Debito pubblico

Lezioni di greco

Alexis Tsipras alza il pugno e china la testa

Più o meno come accadde a suo tempo per Gaza, nel breve volgere di pochi giorni la Grecia è passata da notizia egemone a trafiletto e forse già domani non ne sentiremo più parlare in favore di qualche altro dramma internazionale scelto fra i tanti che, purtroppo, non mancano. Fatto sta che già oggi, a neppure una settimana dal voto del Parlamento greco sull'accettazione delle proposte formulate dalle controparti internazionali, è possibile rileggere con sufficiente distacco l'infinito dibattito italiano su quel che è accaduto in Grecia o, per dir meglio, alla Grecia; un dibattito che, è mia impressione, è stato caratterizzato da una quantità abnorme di consigli (non richiesti) e giudizi (tanto netti quanto severi) indirizzati al popolo greco, alla coalizione Syriza e al Primo Mnistro Alexis Tsipras. Consigli e giudizi, va da sé, espressi stando comodamente seduti davanti al computer, con un bicchiere e, considerato il caldo, qualche bevanda fredda a portata di mano, ragion per cui desidero condividere di nuovo il bell'articolo del giornalista greco Alex Androu dove, mi pare, ci sia un contributo interessante per inquadrare correttamente un paio di faccendine di qualche conto.
Ma, come mi accade troppo spesso, sto divagando e ancora non arrivo al punto. Che è questo: mi pare che molti abbiano detto ai greci che cosa fare a casa loro, e nessuno o pochissimi abbia provato a dire che cosa, qui in Italia, dobbiamo imparare dalla lezione greca. Eppure sarebbe importante, per non dire decisivo. Perciò provo umilmente a dire la mia.

Dalla vicenda greca dovremmo almeno imparare che:

  • oggi gli Stati non si invadono coi carri armati ma coi prestiti;
  • se si vuole essere liberi di scegliere fra due opzioni, bisogna che entrambe siano realmente praticabili;
  • le soluzioni praticabili sono quelle che si è potuto e voluto preparare, il che richiede tempo ed azioni coerenti;
  • il debito nazionale è un dato che tutti noi dovremmo conoscere e seguire nel suo andamento perché da quel valore possono dipendere il nostro futuro, la nostra libertà, la nostra indipendenza;
  • già che ci siamo, non sarebbe male imparare a distinguere fra “saldo primario” (che per l'Italia è positivo, cioè lo Stato, al netto degli interessi passivi, incassa più di quel che spende) e “debito pubblico” (che comprende la spesa per gli interessi sul debito);
  • tutti i partiti e gli esponenti politici che, con l'azione o con l'inerzia, fanno crescere l'indebitamento sono partiti e persone che stanno lentamente serrando le manette ai nostri polsi;
  • al livello dell'azione “dal basso”, la costruzione di un futuro possibile (e, possibilmente, luminoso) passa attraverso la creazione di circuiti di scambio che riducano la quantità di denaro necessario per vivere: gruppi di acquisto solidale; banche del tempo; moneta complementare ecc.

Mi rendo conto che tutto ciò non basta. So anche che dovrei dedicare un po' di spazio a chiarire che quando parlo di riduzione del debito pubblico non mi riferisco agli insensati tagli lineari, né alla soppressione dello Stato “sociale” o all'assenza di politiche pubbliche di sviluppo. Spero, tuttavia, di aver lasciato intendere l'essenza del mio pensiero, cosa che ho fatto mentre il debito pubblico italiano ha stabilito il nuovo, ennesimo, record storico raggiungendo la cifra di 2.218 miliardi di euro. Il dato è disponibile nel sito della Banca d'Italia che, a leggere le ultime dichiarazioni, non rientra fra le fonti consultate dal nostro Consiglio dei ministri e dal suo Presidente.

Salviamo la Germania!

