aveva capito neppure quella volta. “Volevo dire: e se rimane solo?”

Il lavoro in officina lo faceva star bene. Chi non sapeva di quel che stava passando, neppure lo avrebbe mai pensato. Quando arrivò la donna su una lussuosa macchina inglese, così, il capo officina si guardò intorno e decise che il motore su cui Dante stava lavorando poteva aspettare. Nonostante fosse vestita, quella donna era anche meglio di quelle che ammiccavano dai calendari appesi su un paio di pareti, tutte inspiegabilmente estasiate da pneumatici nuovi e cofani luccicanti insaponati a metà. Aveva tutto: fisico perfetto, quarant'anni scarsi e portati meravigliosamente, perfino un abito nero aderente con le spalline e la gonna che arrivava giusto sopra il ginocchio. Praticamente un'aliena. In casi analoghi, l'assegnazione dell'incarico era accompagnata da mille ammiccamenti dei colleghi. Quella volta, pensando al dramma in corso nella vita di Dante, si astennero dal farlo e si limitarono rimuginare fra sé e sé commenti più o meno irriferibili. A Dante, invece, tutto quel ben di Dio diventò antipatico nel giro di dieci secondi. Neppure il tempo di aprire il cofano che la donna già gli aveva chiesto se si trattava di un problema grosso. “Oggi ho un appuntamento”, aveva aggiunto. Come se questo obbligasse l'auto a farsi riparare in fretta e, naturalmente, il meccanico a non farle perdere altro tempo. Dante mugugnò qualcosa e si sporse sul motore. Poi chiese alla donna che sintomi avesse notato, quindi iniziò ad armeggiare fino a risolvere il problema. “A posto” disse, richiudendo il cofano. “Cos'è stato, un corto circuito?” domandò la donna. “No, un'inversione.” “Che sarebbe?” Dante la guardò. In fondo la compativa. “Sarebbe una cosa diversa - disse Dante - Quando si inseriscono i gruppi di piastre nella batteria, può capitare di piazzarne uno al contrario, così non si rispetta il collegamento corretto fra le polarità. È un problema che a prima vista somiglia al corto circuito ma se si fanno i controlli giusti si riconosce bene.” “Allora posso andare tranquilla?” “Sì. La cassa è là.” Quando la donna si allontanò, a Dante, chissà perché, venne da pensare che aveva appena fatto il discorso più lungo degli ultimi sei mesi.

Lorenzo doveva rimanere in ospedale ancora almeno un paio di settimane. I lavori in casa procedevano. Luciana aveva asciugato le lacrime e si era rimboccata le maniche di nuovo. Dante le aveva completamente delegato questa parte della loro vita, dando una mano soltanto quando Luciana lo chiedeva. Passarono una domenica a ammucchiare le cose del figlio in garage per permettere agli operai di installare i dispositivi elettrici e, sul soffitto, i binari dai quali scendevano le maniglie alle quali Lorenzo si sarebbe dovuto aggrappare per aiutarsi in alcuni spostamenti. Dante si trovò soprattutto ad impilare libri. Fra quelli di scuola, i romanzi che leggeva e la sua collezione di fumetti, Lorenzo ne aveva in camera una quantità che stupì Dante. Gli ultimi a finire in garage furono i dizionari che Lorenzo usava per la scuola: inglese, spagnolo, tedesco ed italiano. Quante parole inutili!

A mano a mano che il dolore diminuiva, Lorenzo percepiva più chiaramente la sua nuova condizione. Ancora il suo stato d'animo non aveva preso una direzione precisa, però. Era come un geometra che prenda le misure di un terreno e ne segni i confini ma senza aver deciso come sarà la casa che ci costruirà sopra. Così parlava poco. Quando veniva a trovarlo suo padre era abbastanza facile, anche Dante era di poche parole. Con sua madre era più faticoso. Lei gli parlava molto, gli raccontava dei lavori che stavano facendo in casa come se lui dovesse esserne contento. Suo padre, invece… Qualche volta si sedeva accanto al letto. Come va? gli chiedeva. E lui rispondeva soltanto Va, oppure Va come ieri, e a suo padre sembrava che bastasse.

