Costituzione

Sullo sfondo del quadro c'è un vegetariano che dice sempre no.

Icona scheda referendum 1946

Scrivo a poco più di una settimana dalla data del referendum sulle modifiche della Costituzione italiana, il che significa che negli organi d'informazione le argomentazioni sono ormai quasi estinte e hanno ceduto il campo ai due monosillabi SI e NO. Io, come al solito, sono attratto dalle cose che rimangono sullo sfondo e che secondo me, sebbene poco osservate da chi si concentra sul fuoco dell'immagine, sono ciò che la sostiene e il contorno che la inquadra.
Nel caso del dibattito (al solito, più gridato che ragionato) sul referendum, per esempio, mi colpiscono due “argomenti” che, a mio parere, non dimostrano nulla se non una certa immaturità nell'esercizio della democrazia. E vediamo di che si tratta.

“Voti SI? Ma non ti vergogni a essere in compagnia di Verdini?” “Voti NO? Ma non ti vergogni di essere in compagnia di Salvini?” Sostituite pure i due nomi con altri a vostro gusto, la questione è la stessa, cioè che si tratta di un argomento stupido. Un referendum offre soltanto due opzioni di risposta a un quesito specifico. È indubbio che il quesito si inscrive in un contesto ma ciò non evita che la risposta sfrondi se stessa da tutto ciò che è esterno alla questione in gioco. La democrazia rappresentativa è (anche) la ricerca di un equilibrio fra due esigenze di pari valore, cioè la rappresentatività e la funzionalità del sistema. Negli anni scorsi ci hanno frantumato i neuroni per convincerci della bontà e necessità del cosiddetto bipolarismo, mentre premi di maggioranza assai premianti provavano a contribuire alla riduzione della fauna partitica. Quale che sia il giudizio sulla bontà e sui risultati ottenuti dalle soluzioni adottate, rimane il fatto che un referendum è il massimo della semplificazione, che ciascuno avrà le sue ragioni per votare sì o no e che ha davvero poco senso, parlando di due agglomerati che conterranno vari milioni di individui, pretendere che il proprio schieramento sia migliore dell'altro perché l'altro comprende anche tizio o caio.

Un altro argomento che trovo poco sensato è la critica alle opposizioni (che, anche nel caso della riforma costituzionale, si oppongono) perché “sanno dire solamente no”.
Immaginiamo due persone, A e B, che si incontrano. A invita B al ristorante, uno vicino che A conosce bene e dove si mangia divinamente. Entrano, si siedono, A prende il menu e propone un antipasto di affettati misti, B declina perché, informa, è vegetariano. A passa al primo, suggerendo i tortellini specialità della casa ma B declina perché, come ha appena detto, è vegetariano. Forse una bistecca alla fiorentina? B ringrazia per il pensiero ma rifiuta. E via così. Del resto, al ristorante preferito da A, “La mandria al sangue”, il menu è fortemente caratterizzato.
Orbene, in una democrazia sana, supponendo che due o più schieramenti si siano proposti con posizioni differenti, che l'opposizione si opponga dovrebbe essere considerato normale e non un punto a sfavore. Quello che sarebbe da criticare sarebbe un atteggiamento di opposizione “a prescindere”, sistematica, senza neppure entrare nel merito. Ed è qui che, mi sembra di vedere, casca l'asino. Perché “entrare nel merito” richiede impegno, attenzione, preparazione, tempo. Una riforma della Costituzione complessa, come quella che si sta proponendo, meriterebbe un maggiore rispetto. Anche da coloro che la sostengono.

Viva il νόμος, abbasso Napolitano!

Io amo le regole. Le amo nonostante l'opinione generale, e solidissima, che le avvolge. Perché ogni regola, si sa, limita la libertà individuale, soffoca l'iniziativa e finanche la creatività, se non addirittura lo sviluppo pieno e armonioso della personalità. Perciò qualsiasi regola e, peggio ancora, la curiosa pretesa che sia rispettata, sono cosa degna dei regimi repressivi, lagnosamente rivendicata da quei deboli che, per esser tali, sono anche inevitabilmente un po' vigliacchi. Da questo ed altro ancora discende nel modo più necessario che la regola, ogni regola, è triste come l'animo di chi è costretto a piegarsi ad essa.

Io amo le regole perché sono convinto dell'opposto: le regole fanno un gran comodo e semplificano la vita. Per dire, quando guidiamo e arriviamo a un incrocio, sappiamo tutti quel che dobbiamo fare, perciò meno incidenti e perdite di tempo. Quanto alla libertà, la regola è uno dei suoi presupposti. La parola “autonomia” viene dal greco e significa “regola stabilita dallo stesso soggetto che la osserva” (ecco spiegato il titolo di questo articolo, con l'avvertenza che nómos, in greco, è di genere maschile). Dunque è autonomo, cioè libero, colui che indirizza la propria azione secondo dei criteri.

Poi, certamente, la regola è un frutto della mente umana, cioè di quel congegno che ha generato l'ouverture del Flauto magico ma anche i campi di concentramento. Senza arrivare al peggio, fra i due estremi troviamo anche le regole inutili o inefficaci, stupide o ridondanti, travisate o pervertite.

Le regole, certamente, possono anche essere troppe oppure ingiuste, dunque da eliminare, modificare o sovvertire. Il che mi porta ad altre due annotazioni. La prima è dovuta ad un ricordo. Gonzalo Montserrat, uno dei miei insegnanti di spagnolo, introducendo una lezione di grammatica ci disse: noi possiamo anche rompere o disapplicare le regole ma, per farlo, dobbiamo prima conoscerle. Era il 1986. Dopo quasi trent'anni, condivido ancora.

La seconda annotazione è che, per quel che ho visto, uno degli sport più praticati in Italia è quello che risolve in modo brillante il problema delle regole ingiuste, o sbagliate, o inefficaci o che, ancor più semplicemente, non piacciono. Di fronte a tali regole, inutile affaticarsi a rimuoverle o migliorarle, basta comportarsi come se non esistessero. Fra i praticanti di questo sport dispiace annoverare Giorgio Napolitano, da poco rinnovato Presidente della Repubblica. Fra le sue forzature del dettato costituzionale, una che ho sempre considerato grave è l'intervento (attraverso contatti tanto informali quanto diretti fra presidenza della repubblica e presidenza del consiglio) nel processo legislativo, ancora in fase di elaborazione della proposta di legge. La Costituzione è un sistema delicatissimo di equilibri e contrappesi. Il potere di richiedere alle Camere una nuova deliberazione su una legge (art. 74 della Costituzione) è tanto grande quanto da usare con estrema prudenza. Tuttavia, per esercitarlo con piena autonomia e legittimazione, è essenziale che il Presidente della Repubblica sia assolutamente esterno al processo di formazione della legge, specialmente quando tale processo ha coinvolto il governo.

Anche sull'art. 74 della Costituzione, naturalmente, esistono opinioni diverse. Rimane il fatto che Napolitano, a cui magari l'art. 74 non piace, poteva adoperarsi per arrivare a una sua modifica o soppressione. Invece, ha assai più semplicemente agito come se non ci fosse. Così facendo, del resto, forse ha davvero rappresentato gli italiani. Quelli che lo hanno eletto e poi rieletto.
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