Astensionismo

La filosofia dell'astensione

Scena finale del film "Due sulla strada" (The Van)

Alle elezioni politiche dello scorso febbraio un quarto degli aventi diritto ha scelto di non votare. Se esistesse un partito degli astensionisti, perciò, attualmente sarebbe la forza più consistente nel panorama politico italiano. Naturalmente è impossibile ricondurre la decisione di non votare di quasi dodici milioni di persone ad un unico denominatore. Ognuno avrà avuto le sue ragioni.

A ridosso delle elezioni mi venne da pensare che l'astensione dal voto (scelta legittima e anche da me lungamente praticata) ha una valenza positiva quando non è astensione dalla partecipazione alla vita della comunità. Non credere a partiti e istituzioni fino a decidere di non partecipare al rito stanco del seggio elettorale, cioè, ha valore culturale e sociale se si contribuisce in altra forma, e poco importa quale, alla “conversazione” e al soddisfacimento dei bisogni presenti nel piccolo o grande ambiente in cui viviamo. Altrimenti si tratta di cose diverse ma tutte ugualmente negative: indifferenza, inerzia, ignoranza.

La modesta riflessione post-elettorale mi è tornata in mente e ha trovato, secondo me, conferme dopo aver partecipato a due eventi culturali in quel di Pesaro, di assai diverse portata e partecipazione: il festival Popsophia e la sesta “Maratona di lettura” organizzata dalla Biblioteca San Giovanni.

Popsophia è un festival che nei cinque giorni della sua durata propone in serie una sorta di talk show filosofico. Nella sua modalità di svolgimento tutto richiama la televisione e i suoi programmi: le poltrone e il divano collocati sul palco; il megaschermo che ripropone le immagini di chi davanti a te ti sta parlando; il pubblico in posizione di spettatore passivo, separato, chiuso in sé stesso e nella sua isolante attività di ascolto. Stando alla mia esperienza diretta, è perfettamente credibile la notizia che Popsophia abbia richiamato in media circa quattromila persone al giorno.

Popsophia si è svolta dal 3 al 7 luglio (del 2013). Il 9 seguente, invece, la Biblioteca San Giovanni di Pesaro organizzava la sua sesta maratona di lettura. La piccola condizione posta ai lettori era che il brano scelto fosse da un libro che avesse avuto una versione cinematografica. Io ho letto da Due sulla strada, di Roddy Doyle. Gli altri undici hanno variato molto: da Susanna Tamaro a Luciano Bianciardi, da Alessandro Manzoni a Dacia Maraini, da Umberto Eco a Michail Bulgakov e così via. Un'occasione piacevole, ma rimane il fatto che abbiamo letto in dodici, e poco più ad ascoltare e basta.

Ovviamente, pur trattandosi di due eventi entrambi di carattere culturale, non è neppure immaginabile una realtà rovesciata, con mille persone a leggere e una dozzina a ascoltare Marc Augé. Tuttavia rimangono significativi lo straordinario scarto numerico ed il fatto che le persone accorrano in massa dove sono soltanto spettatrici, lasciando a un'esigua pattuglia di appassionati il luogo pubblico della partecipazione.

Insomma, sono tempi difficili e non soltanto per la crisi economica che ci attanaglia. Anzi, proprio questa crisi sta evidenziando come il cosiddetto tessuto sociale sia intriso di passività, all'apparenza privo della capacità di reagire a circostanze alle quali sembra assistere come se non lo riguardassero, seduto sul divano davanti all'ennesimo programma, sempre interrotto dalla pubblicità.

Alle elezioni politiche di febbraio 2013, insomma, si astennero undici milioni di persone, alla maratona di lettura si è astenuta una città. Le due cose non c'entrano fra loro? Per me sì o, quanto meno, sono un segnale leggibile dello stato attuale delle cose. Stato che non è bello ed io, per consolarmi, ricorro ancora alle storie dei miei libri che qualche volta provo a condividere. Della mia prima maratona di lettura alla Biblioteca San Giovanni ci sono tracce in Rete. Non sono quel che si definisce un fine dicitore, ma il testo supera i miei inciampi.

Buon ascolto, e buon futuro.