Luciana si era anche informata per la scuola. Si sono fermate le gambe ma la testa è sempre quella, aveva detto. Bisogna vedere se ne ha ancora voglia, borbottò Dante. Lorenzo deve finire la scuola, replicò Luciana. Dante la guardò con un'espressione sorpresa. Perché lo dici con quel tono? domandò. Quale tono? lo sfidò Luciana. Cattivo, disse lui.

Comunque, il giorno dopo, quando andò in ospedale glielo chiese. Si sentiva imbarazzato e dovette inventarsi una bugia. “Senti - disse a Lorenzo - Ci hanno chiamato dalla scuola, volevano sapere che intenzioni hai”. “Intenzioni su cosa?” “Beh, per il futuro.” Lorenzo guardò suo padre e scoppiò a piangere.

Luciana se la prese fino a urlare. Lorenzo non era in condizioni di decidere niente della sua vita! Non bisognava chiedergli niente, soltanto dirgli che cosa doveva fare. Dante subì in silenzio la sfuriata. Non sapeva che dire. A mano a mano che sua moglie si sfogava, riuscì a maturare solo un piccolo pensiero. Una pausa di Luciana sembrò abbastanza lunga da poter credere che stesse proprio aspettando che lui dicesse qualcosa, così disse quell'unico piccolo pensiero che era riuscito a costruire. “Non lo so, forse hai ragione. È solo che qualsiasi cosa noi pensiamo, poi è lui che la deve fare.” Non riuscì neppure a capire se Luciana l'avesse sentito perché riprese a aggredirlo dal punto esatto nel quale aveva smesso. Alla seconda pausa, così, disse soltanto: “Hai ragione, scusa. Ora vado in garage a finire di sistemare le cose di Lorenzo.”

Provò a farlo ridere. Dalla scuola non ha chiamato nessuno, disse. Lorenzo fece una smorfia. Con un po' di fantasia, la si sarebbe potuta prendere per un principio di sorriso. Dante decise di avere quella fantasia. Quella speranza di serenità si spense subito. “Dì alla mamma di smetterla”, disse Lorenzo senza neanche guardarlo. “Ti vuole bene”, fu la sola cosa che gli seppe dire.

I lavori nella camera erano terminati. Le cose e i libri rifecero a ritroso la strada dal garage. Senza rendersene conto, Dante sorrise: Luciana era stata bravissima. La stanza era diversa da prima, ma era di nuovo la stanza di un ragazzo e, nonostante le attrezzature sparse qua e là, non aveva per niente un sapore ospedaliero. Luciana vide quel sorriso. Non disse nulla. La sera, tornando dal lavoro, Dante per cena trovò le lasagne fatte in casa. Non era domenica, ma non stette lì a farsi domande. Era stata una giornata dura, aveva già la testa abbastanza confusa. Prese la forchetta.

Luciana gli aveva detto di non mettere tutti i libri sugli scaffali. Almeno un paio doveva lasciarli sulla nuova scrivania, un piano col sostegno che scorreva su rotelle. Dante li prese come venivano. Per lui un libro valeva l'altro. Così sulla scrivania erano finiti un albo a fumetti ed il vocabolario d'italiano. L'aveva aperto a caso. Esostosi, Esostra, Esoteca Esotecio … Che parole ridicole! Poi gli era venuta una curiosità. Batteria, c'era. Tensione, c'era. Inversione, c'era. Termosaldatura, no, ma c'erano Termosaldare, Termosaldato e Termosaldatrice. Chissà perché Termosaldatura no. Riparare, sì. Aggiustare, sì. Regolare, sì. Sovraccarico, sì. Solfatazione … Pure solfatazione! Fasatura … non c'era! Rise di gusto, quel vocabolario non avrebbe mai saputo regolare le valvole!

Alla fine la noia l'ebbe vinta sul malumore e sul dolore fisico, così Lorenzo ricominciò a stabilire dei contatti con il mondo esterno. Accese la radio che gli avevano lasciato sul comodino fin dal primo giorno, sfogliò perfino qualche giornale sportivo. Buone notizie? gli aveva chiesto Dante vedendo il figlio col giornale in mano. Le solite, aveva risposto Lorenzo. Poi, per istinto cominciò ad alzare le spalle in segno di noia e indifferenza. Quel piccolo sforzo gli procurò una fitta. Si abbandonò nuovamente sulla schiena, mentre gli occhi si inumidivano.