Ingresso filiale Commerzbank

Il bersaglio di questo mio piccolo scritto è l'uso corrente dell'aggettivo “rigorosa” riferito alla politica economica praticata dalla Germania.
La parola “rigorosa” vuol suggerire l'idea di uno Stato parsimonioso, attento ai propri equilibri di bilancio, finanziariamente virtuoso anche se un po' rigido, compunto e tenero come un bambino che, dopo averci pensato su, decide di non comprare lo zucchero filato e mettere il soldino nel salvadanaio. La Germania, insomma, viene presentata come fautrice di una gestione sana dell'economia, magari un po' noiosa ma rassicurante.
In questi ultimi giorni, parlare di “rigore” della Germania sottintendeva un confronto con le cicale greche, ieri indebitatesi fino al collo e oggi riottose a pagare il fio delle loro spese allegre. L'espediente retorico, dunque, era quello, non nuovo, di accreditare nell'opinione comune la verità di un'idea semplicemente limitandosi a evocarla, come se si trattasse di un fatto così evidentemente e notoriamente vero da non richiedere spiegazioni e approfondimenti. Perciò ho voluto curiosare un poco, scoprendo alcune cose.
Nel 2014 (fonte Eurostat) la Germania ha registrato un debito pubblico di 2.170 milioni di euro, con un rapporto debito/prodotto interno lordo del 74%. Per fare un confronto: a dicembre 2014 l'Italia aveva un debito di 2.134 milioni di euro e un rapporto debito/PIL del 132%. L'Italia è messa peggio ma, per rimanere in tema col dibattito di questi giorni, “se Atene piange, Sparta non ride”.
In Germania il 45% del sistema bancario è ancora in mano pubblica, cioè di proprietà dello Stato o dei Länder (per chi se lo fosse dimenticato: la Germania è uno stato federale). Lo Stato tedesco, per esempio, è il più forte azionista (17% del capitale sociale) della Commerzbank, la seconda più grande banca tedesca.
Come stanno le banche tedesche? Nel 2014 esse hanno tutte superato i cosiddetti “stress test” dell'Unione europea sulla base della singolare considerazione che le attività finanziarie sono meno rischiose di quelle creditizie. In sostanza, la banca è stata ritenuta solida quando il suo patrimonio era pari ad almeno l'8% dei crediti erogati. Gli investimenti finanziari nel portafoglio delle banche europee, invece, non necessitavano di una corrispondente base patrimoniale neppure se si trattava di investimenti ad alto rischio.
In altre parole, gli stress test sono stati un po' come un esame del sangue eseguito per controllare i rischi di occlusione dei vasi sanguigni ma che non misura il livello di colesterolo. Così, per fare due esempi, la citata Commerzbank ha superato il test riferendosi ai 200 miliardi euro di crediti e non anche ai 361 ulteriori miliardi impegnati in attività finanziarie mentre la HSH Nordbank (altra banca in mano pubblica) è stata considerata a rischio per 38 miliardi di euro di crediti e non per gli ulteriori 72 di investimenti finanziari.
Il criterio seguito negli stress test è tanto più strano quando si consideri il livello quantitativo del rischio finanziario assunto da certe banche. La prima banca tedesca, Deutsche Bank, sarebbe esposta (uso il condizionale perché la fonte che ho rintracciato non è ufficiale ma di una società di analisi) in investimenti sui cosiddetti “derivati” per 54.7 trilioni di euro (non chiedetemi a quanto diavolo possa corrispondere una cifra del genere nella realtà). Il giorno che esploderà qualche bolla, si salvi chi può, dunque.
Insomma, la “rigorosa” Germania è indebitata fino al collo, il suo sistema bancario è abbondantemente partecipato dallo Stato, le sue banche superano dei test eseguiti da un controllore che si copre gli occhi, la sua economia reale è messa a repentaglio dai livelli stratosferici toccati dalle attività speculative e il “rigore” sembra poco più che una favola che si racconta ai cittadini europei per addormentarli mentre fra gli scenari possibili, fantasticando un po', ci sono code di tedeschi alla frontiera con la Grecia pronti a barattare le loro Mercedes con due forme di feta.
Come sentenzia il detto: non è tutto oro quel che luccica.

Fuori dall'euro? Prime considerazioni.

Moneta da un euro

Il dibattito semi-permanente sulla moneta europea e su quanto sia desiderabile abbandonarla per tornare, nel caso dell'Italia, alla Lira, ha subito un'accelerazione dopo che il Movimento 5 Stella ha avviato la raccolta di firme per poter presentare una legge di iniziativa popolare finalizzata a indire un referendum consultivo sulla permanenza o meno dell'Italia nella cosiddetta “zona euro”.

