Cambiamento

Una spiga ci salverà. L'Italia che cambia vista da Daniel Tarozzi

Copertina del libro "Io faccio così" di Daniel Tarozzi

Vivendo e curiosando fra le esperienze di cosiddetta “nuova economia”, un lettore abituale quale sono doveva prima o poi incontrare Io faccio così. Viaggio in camper nell'Italia che cambia di Daniel Tarozzi (Milano, Chiarelettere, 2013, pp. 347).

Il libro riferisce di una parte (farlo per tutti avrebbe richiesto troppe pagine) degli incontri che l'autore ha avuto visitando città, paesi e case più o meno isolate alla ricerca di quell'Italia che si muove, innova, collabora e resiste ma non viene raccontata. In un testo del genere la qualità letteraria passa evidentemente in secondo piano e la scrittura si mette al servizio del lungo resoconto che, di pagina in pagina, prova a sintetizzare in poche righe un'idea di vita, un progetto, una battaglia.

Di fronte a un'opera di questo tipo, le chiave di lettura più facili sono quelle del “c'è un'Italia migliore di quella che ci viene raccontata, “ci sono molte iniziative innovative”, “se si vuole si può cambiare vita” e cose del genere. Si tratta di chiavi esatte che, tuttavia, accantono per esporre qualcuna delle impressioni diverse stimolate dalla lettura.

La prima: fra quelle di cui si riferisce, sono numerose le esperienze che puntano a creare microcomunità “perfette” connotate da relazioni paritarie, condivisione di beni, rapporto rispettoso con la natura che sostiene la sopravvivenza. Ogni comunità ha un'impronta precisa e regole proprie, a volte anche severe. In comune fra loro, mi sembra, hanno una propensione all'isolamento, riuscendo magari a costruire un mondo “perfetto” e autosufficiente ma al prezzo di non confrontarsi con quello imperfetto in cui vive il resto della popolazione.

La seconda: cambiare vita e guardare al futuro sono intenti che, nella pratica, si traducono spesso in un ritorno al passato: svolgimento di attività primarie (agricoltura, ovviamente biologica, e allevamento), ritmi scanditi dalla natura ecc. In questo momento in cui sto scrivendo non riesco a ricordare di aver trovato esempi di cambiamenti legati all'impiego e alla ricerca di nuove tecnologie. Peraltro, accade spesso che ecovillaggi o cooperative sociali abbiano un loro sito Internet.

La terza: nella quasi totalità dei casi, il successo duraturo dell'iniziativa intrapresa è ritenuto possibile a condizione che si riesca a essere parte di una rete collaborativa che può prendere la forma elementare dei rapporti di vicinato ovvero quella più strutturata delle reti di economia sociale (fra le quali si cita la campagna Genuino Clandestino di cui ho parlato nell'articolo precedente a questo).

A queste tre osservazioni, via via che leggevo se ne è affiancata una quarta con sempre maggior forza. Molto spesso, per non dire sempre, anche attività “estreme”, come la creazione di una piccola comunità autosufficiente, sono costrette a entrare in contatto col “mondo”: un finanziamento da ottenere, un attrezzo da procurarsi; un contratto di comodato per l'uso di un immobile; il riconoscimento della propria attività da parte delle istituzioni ecc. In simili circostanze, dunque, anche l'esperienza più isolata è l'ultima fermata di decisioni prese assai lontano.

Anche dalla lettura, a volte entusiasmante, del libro di Tarozzi, quindi, a mio avviso emerge ineludibile il problema della rappresentanza di queste istanze, cioè di un soggetto politico (nel senso più nobile del termine) che riesca a mettersi al loro servizio dando forma giuridica (che non è una bestemmia ma l'organizzazione della convivenza) alla libertà cooperativa dei singoli.

Emma, sei tutti noi

Frontespizio di "Emma" di Jane Austen

Intanto che proseguo il mio personale slalom esistenziale fra l'ennesimo record del debito pubblico italiano (a giugno 2014: 2.168,4 miliardi di euro), il lavoro in ufficio coi colleghi in ferie, la redazione dei miei manuali per la patente, la figlia che parte con amici per la Val di Susa sostenendo che ci sarebbero arrivati in tre ore da Fano, la stessa figlia che si accorge che tre ore erano quelle che occorrevano per arrivare a Bologna (dove chi ha organizzato il viaggio aveva astutamente previsto un pernottamento), le sempre più tragiche notizie da Gaza e dall’Iraq e altro ancora, ho trovato il tempo di leggere Emma di Jane Austen.

