Biblioteca San Giovanni

Storie di biblioteche

A giugno del 2012, fra le iniziative prese per festeggiare il suo decimo compleanno, la biblioteca San Giovanni di Pesaro organizzò due interessanti incontri su come le biblioteche fossero rappresentate nel cinema e nella letteratura. Riguardo a quest'ultima, le relazioni segnalarono una differenza fra gli scrittori stranieri (specialmente di area anglosassone) e quelli italiani. I primi, quando decidono di farlo, includono la biblioteca fra i luoghi in cui può accadere qualcosa perché la biblioteca, nel loro contesto socio-culturale, è uno dei luoghi della comunità. Per gli scrittori italiani, invece, la biblioteca (e più esattamente: la biblioteca pubblica) è una ulteriore occasione per lamentarsi dell'inefficienza e dell'ottusità con le quali agisce la pubblica amministrazione. Non è così sempre e comunque, ma neppure è raro. E quando accade, per quanto il tono sia ironico la sostanza non cambia: anche in biblioteca il cittadino è vittima di ritardi e regole astruse, oltre che prive di un qualsiasi senso. Data la brevità dell'esempio, cito un divertente brano di Daniele Luttazzi:

"Caro Daniele, perché hai fatto medicina? Per vocazione: un giorno entro in una biblioteca e chiedo se hanno un libro sulla manovra di Heimlich, quella che serve a liberare chi sta soffocando dal bolo che gli è andato di traverso. La bibliotecaria mi fa: 'Guardi sullo scaffale in fondo, quello più in alto'. Prendo la scala, salgo, cerco il libro, torno dalla bibliotecaria. 'Ha dimenticato la scala'. Vado, rimetto a posto la scala, torno. 'Vorrei prendere questo libro.' 'Ha la tessera della biblioteca?' 'No.' 'Costa 8.700 lire.' Gliene do diecimila. 'Non ho il resto. Questa è una biblioteca, non una banca.' Riprendo la scala, rimetto il libro sullo scaffale in alto, vado in banca a cambiare i soldi. 'Si questa è una banca. Eccole i soldi.' Torno in biblioteca, compro la tessera, prendo la scala, prendo il libro sulla manovra Heimlich, torno in macchina, ma ormai la mia ragazza è morta soffocata.” (LUTTAZZI, Daniele, Satyricon, Milano, Mondadori, 2001, p. 127-128).

Questa visione amara non è priva di un reale fondamento ma, a mio parere, denota anche la tendenza, diffusa fra noi italiani, a rivendicare individualmente anziché risolvere collettivamente. Mi spiego meglio: un gran numero di persone è pronto a lamentarsi perché deve aspettare troppo per avere un libro in prestito ma, una volta fuori della biblioteca col libro desiderato, non spende una goccia del suo tempo per chiedere un miglioramento generale del servizio o, magari, sostenere in qualche modo chi vorrebbe migliorare le cose a beneficio di tutti.

È per questo che vorrei parlare, da oggi in poi, delle biblioteche per quello che sono state nella mia esperienza: luoghi nei quali ci si apre al mondo attraverso il momento intimo della lettura. E non soltanto questo.

Ai prossimi articoli, dunque.

Saverio Raimondo, Franca Valeri, il boom e lo sboom

Ieri 6 dicembre (2012! se si leggesse questo articolo fra chissà quanto tempo), a Pesaro, nella Sala della Repubblica del Teatro Rossini e per iniziativa della Biblioteca San Giovanni, ho assistito a uno spettacolo teatrale che comprendeva due brevi monologhi di Saverio Raimondo. Il primo di essi basava la propria comicità sul racconto del denaro e del lavoro (quello "normale", retribuito) come esperienze lontanissime nel tempo, ricordi che è possibile ottenere soltanto scavando a fondo nella propria memoria.

Raimondo ci fa ridere, amaramente, obbligandoci a guardare la realtà, e cioè a quanto cose vicine nel tempo ci appaiano lontanissime dalla nostra attuale percezione del mondo, della vita, del futuro. "Vi ricordate quella cosa là, la ... la ... il lavoro! Tu lavoravi, e loro ti davano i soldi". Si ride ma ci si chiede: davvero è successo tutto così in fretta? E come è potuto accadere?

Il meccanismo comico praticato da Raimondo mi ha riportato alla memoria una geniale battuta di Franca Valeri. Il personaggio, la sora Cecioni, telefonava a un'amica per chiederle di portare "la pupa" ai giardinetti vicino casa, apprendendo che i giardinetti non esistevano più perché lì avevano costruito un palazzo. La sora Cecioni non se n'era accorta perché la finestra della camera che dava sui giardini aveva da un mese la tapparella guasta.
Ecco, in una battuta è condensato un momento storico, il boom economico degli anni Sessanta che, insieme a molto altro, fu anche una tumultuosa aggressione al territorio, con le città che crescevano a vista d'occhio in maniera scomposta e, spesso, abusiva. Su quel periodo sono state scritte decine di saggi, spesi milioni di parole. Franca Valeri lo racconta in due frasi.

Non manco di approfittare delle possibilità di condivisione offerte dalla moderna tecnologia e propongo due video coi monologhi di cui scrivo in questo articolo (la battuta che cito della Valeri è al minuto 2.25).

Patrick Süskind è un idiota (“Il profumo” - 1)

Nel 1985 fu pubblicato in Germania il romanzo Das profum - Die Geschichte eines Mörders, scritto da Patrick Süskind. Il libro apparve subito anche in Italia, dove uscì col solo titolo principale, Il profumo, senza quello secondario La storia di un assassino. Io lo lessi nel 1992, in edizione tascabile, su consiglio di mia sorella. Quella riprodotta è la copertina della mia copia. Fin dalle prime righe rimasi talmente scosso e ammirato da decidere che non avrei avvicinato altri libri dello stesso autore. Nessun essere umano, pensavo, può raggiungere due volte tanta grandezza e qualsiasi altra opera di Süskind, perciò, mi avrebbe deluso. Addirittura mi accadeva (e mi accade!) di immaginare lo scrittore tedesco come un povero idiota, divenuto tale per lo sforzo mentale eccessivo richiesto dalla perfezione non umana del libro. Un po' come capita, per chi se lo ricorda, al David Helfgott del film Shine, mentalmente esaurito dallo studio del pianoforte e dell'esigente Concerto per pianoforte e orchestra numero 3 di Rachmaninov. Fatto sta che quando la Biblioteca San Giovanni di Pesaro organizzò una maratona di lettura invitando a leggere un brano dal proprio “libro del cuore”, la mia scelta fu immediata e senza tentennamenti: lo straordinario incipit del romanzo con il quale Patrick Süskind racconta la storia di Jean-Baptiste Grenouille, uomo senza odore.
Le ragioni della mia ammirazione per Il profumo sono molte. Proverò a esporle nei prossimi post di questo blog, dopo averne riassunto la trama.

P.S.
Passato qualche anno non mantenni la promessa e, fra molte titubanze, comprai Il piccione, altro romanzo scritto da Süskind (nel 1987). Come avevo temuto, l'odore del volatile non resse il confronto.

_____

Subscribe to RSS - Biblioteca San Giovanni