In sostanza, il Movimento 5 Stelle si sta battendo per dare ai cittadini la possibilità di esprimersi rispetto a una scelta, quella di aderire all'euro, sostanzialmente avvenuta sulle loro teste. Persone che stimo, peraltro, hanno sollevato dubbi un po' su tutto: sullo slogan scelto per promuovere la raccolta di firme (“Fuori dall'euro”); su quanto sia efficace un referendum consultivo su una materia ostica per la quasi totalità dei cittadini; infine, su quanto sia davvero possibile e, soprattutto, desiderabile che l'Italia esca dall'euro. A queste persone cerco di offrire un mio primo, piccolo contributo alla riflessione su un tema che, purtroppo e come al solito, è affrontato da molti nel modo chiassoso e irrazionale che mi pare non abbia mai risolto un problema che sia uno. Detto ciò, veniamo al dunque.

Primo fatto: l'Unione Europea è attualmente composta da 28 stati; 19 (compresa la Lituania che adotterà l'euro nel 2015) fanno parte della zona euro e gli altri nove, no. Fra questi nove ci sono economie “minori” ma anche Danimarca, Regno Unito e Svezia. Dunque è accertato che il mondo va avanti anche senza usare l'euro.

Secondo fatto: l'unico beneficio incontrovertibile, non contestato da alcun economista, derivante dall'adozione dell'euro è l'aver favorito la circolazione di merci e persone grazie all'azzeramento del rischio e dei costi di cambio. Su tutto il resto, a cominciare dall'effetto sull'andamento dei prezzi, le conclusioni sono le più varie. Dunque è almeno lecito chiedersi se il rapporto costi-benefici dell'adozione dell'euro (o del rimanere nell'area euro) sia vantaggioso.

Terzo fatto: a gennaio 2002, data di avvio della circolazione della moneta europea, il debito pubblico italiano era di 1.358.350 milioni di euro. L'ultima rilevazione (cioè ormai a fine 2014) lo quantifica in 2.148.395 milioni. Il dato forse più interessante, peraltro, è che dal 2002 ad oggi il debito pubblico è sempre andato aumentando, ogni anno è stato peggiore del precedente. L'euro, dunque, non ci ha difeso da niente, né dall'aumento del debito nazionale, né dall'inflazione che è scesa (fino a diventare recessione) praticamente in tutta Europa, euro o no che fosse.

Non pretendo di essere un economista di vaglia, né di aver esaurito l'argomento con queste poche pillole. Però mi sembra che ci sia già da riflettere su questo: ci chiedono di fare (ancora) sacrifici perché ce lo chiedono l'Europa e i mercati, ci dicono che uscire dall'euro sarebbe una tragedia e però, come sempre, non spiegano perché.

Alla prossima puntata.

Emma, sei tutti noi

Frontespizio di "Emma" di Jane Austen

Intanto che proseguo il mio personale slalom esistenziale fra l'ennesimo record del debito pubblico italiano (a giugno 2014: 2.168,4 miliardi di euro), il lavoro in ufficio coi colleghi in ferie, la redazione dei miei manuali per la patente, la figlia che parte con amici per la Val di Susa sostenendo che ci sarebbero arrivati in tre ore da Fano, la stessa figlia che si accorge che tre ore erano quelle che occorrevano per arrivare a Bologna (dove chi ha organizzato il viaggio aveva astutamente previsto un pernottamento), le sempre più tragiche notizie da Gaza e dall’Iraq e altro ancora, ho trovato il tempo di leggere Emma di Jane Austen.

Fino a un anno fa, il mio interesse per la celebre scrittrice inglese era appassionato ma un tantino monocorde, dato che in sei occasioni avevo letto un suo romanzo e però sempre lo stesso, cioè Orgoglio e pregiudizio. Quest’anno mi sono azzardato ad ampliare i miei orizzonti leggendo prima Ragione e Sentimento, poi, appunto, Emma. Delle due opere, è stata senz’altro quest’ultima a catturare maggiormente il mio interesse.