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Dichiarazione di vuoto (da riempire)

Dunque ci siamo anche stavolta. Fra due giorni, il 24 e 25 febbraio, si voterà per rinnovare la composizione del Parlamento italiano. Davanti a noi cittadini, così, ecco la consueta serie di opzioni: non votare, astenersi oppure votare e, se lo si fa, per chi. Fra i milioni di parole spese per motivare l'una o l'altra scelta, ho letto con attenzione quelle affidate ai rispettivi blog da due persone che seguo quando posso, ma con una certa continuità. Mi riferisco a Barbara Collevecchio e Simone Perotti.
Sperando che mi perdonino la sintesi drastica delle loro argomentazioni (che, comunque, potete conoscere per intero qui e qui) provo a riassumerle.

Barbara Collevecchio non si riconosce (e rifiuta) nella politica dei partiti, delle istituzioni, dei leader-imbonitori vecchi e nuovi, tutti distanti dalla vita delle persone e, in definitiva, dall'idea stessa di democrazia partecipata. Perciò non voterà, senza che per questo possa accettare di sentirsi dire che la sua scelta è assenza o disimpegno. Al contrario, Barbara Collevecchio sceglie la cosiddetta politica dal basso, quella fatta di azioni dirette e concrete, attuate nel proprio contesto familiare, sociale e professionale, in vista della necessaria rivoluzione culturale che ci renda indipendenti e non più gregari di imbonitori.

Simone Perotti, anche lui, non voterà. Non vuole essere neppure lontanamente corresponsabile di una politica e di scelte che vanno nella direzione opposta a quella che vorrebbe. Neppure vuole unirsi "alla moltitudine che avalla con una croce" l'idea di una finanza egemone e di una economia sconsiderata. Ad aggravare le cose, aggiunge Perotti, è il nostro sistema elettorale, i cui meccanismi interni, ulteriore paradosso, sono già il primo momento di esautorazione della volontà popolare. E allora, se minoranza deve essere, insomma, che lo sia fino alle estreme conseguenze, in una sorta di replica in grande formato dell'Aventino parlamentare del 1924. E poi che fare, dunque? Agire, vivere diversamente, testimoniare le nostre scelte attraverso il traffico dove non saremo, i rifiuti che tenteremo di limitare e differenziare, le relazioni autentiche che tenteremo di costruire. Saranno queste, conclude Perotti, le nostre elezioni quotidiane, nelle quali l'azione di ogni giorno si sostituirà alla matita adoperata una tantum.

Ho letto con interesse e molto ho condiviso, più di tutto il richiamo alla coerenza quotidiana delle nostre azioni, all'importanza di esprimerci concretamente in quello che rientra nel nostro raggio di azione. Però, almeno a mio parere, tutto ciò non basta. Viviamo in una società assai complessa. Per andare a Roma a trovare i miei anziani genitori ho bisogno di strade, ponti, linee ferroviarie. Mia figlia ha bisogno di un sistema di istruzione pubblica che funzioni. Un mio amico disabile ha bisogno di una rete di provvidenze sociali e servizi sanitari che va oltre le possibilità di qualsiasi singola persona. In molti desideriamo una struttura sociale diversa da quella attuale: più democratica, più giusta, più partecipata, più al servizio dei cittadini. Questa struttura diversa, però, non è quella attuale nella quale tutti viviamo. Un solo imbecille che preme un pulsante alla Camera o al Senato può devastare il terreno pazientemente concimato da migliaia di azioni quotidiane, comprare un inutile cacciabombardiere e far chiudere dieci ospedali, alzare l'IVA di un punto e regalare ai farabutti l'impunità per i capitali esportati illegalmente all'estero.

Anche soltanto dal punto di vista tattico, perciò, provare a limitare il numero degli arrivisti di lungo corso e dei disonesti consumati potrebbe avere un senso. Almeno, è con questo spirito che io voterò. Sperando che Barbara Collevecchio mi perdoni e che Simone Perotti non mi consideri correo della finanza egemone, della politica prona, della crescita a oltranza e dei sacrifici imposti dalla catena del lavoro-produco-consumo-spreco-inquino. Quanto a me, continuerò a seguirli con attenzione perché di due cose almeno sono certo: che occorre sempre ridiscutere le proprie convinzioni e che, per farlo, c'è bisogno di tutte le persone oneste e libere di mente.

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