Hans Fallada

Restare umani per non morire soli

Mentre il debito pubblico italiano stabilisce un nuovo record di mese in mese (e il record, va da sé, è negativo, con l'ultimo dato diffuso da Banca d'Italia che lo quantifica in 2.041,3 miliardi di euro) trovo ancora la forza di dedicarmi con passione alla lettura. Ed è ancora Hans Fallada a regalarmi un libro di intensità e verità commoventi.

Ognuno muore solo (Palermo, Sellerio, 2010, pp. 740), ispirandosi alla vicenda reale dei coniugi Otto ed Elise Hampel, racconta la storia di Otto Quangel e sua moglie Anna, una coppia tedesca che perde il figlio militare nella Seconda Guerra Mondiale. Il dolore innesca una presa di coscienza più umana che politica rispetto all'insensatezza della guerra, all'inutilità del sacrificio di tante vite imposto dal regime nazista. La reazione emotiva e morale dei due coniugi si incanala in una singolare, modesta, ma comunque rischiosa forma di resistenza: lasciare in vari punti della città delle cartoline postali contenenti critiche al regime e incitamenti a contrastarlo.

La semplicità, il tono e la pulizia dello stile di Fallada finiscono quasi col mascherare la grandiosità della vicenda, la grandezza dei suoi protagonisti e la ricchezza dell'affresco disegnato dallo scrittore, rischiando di non far capire che ci troviamo di fronte a un libro che, se non è un capolavoro, è molto vicino ad esserlo.

Fallada (che in questo mi ha ricordato il miglior Simenon) descrive precisamente gli stati d'animo dei personaggi, è credibile quando racconta come essi modifichino il loro abito mentale, è vero (oltre che verosimile) quando ci mostra come, alla fine di tutto, anche il cambiamento più profondo non può farci sfuggire del tutto a noi stessi, alla nostra natura più intima e radicata. Nell'epilogo tragico del racconto di Fallada, così, lo straordinario e commovente resoconto degli ultimi pensieri di Otto Quangel prima di essere decapitato mi ha ricordato uno degli sguardi cinematografici che più si sono impressi nella mia memoria: quello di Donald Sutherland (nel film: Benjamin du Toit) alla fine del film Un'arida stagione bianca, drammatica storia nel Sud Africa ai tempi della discriminazione razziale. Sia le pagine di Fallada, sia l'interpretazione di Sutherland, infatti, raccontano con efficacia emozionante la necessità interiore che alcuni esseri umani hanno di rimanere umani anche quando intorno tutto è malvagità. Ma raccontano anche, con duro realismo, come quella necessità interiore possa rendere quasi incapaci di considerare l'ipotesi che per altri esseri umani sia diverso. E questo, quando si tratta di combattere, colloca inevitabilmente in una posizione svantaggiosa.

(Nota editoriale: antoniomessina.it riconosce i diritti sull'immagine a corredo di questo articolo, prelevata a questo URL: http://en.wikipedia.org/wiki/File:Hampel_postcard.jpg)
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Hans Fallada e la miseria quotidiana del nazismo

L'incendio del Reichstag; la Notte dei lunghi coltelli; la Notte dei cristalli; le parate coi soldati che marciano al passo dell'oca; la svastica; i pieni poteri a Hitler; lo scioglimento forzoso dei partiti politici; la milizia paramilitare delle Sturmabteilung (SA) e poi la sua sanguinosa eliminazione da parte delle Schutzstaffel (SS); la Gestapo; l'imposizione dei simboli nazisti in ogni manifestazione della vita pubblica; la violenta repressione interna degli oppositori; l'invasione della Polonia e la guerra mondiale scatenata; la foto del bambino ebreo con le braccia alzate; le persecuzioni razziali e le campagne di sterminio; l'Olocausto e Marzabotto; le Fosse Ardeatine e Kalavrita; Roma città aperta, Il pianista, La lista di Schindler

Quando pensiamo al nazismo tedesco la mente si riempie di queste ed altre immagini, fatti emblematici, simboli spaventosi. E tuttavia, la Germania degli anni Trenta e Quaranta del XX secolo era un paese di quasi settanta milioni di abitanti: persone che mangiavano, andavano a scuola e sbrigavano le loro faccende. Travolto dall'immensità della tragedia, il pensiero non va mai alla vita quotidiana sotto il regime nazista. Milioni di tedeschi, gente comune. Come si viveva sotto il tallone di Hitler?

Si viveva male, ci racconta Hans Fallada (Nel mio paese straniero, Palermo, Sellerio, 2012, pp. 358 - Leggi qui una recensione). Come ogni potere che si autolegittima solo in virtù della propria forza, lo stato nazista è il regno dell'irrazionalità. Le cose più semplici e banali diventano montagne insormontabili soltanto perché è così, con la completa ed assoluta (nel senso etimologico di “sciolta, priva di qualsiasi vincolo”) gratuità delle decisioni, che si riafferma il proprio dominio. Per lo scrittore Fallada, reo non di opporsi ma, assai più modestamente, di non aderire al regime, diventa difficile tanto avere la carta su cui stampare le proprie opere, quanto vedersi restituire un prestito o ricevere una sufficiente quantità di legno per scaldarsi. Il partito nazista ha bisogno di obbedienza cieca, in cambio assicura privilegi più o meno grandi e impunità anche per gli errori più modesti. La selezione dà spazio ad arrivisti di cabotaggio più o meno mediocre.

