Racconti

Vasileos

La stessa strada, le curve innumerabili, la stessa luce che s’incupiva fra le pareti di roccia, perfino la stessa pioggia. Oggi è sembrato tutto diverso, però. Altro stato d’animo se sai quel che ti accade. Vent’anni fa, invece, avevo quasi finito la benzina, perso la mia cartina chissà dove e, dopo ore d’inutile andare, i boschi infiniti fra Grecia ed Albania non mi sembravano più così commoventi. I numeri del contachilometri s’inseguivano senza che nulla intorno a me cambiasse. Per questo avevo smesso di guardarli, quei numeri. La spia del carburante, invece, sembrava fosse lei a guardare me, fissa, malevola. Qualche ora prima, già tardi e senza mappe, avrei dovuto rimanere e aspettare il giorno dopo. M’ero rimesso in viaggio, invece, e mi ero perso. Prima di ammetterlo avevo atteso troppo, così quando lo ammisi la notte era ormai piena ed io lontano da ciò che conoscevo. L’ansia si vendicò. Costretta troppo tempo in fondo al cuore, quando fu liberata crebbe rigogliosa. Curve, alberi, monti, curve, alberi, monti ... Il buio che ti avvolgeva. La strada che sembrava costruita e poi lasciata lì, come la casa di chi non prevedeva di non poter tornare.
Poi le luci. Luci, finalmente, perché una poteva essere qualsiasi cosa ma almeno trenta erano un villaggio, cioè case, persone, sapere dov’ero. Forse da dormire, anche. Un piccolo slargo all’ennesima curva formava una piazzetta. Le case intorno non erano davvero più di quelle che avevo immaginato. Dello sperato albergo, invece, non vi era alcuna traccia. Del resto, ammisi a me stesso, solo il bisogno estremo poteva avermi indotto a pensare di trovarne in un luogo così piccolo e distante dalle rotte dei turisti.
Da un lato dello slargo dove mi ero fermato stava una minuscola chiesa ortodossa; dall’altro, almeno!, dei gradini portavano a una veranda coperta sulla quale si affacciavano finestra e porta di legno di una psistaria. Finalmente spensi il motore e scesi dalla macchina. La giacca impermeabile era appallottolata dentro il bagagliaio. Per andarla a prendere mi sarei bagnato comunque, così rinunciai e raggiunsi con pochi passi di corsa la veranda e poi la porta. Il gesto semplice d’abbassare la maniglia si rivelò d’indicibile sollievo.
L’interno era dei più modesti. Pareti bianche con appese poche foto, tavoli di legno, tovaglie di carta, lampade che coloravano di giallo ogni cosa. Su una mensa angolare, in fondo a destra, una radio diffondeva i suoni tesi d’una musica tradizionale. Il locale non era grande, appena quattro tavoli in fila sulla destra ed un quinto, più grande degli altri, posto di traverso a costeggiare la parete di fondo. A circa metà di quell’ambiente rettangolare, sulla sinistra, si apriva un altro piccolo spazio: ancora un tavolo da pochi posti di fronte a un bancone segnato dal tempo. Dietro il bancone, un passaggio chiuso da strisce di plastica colorate bianche e blu lasciava intuire una cucina ma anche l’abitazione di chi gestiva il luogo. Come già m’era accaduto di notare altrove, i fili elettrici correvano sulle pareti coperti solo da uno spesso strato di vernice bianca, o forse calce. Una presa era quasi tutta fuori del muro. A giudicare dalla polvere, nessuno si prendeva mai la briga di restituirla al vano cilindrico dal quale s’era sfilata chissà quando.