Emma è una giovane, bella, ricca, intelligente e appartiene alla famiglia più in vista di Hartfield. Queste sue qualità sono letteralmente sbattute in faccia al lettore, dato che la loro elencazione costituisce l’incipit del romanzo. Sembra quasi che la Austen voglia sfidare il lettore avvertendolo immediatamente di aver deliberatamente privato la sua protagonista di una qualsiasi delle molteplici disgrazie che suscitano un’istintiva benevolenza verso l’eroina di turno: povertà in vario grado; salute cagionevole; perdita di persone care che si sarebbero prese amorevole cura ma che, morendo, lasciano il personaggio in balia di gente fredda, avara e priva di scrupoli e via dicendo. Conseguenza quasi inevitabile di tali premesse è che Emma è piena di sé quanto basta per essere convinta di poter disporre degli altri e, soprattutto, dei loro sentimenti.

Essendo ricca, Emma non ha bisogno di sposarsi per garantirsi un futuro sereno o progredire socialmente. La sua condizione rende inutile anche ogni affanno per ottenere la felicità, cioè quel gradevole ma non indispensabile accessorio del matrimonio. Infatti, Emma mostra a ogni piè sospinto il più sereno disinteresse per gli uomini in generale e per il matrimonio in particolare.

Le fondamenta caratteriali di Emma, dunque, sono distanti dalla condizione della maggior parte delle persone e, soprattutto, potrebbero renderla un personaggio antipatico senza rimedio. Anzi, la Austen conduce il gioco narrativo in modo così abile da far pensare che la conclusione della storia, cioè proprio il matrimonio e la felicità di Emma, siano una divertita vendetta dell’autrice sul suo personaggio, la vera espiazione per la sua presunzione passata. In questo senso, il più tradizionale dei finali appare carico di un senso nuovo e differente.

Sgombriamo subito il campo dalle annotazioni più scontate, cioè che Emma è un ottimo libro perché Jane Austen è un talento assoluto: stile scorrevole; trama ben costruita; dialoghi trasferibili senza modifiche nella migliore sceneggiatura cinematografica; personaggi che agiscono e parlano in modo sempre coerente con il carattere che l’autrice gli ha attribuito; figure di contorno vivaci, ben descritte e, nel loro piccolo, necessarie. Non mancano sorprese, idee suggerite, indizi che lasciano pensare qualcosa e poi rivelano il suo opposto (e sono convinto che la Austen, se avesse scritto dopo la nascita del genere, sarebbe stata un’eccezionale giallista). Sgombriamo il campo perché non è nulla di tutto questo, infatti, a rendere il libro più prezioso di altri.

Come altri romanzi, Emma è la storia di un cambiamento. Questo cambiamento, tuttavia, non deriva dalla raggiunta consapevolezza di un errore di giudizio (eravamo convinte che Wickham e Willoughby fossero delle così brave persone, e invece …). Emma non sbaglia nel valutare gli altri basandosi su impressioni che si rivelano poco fondate, Emma sbaglia il giudizio sulle persone perché non le guarda affatto. La sua relazione con gli altri è quella che può avere una bambina con la sua bambola. Emma si sente libera e autorizzata a decidere che cosa debba o non debba fare un’altra persona. La sua convinzione di saper comprendere l’animo altrui è il velo sottile che riveste la verità, cioè che è lei stessa ad attribuire pensieri e sentimenti e, poi, a interpretare parole e azioni secondo lo schema che si è costruita in perfetta solitudine.

Emma, alla fine, cambia (in meglio) ma, ed è un aspetto di assoluto rilievo, la mutazione non è dovuta a un isolato, drammatico, momento catartico (classicamente, la lettera che svela la verità su un individuo abietto) ma alla ripetizione dello stesso errore da parte di Emma, che soltanto alla fine riuscirà a fare i conti con se stessa e a vedere le persone per quello che sono, rispettandole davvero.

Ecco, è questa tenacia di Emma nel perseverare nei suoi sbagli, sempre ignorando gli altri, ad avermi colpito più di ogni altra cosa. Forse perché il difetto, insolito nei romanzi, è terribilmente comune fra gli esseri umani.

