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Di cosa parliamo quando parliamo di Grecia

Bandiere greche

Mi metto a scrivere alle 18.06 del 5 luglio 2005. Fra un'ora o poco più, nella Grecia non troppo distante dal luogo in cui vivo e così vicina al mio cuore, si chiuderanno i seggi del referendum per approvare o respingere la proposta “presentata da Commissione europea, Banca centrale europea e Fondo monetario internazionale nell'Eurogruppo che si è tenuto il 25 giugno 2015, composto da due documenti: il primo documento è intitolato 'Riforme per il completamento dell’attuale programma e oltre' e il secondo 'Analisi preliminare per la sostenibilità del debito'.”
Fra poco, dunque, molte delle parole spese qui in Italia fino ad oggi non avranno più senso, valore, utilità pratica. Nei giorni scorsi ne ho spesa qualcuna anch'io, qualcun'altra ne ho fatta circolare e c'è perfino stato chi, come il mio amico Giulio Stumpo, ha dedicato parte del suo tempo a approfondire, ragionare, esprimersi. Cito Giulio perché quel che ha (assai ragionevolmente) scritto mi ha suscitato un pensiero prima indistinto poi più definito e che, devo dire, ha soltanto parzialmente a che vedere col merito delle soluzioni possibili, giuste o giustificate per risolvere il problema del debito greco.
Quest'ultimo, dice anche Giulio, è un problema complesso. Il problema dei problemi complessi, dico io, è che avendo molte sfaccettature è facile, se non inevitabile, dedicare attenzione a quella che ci sembra più importante o decisiva. Se due persone hanno opinioni diverse sul grado di importanza delle varie questioni, dunque, è facile, se non inevitabile, parlare della stessa cosa senza capire che si sta parlando di cose diverse.
La premessa fin qui fatta, nel caso del mio amichevole confronto con Giulio deve applicarsi al pensiero che si è formato leggendo queste sue parole: “Se leggessimo tutto il documento con le "correzioni" (che anche a me danno fastidio), pubblicato da Internazionale, ci renderemmo conto che quei cattivoni della Troika hanno chiesto a Tsipras di raddoppiare i tagli alla spesa militare; hanno chiesto di non aumentare le entrate provenienti dalle istallazioni di nuove slot machine e video lottery, di eliminare molti privilegi della classe dirigente, di prevedere un inasprimento delle norme anti corruzione; di prevedere una agenzia autonoma per la riscossione dei tributi e contrastare l’evasione fiscale che in Grecia è pazzesca. Solo per fare qualche esempio che ricordo a memoria. In merito al discorso relativo alle pensioni, ti segnalo che in sostanza quel documento chiede l’innalzamento dell’età pensionabile da 62 anni a 67 o (dico “o”) 40 anni di contributi. Non mi sembra così vergognoso per un paese che paga le pensioni per il 50% con entrate sulla fiscalità generale chiedere questo “sacrificio” che tutti in Europa stanno facendo. Difendere questo punto vuol dire secondo me difendere un privilegio insopportabile che graverà sempre di più sulle spalle dei greci e degli altri partner europei.”
Dopo un po', infatti, penso d'aver capito perché con qualcuno, quando ho parlato di Grecia, non mi sono capito. Semplicemente, stavamo esaminando due facce diverse della questione. Intendo dire che forse (dico “forse” perché personalmente non ho conoscenza diretta della questione) è vero che la Grecia è vittima di corruzione e privilegi e welfare eccessivo; ed è sicuro che io, se fossi un cittadino greco, mi batterei contro la corruzione, i privilegi e il welfare eccessivo ma, ed è qui il punto che per me è più importante, non sono greco io ma neppure la Commissione europea, la Banca Centrale Europea e il Fondo Monetario Internazionale. E allora: un conto è chiedere la restituzione di un debito, un altro è dire che tu, oltre a non essere padrone dei tuoi soldi, non sei neppure padrone di decidere come e dove procurarti quelli che ti occorrono.
Accettare non tanto la proposta attuale ma qualsiasi proposta che non discuta di quantità di soldi, scadenza delle restituzioni e altri aspetti tecnici significherebbe che oggi la Grecia, domani chiunque altro, non sarebbe più uno Stato sovrano e che i suoi cittadini potrebbero soltanto giocare alle elezioni. Ha un che di profondamente simbolico il fatto che questo esperimento, in Europa, lo si tenti là dove è nata la parola stessa che definisce la collettività delle decisioni e la loro origine nella comunità che le deve attuare.
I seggi in Grecia chiudono fra poco. Viva la democrazia.

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