Un’ora o poco più alla mezzanotte, eppure a certi tavoli c’era ancora gente. Tre uomini stavano conversando davanti ai resti, pochi, della cena. Al tavolo più grande, quello in fondo al locale, sedevano dei vecchi. Due di loro avevano scostato un po’ la sedia per poter tenere il bastone davanti e godere, anche seduti, del suo appoggio. Il terzo tavolo che notai occupato era quello di fronte al bancone. Seduti lì ancora due uomini, d’età molto diversa, ma niente avanzi, solamente due piccoli bicchieri da liquore colmi d’un liquido più trasparente del vetro che lo conteneva. Solo i tre uomini interruppero la conversazione per guardarmi; i vecchi si limitarono ad alzare lo sguardo o a voltarsi, chi mi dava le spalle, quel tanto che bastava per riconoscere in me uno sconosciuto. I due seduti al tavolo di fronte al bancone, quando mi ero affacciato gocciolante, erano già in silenzio. Mi osservarono, però, con più attenzione degli altri. Questo bastò a farmi pensare che più degli altri si sentissero responsabili di quello che accadeva nel locale. Fu a loro, così, che domandai con gli occhi se era a loro che mi dovevo rivolgere. La risposta affermativa fu quello dei due, il più anziano, che si alzò in piedi e mi parlò.
Era la mia seconda volta in Grecia ed altre volte sarei tornato dopo ma, ancora oggi, di quella lingua conoscerò sì e no venti parole. Azzardai l’inglese come sempre si fa fuori d’Italia. Inevitabilmente, però, più di tutto poterono le dita raccolte a mazzetto e portate due volte verso la bocca, gesto probabilmente universale per indicare fame. Anche per la risposta non s’impiegò del fiato ma una mano aperta verso il tavolo più vicino: potevo sedermi.
Delle venti parole greche che conosco, almeno la metà chiamano cibi: horiatiki è l’insalata greca, tzatziki la crema di yogurt con aglio e cetrioli, souvlaki gli spiedini di maiale e poi moussaka, pastitsio, psarosoupa ... Nelle zone più interne dell’Epiro dove mi trovavo si può mangiare soprattutto carne. Un breve scambio di parole e cenni del capo a dire sì o no generarono la promessa di un poco di tzatziki e una porzione di loukanika con patate fritte. Altro non avevano, a quell’ora specialmente. I salsicciotti sarebbero stati accompagnati da un vino rosato del luogo. L’acqua di fonte la servivano senza che si ordinasse.
L’uomo col quale avevo intrattenuto la scarna conversazione dimostrava circa una sessantina d’anni. Che fosse il proprietario fu confermato dal fatto che si rivolse al suo più giovane compagno di tavolo, l’età apparente di una trentina d’anni, con poche parole che confidavo fossero le istruzioni per la mia cena. Tutti e due aggirarono il bancone e sparirono dietro le strisce di plastica. I tre uomini al tavolo accanto al mio avevano ripreso la conversazione, i vecchi non l’avevano mai interrotta.
Il giovane ritornò da me tre volte, senza mai dire parola ma cambiando la tovaglia di carta, posando sul tavolo il cestino col pane e le posate avvolte nel tovagliolo pure di carta, poi la caraffa d’acqua e quella più piccola col vino. La quarta uscita dal retrobottega vide protagonista il proprietario, finalmente con lo tzatziki servito su un piattino bianco. La radio continuava a diffondere una musica che, nella mia ignoranza, ritenevo più slava, o balcanica, che greca. Del resto, ero quasi al confine con l’Albania e anche la Macedonia non era poi lontana. Un violino disegnò una rapida successione di note prima che una voce bassa riattaccasse il canto.
Spezzai il pane e con la forchetta presi un poco di tzatziki, cominciando a assaporare quella pietanza semplice con la soddisfazione di sempre. Fu questione di poco e il giovane tornò con un piatto più grande: da un lato si affiancavano due lunghe salsicce, dall’altro un monticello di patate fritte tagliate a fiammifero prometteva, se non altro, una cena abbondante. Per me, che solo mezz’ora prima mi sentivo solo al mondo, quella vista si rivelò assai consolante. Istintivamente, però, distolsi lo sguardo dal piatto quando udii un rumore alle mie spalle. La porta era stata nuovamente aperta lasciando che nel locale entrassero aria fresca e umida, rumori di vento e pioggia e rami scossi, finalmente un pope che chiuse svelto dietro di sé il diaframma di legno fra tempesta e quiete. Anch’egli si era bagnato molto. Si passò le mani sul viso e sorridendo disse qualcosa al giovane. Sorrise anche a me, poi ad uno ad uno salutò tutti i presenti. Più che un saluto era sempre un breve incontro, magari poche frasi ma accompagnate ogni volta da un mutare dell’espressione del viso, a volte da una mano sulla spalla. Più che un saluto era informarsi, dire, essere parte della loro vita. Così sembrava, almeno. Si sedette, alla fine, al tavolo coi vecchi, lui che era sulla strada per diventarlo.