Fino a un anno fa, il mio interesse per la celebre scrittrice inglese era appassionato ma un tantino monocorde, dato che in sei occasioni avevo letto un suo romanzo e però sempre lo stesso, cioè Orgoglio e pregiudizio. Quest’anno mi sono azzardato ad ampliare i miei orizzonti leggendo prima Ragione e Sentimento, poi, appunto, Emma. Delle due opere, è stata senz’altro quest’ultima a catturare maggiormente il mio interesse.

Emma è una giovane, bella, ricca, intelligente e appartiene alla famiglia più in vista di Hartfield. Queste sue qualità sono letteralmente sbattute in faccia al lettore, dato che la loro elencazione costituisce l’incipit del romanzo. Sembra quasi che la Austen voglia sfidare il lettore avvertendolo immediatamente di aver deliberatamente privato la sua protagonista di una qualsiasi delle molteplici disgrazie che suscitano un’istintiva benevolenza verso l’eroina di turno: povertà in vario grado; salute cagionevole; perdita di persone care che si sarebbero prese amorevole cura ma che, morendo, lasciano il personaggio in balia di gente fredda, avara e priva di scrupoli e via dicendo. Conseguenza quasi inevitabile di tali premesse è che Emma è piena di sé quanto basta per essere convinta di poter disporre degli altri e, soprattutto, dei loro sentimenti.

Essendo ricca, Emma non ha bisogno di sposarsi per garantirsi un futuro sereno o progredire socialmente. La sua condizione rende inutile anche ogni affanno per ottenere la felicità, cioè quel gradevole ma non indispensabile accessorio del matrimonio. Infatti, Emma mostra a ogni piè sospinto il più sereno disinteresse per gli uomini in generale e per il matrimonio in particolare.

Le fondamenta caratteriali di Emma, dunque, sono distanti dalla condizione della maggior parte delle persone e, soprattutto, potrebbero renderla un personaggio antipatico senza rimedio. Anzi, la Austen conduce il gioco narrativo in modo così abile da far pensare che la conclusione della storia, cioè proprio il matrimonio e la felicità di Emma, siano una divertita vendetta dell’autrice sul suo personaggio, la vera espiazione per la sua presunzione passata. In questo senso, il più tradizionale dei finali appare carico di un senso nuovo e differente.

Sgombriamo subito il campo dalle annotazioni più scontate, cioè che Emma è un ottimo libro perché Jane Austen è un talento assoluto: stile scorrevole; trama ben costruita; dialoghi trasferibili senza modifiche nella migliore sceneggiatura cinematografica; personaggi che agiscono e parlano in modo sempre coerente con il carattere che l’autrice gli ha attribuito; figure di contorno vivaci, ben descritte e, nel loro piccolo, necessarie. Non mancano sorprese, idee suggerite, indizi che lasciano pensare qualcosa e poi rivelano il suo opposto (e sono convinto che la Austen, se avesse scritto dopo la nascita del genere, sarebbe stata un’eccezionale giallista). Sgombriamo il campo perché non è nulla di tutto questo, infatti, a rendere il libro più prezioso di altri.

Come altri romanzi, Emma è la storia di un cambiamento. Questo cambiamento, tuttavia, non deriva dalla raggiunta consapevolezza di un errore di giudizio (eravamo convinte che Wickham e Willoughby fossero delle così brave persone, e invece …). Emma non sbaglia nel valutare gli altri basandosi su impressioni che si rivelano poco fondate, Emma sbaglia il giudizio sulle persone perché non le guarda affatto. La sua relazione con gli altri è quella che può avere una bambina con la sua bambola. Emma si sente libera e autorizzata a decidere che cosa debba o non debba fare un’altra persona. La sua convinzione di saper comprendere l’animo altrui è il velo sottile che riveste la verità, cioè che è lei stessa ad attribuire pensieri e sentimenti e, poi, a interpretare parole e azioni secondo lo schema che si è costruita in perfetta solitudine.

Emma, alla fine, cambia (in meglio) ma, ed è un aspetto di assoluto rilievo, la mutazione non è dovuta a un isolato, drammatico, momento catartico (classicamente, la lettera che svela la verità su un individuo abietto) ma alla ripetizione dello stesso errore da parte di Emma, che soltanto alla fine riuscirà a fare i conti con se stessa e a vedere le persone per quello che sono, rispettandole davvero.

Ecco, è questa tenacia di Emma nel perseverare nei suoi sbagli, sempre ignorando gli altri, ad avermi colpito più di ogni altra cosa. Forse perché il difetto, insolito nei romanzi, è terribilmente comune fra gli esseri umani.

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