Votare per chi, votare per cosa

Locandina del film Un'arida stagione bianca

Cominciamo da novembre 2011. Silvio Berlusconi conclude la sua esperienza di Presidente del Consiglio lasciando al governo di Mario Monti un debito pubblico di 1.905 miliardi di euro. Monti cede a sua volta il passo ad aprile del 2013, quando il debito pubblico ha raggiunto i 2.042 miliardi. Il successivo governo presieduto da Enrico Letta rimane in carica meno di un anno. Nel momento in cui passa le consegne, a febbraio di questo 2014, il debito pubblico ha comunque stabilito il nuovo record: 2.107 miliardi. Secondo l'ultimo dato diffuso dalla Banca d'Italia, nei due mesi trascorsi dall'insediamento del governo di Matteo Renzi, euro più, euro meno, il debito pubblico, è arrivato a 2.119 miliardi. Però Grillo suda, urla e dice parolacce.

Nelle democrazie di massa, per una quota variabile ma normalmente significativa di persone, la scelta dei decisori è condizionata da un approccio non sempre razionale ai problemi. Si tratta di un fenomeno provvisto di forza propria, che avviene anche quando si dispone di informazioni complete e corrette sebbene, come è ovvio, risulti amplificato quando l'informazione è imprecisa o carente. Inoltre, la sensazione che producono aspetto e voce di una persona è acquisita e elaborata in modo pressoché immediato e, comunque, infinitamente più rapido e efficace del paziente lavoro che occorre, per dirne una, per prendere posizione sul fiscal compact, o per ricordarsi chi ha votato l'adesione dell'Italia ai vincoli posti dal fiscal compact stesso.

Le motivazioni dell'agire umano sono tante quante gli individui. In un bellissimo film, Un'arida stagione bianca, un bianco benestante sudafricano viene condotto dagli eventi a prendere coscienza di quanto sfruttamento, e violenza, caratterizzino il sistema sociale in cui ha finora vissuto in serenità ed agiatezza, ignaro dei drammi che avvengono al di là del suo giardino. Questa nuova consapevolezza lo porta a scontrarsi con le istituzioni e la polizia, sconvolgendo anche la quiete familiare. Così, nel pieno della lotta, la figlia Suzette lo tradisce. Al poliziotto che si congratula con lei per aver fatto la scelta giusta, Suzette replica: “Io voglio solo che tutto torni come prima”.

Distogliere lo sguardo dalla realtà è, ovviamente, più facile che guardarla. Eppure è necessario essere diversi. Così, mentre il debito pubblico italiano continua a crescere, ascolto con la stessa emozione della prima volta l'esortazione dei Pink Floyd a “non voltarsi dall'altra parte”, condita da uno dei più begli assolo di chitarra della storia della musica.

Se moltiplicando

L'ultimo dato fornito dalla Banca d'Italia riferisce del nuovo massimo storico raggiunto dal debito pubblico dello Stato italiano: a ottobre 2013 siamo arrivati a 2.085.321.000.000,00 euro, una cifra che, scommetto, avrete perfino difficoltà a leggere. Per riportarla a un livello comprensibile, diciamo che ogni italiano si trova sul groppone 35mila euro di passivo sul suo conto personale di cittadino. Di fronte a tali cifre, una delle domande più spontanee è: come si è potuti arrivare a tanto?

Come per molti fenomeni di ampia portata, penso che l'approccio corretto sia quello che evita risposte semplicistiche e, più ancora, risposte univoche. Una sola causa, difficilmente avrebbe potuto scatenare effetti tanto disastrosi e duraturi nel tempo come quelli concretizzati dall'enorme debito dello Stato italiano.

Un'opinione diffusa colloca l'origine di quel debito nella corruzione e negli appetiti dei gestori della cosa pubblica, prima di tutto i partiti. Esperienze comuni, vox populi e vicende giudiziarie conferiscono fondatezza a quell'opinione ma trascurano, a parer mio, altri due fattori di uguale se non maggiore importanza. Mi riferisco alla solidità morale e alla robustezza professionale dei decisori. Ci si potrebbe scrivere sopra un saggio, provo a cavarmela con l'esempio di una vicenda che ho dovuto seguire direttamente, dato che ha accompagnato la mia vita professionale.