Mangiare voracemente è uno dei modi più comuni per scaricare la tensione e il mio tzatziki sparì in men che non si dica. I greci lo consumano lentamente, introduzione rilassata a un pasto che ancor più lentamente sarà consumato. Io versai la salsa densa a forchettate piene sulle fette di pane, di sicuro più simile a un muratore che lavora di cazzuola che a un buongustaio. Del resto, nessuno mi badava. I tre uomini non davano segno di avere meno cose da dirsi; il pope s’intratteneva con gli anziani, il proprietario e il giovane avevano ripreso il loro posto al tavolo di fronte al bancone, qualche rada parola anche fra loro. A differenza di me con lo tzatziki, sembrava che fossero intenzionati a far durare il loro liquore il più a lungo possibile. Mi pareva che fra i due si potesse ravvisare qualche somiglianza ma non ne ero certo. Mi domandai se il più giovane fosse il figlio o più semplicemente un cameriere. Finito lo tzatziki, le salsicce e l’abbondante porzione di patate mi distolsero da quel blando interrogativo.
A mano a mano che la fame si placava, altre preoccupazioni tornavano a avere spazio. Quel poco del villaggio ch’ero riuscito a intravedere non recava tracce di alberghi o pensioni, né di qualcuna delle infinite camere che in Grecia i privati affittano ai turisti. I cartelli Domatia - Zimmer - Rooms to let che le segnalano sono quasi ovunque. Il villaggio dov’ero capitato era di quelli appartenenti al “quasi”. Con molta pioggia e poca benzina, senza cartina su strade sconosciute, rimettermi in viaggio a quell’ora era fuori discussione, piuttosto avrei dormito in macchina. Solo un albergo a non più di un paio chilometri lungo una strada che avrebbero dovuto assicurarmi priva di incroci o biforcazioni, ecco: solo questo mi avrebbe convinto a muovermi di lì. Per sapere se c'era potevo chiedere, no? Ma come? Hotel fu chiaro a tutti, così come per me era comprensibilissimo lo scuotere del capo in cenno di diniego. Che nel villaggio non ci fossero alberghi lo avevo capito da solo. A me serviva sapere quanta strada avrei dovuto fare per giungere a quello più vicino.
Gesticolai inutilmente con le mani segnando un punto sul tavolo con la sinistra e un altro un po’ più là con quella destra, dicendo intanto here e hotel e sperando, chissà perché, che in tal modo sarebbe stato chiaro ciò che volevo sapere. Dopo qualche altro buffo tentativo, sia per me sia per il proprietario scuotere la testa fu un segno di sconfitta condivisa e non, com’è comune, di rifiuto. Il mio futuro prossimo, così, prese rapidamente l’aspetto del sedile posteriore della mia auto.
“Scusi se m’intrometto. Cerca da dormire?”
Il mio sì di risposta fu speranza e stupore. Il prete ortodosso mi aveva rivolto la parola in buon italiano. Quel luogo che appariva così distante da tutto nascondeva qualcosa, dunque.
“L’albergo più vicino lo trova a Kastromati. Da qui ci sono ancora quaranta chilometri, più o meno.”
“La strada com’è?”
“Come quella che ha trovato per arrivare qui.”
“Allora non è prudente. Preferisco dormire in macchina.”
“Addirittura!” sorrise.
“Dopo quello che ho passato non ho proprio dubbi.”
“Si è perso?”
“Sì. Oggi mi sono rimesso in viaggio tardi, molto dopo pranzo, anche se il tempo stava andando al brutto e non avevo una cartina ...”
“Non mi dica che qui in Grecia si fidava della segnaletica!” rise il pope.
“No, infatti. Però speravo di cavarmela lo stesso rimanendo sulla strada principale. Credo di aver sbagliato strada quasi subito. A un bivio ho preso a destra e da lì in poi ho trovato solo curve, alberi e un pastore col suo gregge. Poi ha cominciato a piovere ed è arrivato il buio.”
“Situazione poco allegra.”