I lavori erano completati, la stanza aspettava il ritorno di Lorenzo. Dante pensava che Luciana si sarebbe presa una tregua ma non fu così. Leggeva libri, sfogliava riviste, si documentava. “Qui vicino c'è una cooperativa sociale che dà lavoro a domicilio.” “Che lavoro è?” chiese Dante. “Riparano piccoli elettrodomestici”, disse Luciana. “Ah”, fece Dante. “Non va bene neppure questo? O hai già un'idea migliore?”. Dura, aggressiva. Dante non disse nulla.

Secondo i medici il decorso era normale. Uno si spinse fino a dire: soddisfacente. Però non era ancora il momento di tornare a casa. Dante lo disse a Lorenzo. Ancora qualche giorno, gli spiegò, per fare tutte le cose per benino. Lo disse mentre ansimava leggermente. Aveva salito le scale di corsa perché era in ritardo. Dovevo finire una macchina, si giustificò. Quant'è che lavori in officina?, gli aveva chiesto Lorenzo. Da quando avevo meno della tua età, rispose. “E non ti sei stufato?” “No, mi piace sempre.” Poi aggiunse: “Come tua madre”, e rise. Poi disse ancora: “E in ogni caso, non saprei fare altro.”

Luciana non si dava tregua. Aveva già sentito varie ditte per trovare qualcosa che Lorenzo potesse fare anche bloccato a letto e dopo in carrozzina. Degli esiti delle sue ricerche a suo marito non riferiva più, appuntava tutto su un quaderno per poterne parlare poi col figlio. Dante la guardava senza partecipare. A volte pensava a quello che si erano detti con Lorenzo, alla sua vita passata tutta dentro l'officina. Non ne aveva mai immaginata una diversa, non aveva mai provato a fare altro. In un certo senso, non aveva neppure mai pensato che oltre quel lavoro potesse esserci, per lui, qualcosa che non fossero cavi, bulloni, fascette e batterie. Lorenzo, invece, la vita che si era immaginata non l'aveva più.

“Sei contenta? Fra un paio di settimane torna a casa.” Dante l'aveva detto sperando di risultare incoraggiante. Luciana, invece, lo guardò malissimo. “Se tu fossi appena un po' capace di capire quello che sta passando nostro figlio!” gli disse. Dante rimase zitto, come gli capitava spesso quando tirava aria di burrasca. Quella volta, però, presto il silenzio lasciò passare poche parole, come da una fessura. “Forse non lo capisco, ma lo vedo anch'io.” “Allora fa qualcosa!”

Dante non dormì per tutta la notte, poi andò a lavorare come sempre. A fine giornata tornò a casa, fece la doccia e si cambiò. “Vado da Lorenzo”, disse poi. “Va bene.” “Tu non vieni?” “Ti raggiungo dopo che ho fatto la spesa.” “Allora ti aspetto lì.” Poi andò in camera di Lorenzo e prese il vocabolario. Luciana lo vide uscire col librone sotto braccio. “Cosa fai?” gli chiese. “Qualcosa”, disse lui.

“Abbacare. Vuol dire fantasticare, c'è scritto. Lo puoi fare?”
“Beh, sì.”
“Allora lo segni qui a sinistra. Abbacchiare, significa anche deprimere.”
“Sto diventando uno specialista.”
“Lo segni a sinistra. Abbacinare?”
“Sì e no.”
“O sì o no.”
“Tecnicamente sì, ma dovrei avere gli strumenti e la persona che abbacino dovrebbe essere legata. Perciò più no che sì.”
“Come ti pare. Se vuoi segnarlo a destra … Poi c'è abbadare. Sarebbe: badare.”
“Anche questo è un po' sì e un po' no.”
“Magari lo segni sia a destra che a sinistra. Andiamo avanti. Abbagliare?”
“Come abbacinare.”
“Ma anche come abbadare.”
“Va bene, a destra e a sinistra.”
“Abbaiare.”
“Sì!”
E dopo tutto quel tempo, Dante ascoltò la risata di Lorenzo.

[ Contenuto pubblicato su antoniomessina.it il 22/09/2013 - Fonte immagine http://www.flickr.com/photos/zakmc/4511439371/ - Link verificati il 22/09/2013 ]

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