Alludo alla gestione dell'Albo degli autotrasportatori. Questa gestione, fino al 2001 era affidata alla Motorizzazione Civile. Nel 2002, uno fra i topolini partoriti dalla montagna del federalismo all'italiana fu il passaggio di quella gestione alle Province. In questi giorni, la Legge di stabilità per il 2014 la sta restituendo alla Motorizzazione.

Premesso che ogni scelta può essere argomentata e legittima, mi limito a constatare che questo palleggio significò nel 2001 un mare di circolari, decisioni, trasferimenti (di personale, documenti, risorse finanziarie) e predisposizione di strumenti di lavoro (informatici e non) senza contare l'istituzione di uffici, posti dirigenziali e incarichi vari. Nel prossimo futuro, nonostante la Legge di stabilità 2014 affermi “coraggiosamente” che la restituzione dell'Albo alla Motorizzazione avverrà senza oneri per lo Stato, si verificheranno esattamente gli stessi fenomeni, ma nella direzione inversa a quella del 2002. E tutto ciò, si badi bene, per dare agli autotrasportatori sempre esattamente lo stesso servizio.

Ecco, secondo me, una fetta della cifra che abbiamo visto all'inizio viene anche da vicende come questa dell'Albo. Una vicenda minuscola rispetto al mare del debito pubblico e tuttavia, parafrasando Mina, se moltiplicando io potessi calcolare le risorse sprecate con le migliaia di decisioni irrazionali e costose, ho l'impressione che avrei individuato una causa di quel debito che, con ogni probabilità, può stare al pari della corruzione e della affermata voracità dei partiti.

P.S.
Per semplificarvi la vita: il debito pubblico ha superato i duemilaottantacinque miliardi di euro.

Enrico Letta nel furgone

In un gradevole libretto di Alan Bennet, da me letto ormai dieci anni fa, lessi con grande divertimento questo passaggio:

“Sapevo che aveva investito dei soldi presso la Abbey National, i cui dépliant multicolori mi arrivavano periodicamente con la posta, pieni di famigliole felici che varcano la soglia della loro casa per cominciare una beata vita di mutui.” (BENNET, Alan, La signora nel furgone, Milano, Adelphi, 2003, p. 76)

La Abbey National è una banca inglese specializzata nei mutui immobiliari. Per qualche anno operò anche in Italia e, a dirla tutta, uno dei due motivi per cui il passo di Bennet mi divertì era che anch'io (prima che nascesse Banca Etica!) mi ero indebitato con la Abbey. Il secondo motivo era l'immagine evocata. Si tratti di mutui, finanziamenti o cessioni del quinto dello stipendio, infatti, le foto che appaiono nei pieghevoli pubblicitari delle società finanziarie mostrano sempre persone o addirittura famiglie intere inspiegabilmente felici, con denti bianchissimi mostrati fino ai molari, per il fatto di essersi indebitate un altro po'.

Il passo di Bennet è riaffiorato alla mia memoria dopo aver letto le reazioni entusiastiche del Presidente del Consiglio Enrico Letta alla notizia che l'Unione Europea considererà (parola di José Barroso, Presidente della Commissione Europea) “di consentire deviazioni temporanee del deficit strutturale dal suo percorso verso l'obiettivo di medio termine”. Tradotto: a certe condizioni, gli Stati potranno spendere soldi per realizzare investimenti pubblici con impatto provato sulle finanze pubbliche.

Premesso quanto sopra, sono qui a chiedere aiuto a chiunque sappia darmelo rispondendo a queste domande:

1) Enrico Letta lo sa che il debito pubblico italiano ha superato i 2.041 miliardi di euro?

2) Enrico Letta ha capito che quando si parla di “impatto provato sulle finanze pubbliche” si intendono investimenti che migliorino lo stato delle finanze pubbliche e non certo, per esempio, la spesa senza ritorno per l'acquisto di navi e bombardieri militari?

3) Enrico Letta, si tratti di comprare aerei da caccia, traforare la Val di Susa o, con inspiegabile rigurgito di buon senso, migliorare l'efficienza energetica degli edifici, è a conoscenza del fatto che per spendere soldi bisogna averne? (vedi quesito 1)

4) e soprattutto: in una situazione come quella dell'Italia, si può sapere che cosa ha da ridere Enrico Letta?

Attendo risposte, grato in anticipo a chi vorrà darmene.

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