“Sì. Comunque è colpa mia. Non dovevo partire in quelle condizioni, oltretutto con poca benzina e su una strada mai percorsa prima. Ho commesso un errore imperdonabile.”
“Imperdonabile ...”
C’era forse ironia nel tono con il quale aveva ripetuto la parola? Non riuscivo a capirlo, così come non capivo perché quel suo modo di pronunciare “imperdonabile” mi avesse suscitato un disagio repentino, quasi ci avessi colto un segno di rimprovero. Tenni però per me quelle sensazioni per invece, com’era naturale, domandare al mio imprevisto interlocutore di svelarmi qualcosa su di lui. Si chiamava Argyris. Si trovava nel villaggio ormai da molti anni ma, giovane, ne aveva trascorsi più di dieci a Roma, studiando teologia e svolgendo i suoi servizi religiosi presso la chiesa ortodossa di San Teodoro. Dell’Italia aveva un ottimo ricordo anche se, mi disse sorridendo, anche per i preti vale il fatto che gli anni della gioventù, con il passar del tempo, appaiono sempre più belli di quanto magari in realtà non siano stati.
“Ma io la sto trattenendo troppo con le mie chiacchiere. A quest’ora avrà voglia di andare a dormire, immagino.”
“Ho l’albergo qui a due passi,” sorrisi accennando col capo a fuori della porta, dov’era parcheggiata la mia auto.
“Davvero non vuole andare a Kastromati?”
“Non ci penso neppure. È buio e non so neanche dove mi trovo. Poi, se rimango senza benzina non vedo chi verrebbe ad aiutarmi.”
“Posso aiutarla io, se permette.”
“No, grazie. Chiamarla di notte per venirmi a soccorrere chissà dove non mi pare che sia una buona idea. Ma non c’è problema. Ho un sacco a pelo e la notte passa presto. Come dire? Me la sono cercata.”
“Non intendevo questo. Siamo un piccolo villaggio ma un letto in più si trova di sicuro. Posso chiedere a qualcuno se la può ospitare per questa notte, se le fa piacere.”
L’invito generoso mi colse impreparato, per un momento non seppi cosa dire. Quel momento di esitazione bastò ad Argyris per procedere speditamente nel suo intento. Disse con tono deciso: “Lasci fare a me,” poi con lo sguardo passò in rapida rassegna le persone ancora nel locale. L’esame dei presenti fece appuntare finalmente la sua attenzione sul più giovane dei due che mi avevano servito. Lo chiamò a sé. Non capii neppure una delle poche parole che si dissero prima che il prete si rivolgesse nuovamente a me.
“Può dormire da Vasileos. Non si tratta proprio di un letto ma solo di un divano. Prima mi ha detto di avere un sacco a pelo.”
“Sì, in macchina.”
“Allora bene, si arrangerà con quello. Deve solo pazientare qualche momento fino a che chiudono il locale.”
Ringraziai il pope e dissi thank you very much a Vasileos. Questo mi succede ancora oggi: quando parlo con uno straniero adopero l’inglese anche se non so se sarà capito, come se il fatto di usare una lingua diversa dalla mia mi rendesse comunque più comprensibile a chi è di un paese differente.
Il proprietario si alzò in piedi e quello fu il segnale. Poche parole e il saldo di conti modesti furono il preludio allo svuotarsi del locale. Argyris fu l’ultimo ad andarsene.
“Le auguro la buona notte. Domani pensa di partire presto?”
“Sì, ma non prestissimo. Dipenderà anche da come sarà il tempo. Sicuramente dopo colazione.”
“Allora forse ci rivedremo. Da Vasileos starà bene. Buonanotte.”
Non mancai di ringraziare quell’imprevisto personaggio della mia vacanza, già consapevole che l’incontro sarebbe stato uno degli aneddoti favoriti da raccontare agli amici al mio ritorno.