Il racconto dell'antieroe Fallada è illuminante. Il regime nazista, sotto il velo di una sfarzosa esteriorità, è il luogo, solito e modesto, delle miserie umane. A Fallada, negli anni, toccherà garantire i debiti di un caporione nazista, litigare per il confine di un frutteto, veder sfumare un lavoro di mesi perché Goebbels, che quel lavoro aveva approvato, non era tuttavia in grado di pretenderne il compimento perché “era uno sporcaccione, perché ancora una volta una delle sue maialate aveva fatto scandalo”, finendo pubblicamente schiaffeggiato dal fidanzato dell'attrice di cui Goebbels decantava, altrettanto pubblicamente, l'ombelico.

Il mondo che ci racconta Fallada è un mondo meschino, triste e condannato alla tragedia. Scrive Fallada: “Il riarmo era compiuto … si sarebbe tornati alla disoccupazione – se non fosse successo nulla di nuovo. … La novità che, in situazioni del genere, viene in mente a chi detiene il potere è qualcosa di molto antico, è la guerra ...”

C'è chi si è voltato dall'altra parte, c'è chi ha lottato, c'è chi ha cercato di sopravvivere in un ambiente ostile, magari limitandosi a sperare in giorni migliori senza farsi illusioni. Perché la guerra aveva per sola conclusione la sconfitta ma, dice un giornalista incontrato da Fallada in casa d'amici: “Bisogna sempre prevedere il peggio: potremmo anche perdere questa guerra, e doverci tenere il Führer”.
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L'inutile ipoteca a cinque stelle

Ha suscitato critiche più o meno feroci e sensate la proposta del Movimento 5 Stelle di stabilire per legge l'impignorabilità della prima casa. A farmi riflettere sull'argomento mi ha indotto la singolare coincidenza che proprio in questi giorni mi ha fatto leggere (per ennesimo buon suggerimento di mia sorella) Nel mio paese straniero, duro e vivace resoconto autobiografico della vita dello scrittore tedesco Hans Fallada sotto il regime nazista. Scrive Fallada a proposito di un suo padrone di casa economicamente fallito: “È chiaro che in altri tempi i creditori avrebbero sollecitato da un pezzo il sequestro della casa, ma già uno dei precedenti governi … aveva introdotto la cosiddetta salvaguardia dal pignoramento, vale a dire che era lecito eseguire un sequestro soltanto se il debitore dava il proprio assenso, cosa che evidentemente succedeva in casi rarissimi.” (FALLADA, Hans, Nel mio paese straniero, Palermo, Sellerio, 2012, pp. 33).

La proposta del Movimento 5 Stelle, perciò, quanto meno non è nuova (e neppure isolata, dato che Domenico Scilipoti presentò l'anno scorso una proposta di legge sulla “impignorabilità della prima e unica casa”). A prescindere dalla paternità dell'idea e dall'autorevolezza di chi la propone, vediamo che cosa se ne può pensare.

Al pignoramento si arriva per due possibili ragioni:

a) far valere la garanzia fornita (con relativa iscrizione di ipoteca sull'immobile) a chi ha concesso un finanziamento che non è stato rimborsato nelle quantità e nei tempi pattuiti;

b) saldare, in tutto o in parte, un debito non rimesso nei modi stabiliti ricorrendo al patrimonio del debitore (di cui l'immobile rappresenta, a volte, l'unica voce consistente).

Ragioniamo sull'ipotesi a). In vita mia ho acquistato tre “prime case”, ricorrendo ad un mutuo ipotecario tutte e tre le volte. Senza ipoteca sull'immobile, non avendo altri beni da offrire come garanzia, io non avrei ottenuto il finanziamento, la banca non avrebbe riscosso gli interessi, il precedente proprietario non avrebbe venduto l'immobile (almeno, non a me). Con l'ipoteca, io ho avuto un tetto, la banca il suo guadagno e il venditore i soldi che desiderava. Stabilire l'impignorabilità della prima casa avrebbe almeno due effetti ugualmente nefasti: impedire a chi non dispone di consistenti risorse proprie di accedere a finanziamenti dell'importo (normalmente elevato) necessario per acquistare un immobile; incoraggiare comportamenti scorretti in quei debitori che potrebbero pagare quanto devono ma, certi dell'impunità sostanziale derivante dall'impignorabilità, potrebbero valutare positivamente l'ipotesi di sospendere i pagamenti.

Sfuggendo a un'immagine dickensiana della società, occorre notare che i vantaggi dell'impignorabilità si estenderebbero anche a patrimoni maggiori di quelli della famigliola che acquista la prima casa con tanti sacrifici. Anzi, posto che “prima casa" può essere anche un castello con parco, piscine e pertinenze, l'impignorabilità “secca”, cioè senza correttivi di sorta, sarebbe tanto più vantaggiosa quanto più grande è la ricchezza. Una distorsione quasi certa del mercato, poi, sarebbe l'intestazione di tante “prime case” quanti sono i componenti del nucleo familiare, sottraendo una parte consistente del patrimonio alla funzione di garanzia dei creditori.

E dunque? La mia impressione è che, come accade spesso, occorra molta attenzione prima di tradurre in una regola anche la migliore delle intenzioni. Tutelare il bene primario dell'abitazione, soprattutto in favore chi sta soffrendo di più l'attuale crisi economica e sociale, richiede ricette non riducibili a slogan come quello purtroppo contenuto nel programma del Movimento 5 Stelle.
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