C’era poco da sparecchiare e nessuno si curò di passare con la scopa sul pavimento. Lo avrebbero fatto la mattina dopo, sperai. Il proprietario e Vasileos scomparvero di nuovo oltre le strisce di plastica colorate, poi solo Vasileos ritornò, stavolta provvisto di un leggero giubbottino impermeabile. Mi disse qualcosa che ovviamente non compresi e si avviò verso la porta. Fuori la pioggia era diminuita d’intensità. Vasileos si stava avviando di buon passo verso casa. Gli toccai la spalla per richiamare la sua attenzione, gli feci cenno di attendere un momento. Corsi verso la macchina e recuperai ombrello e sacco a pelo il più rapidamente che potevo. Senza altre parole Vasileos riprese il cammino. Camminava speditamente e faticavo un poco a stargli dietro. Lasciato lo slargo davanti alla psistaria i viottoli fra le case erano di pietre a volte addirittura tonde. Qualche ciuffetto d’erba bagnata dalla pioggia rendeva scivoloso l’appoggio e, nel buio appena illuminato da rari lampioni e qualche lampada privata, anche i gradini che portavano alle case più distanti dalla strada erano conosciuti dalla mia guida ma di notevole impaccio per me. Come già mi era accaduto appena poche ore prima, le difficoltà e il non sapere quando sarei arrivato mi fecero sembrare il breve tratto molto più lungo di quanto in realtà fosse, un paio di minuti, fino alla casa di Vasileos. Questa di fatto segnava il confine del villaggio. Come avrei visto di più il mattino dopo, si trattava di una casa tirata su alla meglio, con la facciata verniciata in bianco e gli altri tre lati lasciati ancora grezzi. Solo il tetto, coperto da lastre sottili di pietra grigia, conferiva un tocco caratteristico al piccolo edificio circondato da un muro in pietra alto circa un metro e mezzo e distante dalla casa forse il doppio. Un piccolo cancello fu aperto con la semplice spinta della mano. Per la porta d’ingresso, invece, servì una chiave.
L’ingresso mi stupì. Era di dimensioni molto ampie, credo introvabili in un comune appartamento d’una qualsiasi città italiana. Anche la pianta della casa mostrava una struttura inconsueta, col grande ingresso a formare una sorta di cerchio sul quale si affacciavano le altre stanze. Vasileos entrò nella prima sulla destra, dove lo seguii. Un tavolino basso, un televisore e un divano che mi fu indicato. Annuii e vi poggiai sopra il sacco a pelo ancora arrotolato. Oh, thank you, it’s ok. Poi Vasileos uscì dalla stanza. Non fece alcun gesto ma intuii di doverlo seguire ancora. Aprì una porta più piccola con un inserto in vetro opaco. L’interruttore della luce era all’esterno della stanza. Vasileos lo premette e si mise un poco di traverso per lasciarmi vedere il bagno. Ok, thank you. Vasileos mi disse qualcosa e, ancora una volta, fu l’intuito a dirmi che potevo ritornare nella stanza col divano. Valutai la temperatura della stanza e decisi che nel mio sacco a pelo invernale potevo dormire con solo la maglietta di cotone addosso, poi andai nel bagno per lavarmi i denti ed orinare. Di nuovo in camera mi sfilai le scarpe e avevo già abbassato la lampo dei pantaloni quando Vasileos rientrò senza bussare. Sul tavolino basso di fronte al divano posò un piatto con due pezzi di due diversi tipi di torta e un piccolo thermos. Disse due o tre parole e poi andò via, rapidamente così com’era entrato. Thank you, thank you very much, feci comunque in tempo a dirgli.
Anche se mi ero appena lavato i denti la gola ebbe la meglio. Delle due, evitai quella che appariva più ricca di miele e addentai la più simile a un comune ciambellone di farina e uova. Era buonissima. Aprii anche il thermos ma vidi che conteneva caffellatte. Volevo dormire e richiusi il tappo.
In rare occasioni della mia vita ho avuto un sonno immediato, pesante e seguito da un risveglio rapido, colmo di serenità e privo di stanchezza. Le conto e sono quattro. Una volta al lago, da ragazzo in vacanza con la mia famiglia; una volta in campeggio, da solo in Nuova Zelanda; una volta nelle Marche, accanto alla donna che avrei poi sposato; una volta in Grecia, a casa di Vasileos. Avevo dormito meravigliosamente. Non portando orologio mi guardai attorno ma non ne trovai, né posati da qualche parte né appesi alla parete. Provai col televisore e mi andò bene. Uno dei canali trasmetteva le previsioni del tempo nelle principali isole greche. Le immagini mostravano vedute di spiagge o piazzette, sulla destra una tabella con le temperature e simboli significativi (quasi ovunque un sole pieno e ridente). In basso sullo schermo ecco lì ore, minuti e secondi. Le otto passate da poco. Spensi. Tolsi il tovagliolo di carta che la copriva e riaddentai la fetta già assaggiata. La mangiai tutta e di gusto. Anche se la cena era stata abbondante mi pareva di avere una gran fame. Il caffellatte nel thermos era ancora caldo. Il gusto era quello non eccelso degli acquosi caffè liofilizzati dei quali non riuscirò mai a capire lo straordinario successo in terra greca. Bevvi comunque, soddisfatto e grato. Feci finta di pensarci, poi passai all’altra torta.
Nella casa c’era un grande silenzio. Non conoscendo gli orari di Vasileos iniziai a muovermi con circospezione. Mi rinfilai i pantaloni e le scarpe, finalmente andai ad aprire la finestra e dischiusi un poco le persiane. Le nuvole erano sparite e la giornata si annunciava bella. Badando di non far rumore aprii la porta della mia stanza e mi avviai verso il bagno. Dal vetro opaco non intravedevo sagome, dall’interno non venivano rumori. Bussai con discrezione un paio di volte, un po più decisamente una terza. Aprii lentamente la porta per dare modo a Vasileos, nel caso, d’intimare l’altolà, ma il bagno era vuoto e potei sveltamente darmi una sciaquata. Tornato in camera finii di vestirmi e riavvolsi il sacco a pelo. Oltre all’ombrello e alla chiave della macchina con me non avevo altro, così io ero già pronto per uscire. Da nessuna delle altre camere provenivano rumori. Dopo un poco, quel silenzio assoluto mi mise a disagio e cominciò perfino ad irritarmi. Mi sentivo costretto a stare fermo, lì, senza poter svegliare Vasileos né potermene andare come a quel punto avrei desiderato. Mi affacciai di nuovo sull’ampio ingresso. Il bagno era aperto come l’avevo lasciato, le porte delle altre camere erano chiuse. Di là delle porte non veniva suono. Pensai che alle otto e mezza è comprensibile che uno abbia voglia di spalancare finestra e persiane, così decisi di farlo con un normale piglio, per vedere se questo avrebbe fatto succedere qualcosa. Ma neppure volevo apparire chiassoso, maleducato e dunque ingrato. Il risultato fu un gesto trattenuto ed un rumore d’intensità mediocre. Pensai di ritentare col bagno, dove azionai due volte lo sciacquone. Mentre tornavo in camera decisi di avere un po’ di tosse ma niente, non succedeva niente. Riaccesi il televisore. Il programma era cambiato ma l’orologio si vedeva ancora. Erano quasi le nove. Mi feci coraggio. Tolta la mia camera e il bagno rimanevano tre porte. Bussai alla prima, alla seconda, alla terza. Nessuna risposta. Pensando al comportamento di Vasileos la sera precedente decisi, sebbene riluttante, che anch’io potevo agire nello stesso modo. Così, ricominciando il giro delle porte decisi che, in assenza di risposta, stavolta avrei aperto un po’ quella del mio ospite.
Vasileos non c’era. Ero solo chissà da quanto tempo. Il mio sonno era stato così profondo da non farmi sentire quando il mio ospite mi aveva lasciato padrone della sua casa, a dormire finché ne avevo voglia, guardare la sua televisione e mangiare i suoi dolci. Dopo essermi dato dello sciocco per il mio nervosismo di poco prima, raccolsi le mie due cose e presi la discesa che avrebbe condotto allo slargo, alla macchina e al piccolo ristorante dove, speravo, avrei potuto trovare Vasileos per ringraziarlo di nuovo. Thank you, thank you very much un’altra volta. Di più non avrei saputo dirgli o forse sì, se grazie in greco si dice efharistò. Pope Argyris, invece, speravo di trovarlo facilmente nella piccola chiesa ortodossa.
In paese tutto era silenzioso come nella casa di Vasileos, talmente quieto da sembrare abbandonato. Vidi un vecchio che si era già incamminato per un sentiero che portava a monte ma gli altri abitanti parevano non esserci, o dormire ancora. Mi ci volle qualche momento per ricordare che solamente io ero in vacanza. Le nove ormai passate, chi doveva lavorava già da un pezzo.
Rimisi ombrello e sacco a pelo nel bagagliaio. Porta e finestra della psistaria erano chiuse. Bussai con discrezione senza ottenere risposta.
“Apre più tardi. Vuol fare colazione?”
Argyris era uscito dalla piccola chiesa e mi rivolgeva il suo sguardo cordiale. Prima di raggiungerlo davanti al portoncino della chiesa ebbi il tempo di pensare che lo incontravo per la seconda volta e, in entrambe le occasioni, mi era apparso alle spalle.
“Buongiorno! No, ho già mangiato a casa. Vasileos è stato gentilissimo e mi ha lasciato dei dolci e un caffellatte. È andato via prima che mi svegliassi. Volevo ringraziarlo.”
“Ora non c’è. La mattina lavora in una ... segaria?”
“Legno?”
“Sì.”
“Allora, segheria.”
“Segheria. Grazie. L’italiano ha troppe parole!” esclamò ridendo poi di cuore.
“Lo parla benissimo.”
“Oh, una volta, forse. Ora lo uso poco e ho molto dimenticato. Allora, è di partenza?”
“Sì, mi sarebbe piaciuto ringraziare Vasileos, ma se mi dice che non è possibile ...”
“Lo farò io, se crede.”
“Mi farebbe un grande favore. Nella fretta non ho neppure pensato di lasciargli un biglietto.”
“Non si preoccupi. Gli dirò io che lo ringrazia molto.”
“Grazie anche a lei. Se non l’avessi incontrata ...”
“Avrebbe dormito lo stesso, anche se un po’ più scomodo,” poi mi sorrise e in quel sorriso lessi un saluto e un augurio per il mio viaggio.
Prima di congedarmi, approfittai ancora della sua cortesia per chiedergli qualche indicazione sul percorso da seguire. A sentir lui, la strada per Kastromati era un po’ lunga ma semplice e non avrei dovuto perdermi di nuovo. Sperando che fosse vero mi preparai a partire.
“Allora vado. Grazie di nuovo per tutto.”
“Buon viaggio. Se si trova in difficoltà, può sempre tornare qui!”
“Spero che oggi vada tutto bene. Il tempo sembra buono e poi è ancora presto.”
“Ieri si è spaventato, eh?”
“Sì, ma è stata colpa mia. Fin da quando ero bambino e mi portavano in montagna mi hanno insegnato a partire presto e stare attento al tempo, specialmente se seguivi un sentiero per la prima volta. Sono stato uno stupido.”
“Ho notato già ieri che aver sbagliato strada per un’imprudenza le dà molto fastidio. Non dovrebbe essere così severo con se stesso.”
“Forse è vero. Le cose si fanno bene o male e se so di poterle fare bene, quando le faccio male questo mi dà fastidio.”
“Sbagliare succede a tutti.”
“È che penso alle conseguenze. Ieri, per leggerezza, rischiavo di rimanere fermo senza un’idea di dove mi trovassi, col temporale e nessuno che sapesse dove venire a cercarmi. Mi è andata bene, ma poteva andare male. No no, davvero: ho commesso un errore imperdonabile.”
La parola mi era uscita così, senza intenzione, ma di nuovo fui colpito da come disegnasse un’ombra improvvisa sul volto di Argyris.
“Imperdonabile ...” ripeté. Stette in silenzio, pensieroso, mentre mi guardava stringendo un poco gli occhi per fissarmi meglio, quasi al di là dell’iride, dentro la mia anima. Addossata alla chiesa c’era una panca di legno. Passò la mano sul sedile.
“È ancora umido ma possiamo stare. La prego.”
Ci sedemmo, lui che guardava avanti ed io che non capivo. Trascorremmo così qualche momento, senza dirci nulla. Un’auto di passaggio, la prima che avessi visto ormai da ore, arrivò allo slargo e proseguì, sparendo presto dietro la prima curva.
“Lei,” mi disse finalmente, “che cosa penserebbe se le dicessi che questa notte è stato insieme a un’assassino.”
“In che senso?”
Me ne vergogno ancora, ma fu l’unica frase che seppi articolare.
“Nel senso di assassino, una persona che ne ha ucciso un’altra.”
Il nome quasi si rifiutava di venire alle labbra.
“Vasileos?”
“Vasileos.”
“Ma quando è successo?”
“Tre anni fa.”
“E...”
“Che c’è?”
“No, mi chiedevo: dopo tre anni è già ... fuori?”
“Libero, vuole dire? Lo è sempre stato. Per andare in prigione bisogna che ci sia una condanna, e per una condanna ci vogliono un giudice e un processo.”
“Dunque la polizia non lo ha scoperto?”
“No, non lo ha scoperto. Ci hanno provato, certo, ma due agenti che vengono da lontano e hanno solo voglia di tornare a casa ... O li si aiuta con una confessione o, purtroppo, riescono a fare poco.”
“Mentre Vasileos lo ha confessato a lei.”
“Prima è venuto a dirlo a me, ma lo sa tutto il villaggio.”
Il cielo era azzurro e senza nuvole, nonostante questo dentro di me tremavo. Le parole di Argyris mi stavano angosciando anche più del temporale, del sentirmi perso e della luce gialla della spia della benzina. Il villaggio isolato che appena due ore prima, baciato dal sole mattutino, mi era sembrato il simbolo della serenità, quello stesso villaggio tornò a inquietarmi come i boschi senza fine attraversati al buio. Fu un pensiero velocissimo, ma considerai con orrore che i miei familiari sapevano soltanto che mi trovavo in Grecia. Ovunque e in nessun posto, perciò. Non avevo il coraggio di guardare il pope, non riuscivo ad alzarmi e salutare con naturalezza, accendere il motore e poi scappare.
“L’ho spaventata?”
La sua voce era uguale, né più dolce né più tesa di quando mi aveva raccontato del suo servizio a Roma e di come anche i preti guardassero con tenerezza alla loro gioventù. Questo mi dette la forza di guardarlo.
“Sì” ammisi finalmente.
“Lo capisco. È una cosa insolita. Però, mi creda, è anche molto bella.”
“Ma...!”
“Non mi fraintenda! È stata uccisa una persona, una cosa terribile, la più grave del mondo. La pensiamo tutti così. Anche Vasileos.”
E fu dunque la storia di Vasileos quella che ascoltai incredulo seduto sulla panca a ridosso della chiesa. La storia di come avesse ucciso rimanendo sconvolto dal suo gesto, di come fosse andato dal pope e di come Argyris avesse deciso di aiutarlo, di come il villaggio si fosse riunito nella chiesa e Vasileos avesse raccontato a tutti ciò che aveva fatto. Anche al padre della donna uccisa.
“Fu un dolore infinito. La mia piccola chiesa era gonfia di dolore. Rimanemmo lì tutta la notte, tutti quanti, a versare lacrime, gemere, tenere in gola un urlo. La vita non torna, la morte di chi ha ucciso non la restituisce. I fatti sono certi, i codici hanno tutte le caselle. Ma questo è un altro lavoro. Bisogna saper scavare nel cuore, capire se c’è la possibilità di perdonare, di perdonarsi. Capire se è giusto perdonare, e perdonarsi. La nostra decisione è stata questa. Ci siamo tutti fatti carico di quel dolore e delle menti sconvolte di Vasileos e del padre di Heleni. Non creda che sia stato tutto facile, non lo è neppure adesso. Ci stiamo provando, pensiamo che sia giusto.”
Argyris mi aveva parlato senza mai cambiare tono, senza accalorarsi né pretendere che io comprendessi una decisione così grande e insolita, così distante dalla mia esperienza, da quelle riflessioni mediocri e saltuarie che spacciavo a me stesso come meditazioni sulla morte e la colpa. I miei pochi studi giuridici si rivelavano drammaticamente insufficienti a capire. Forse i codici non avevano tutte le caselle.
E ancora oggi io non sono sicuro che quel che fece Argyris fosse giusto. Scrutare in fondo al cuore: chi è che ne è capace? So solo che sono tornato. Sono di nuovo qui, a casa di Vasileos. Domani ci sarà il funerale di Argyris. Soffriva di cuore già da qualche tempo. Eravamo un po’ tutti preparati.

 



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