Iperborea

Gente indipendente

Ritratto fotografico di Halldór Laxness

Ci sono libri talmente ricchi di senso, di sfaccettature e di livelli di lettura da rendere difficile parlarne solo in breve. Gente indipendente (Milano, Iperborea, 2004, pp. 653), dell'islandese Halldór Laxness, premio Nobel 1955, è uno di questi libri.

Scritto fra il 1934 ed il 1935, Gente indipendente ruota attorno alla storia del contadino e allevatore Bjartur, un uomo determinato tenacemente, al limite dell'ottusità, a non avere debiti di alcun genere e con nessuno. Dopo diciotto anni a servizio di persone benestanti, un piccolo podere sperduto e qualche pecora sono la sua personale vittoria, il suo regno, la sua libertà. La sua indipendenza viene prima di tutto: delle relazioni umane, delle mogli, dei figli. I pilastri su cui la fonda sono durezza d'animo e forza fisica oltre che, vien da dire, una fiducia illimitata nelle pecore, specialmente quelle della razza introdotta nel distretto dal reverendo Gudmundur.

Lo stile di Laxness alterna momenti volutamente scarni, considerazioni di taglio quasi giornalistico, qualche pizzico di ironia e pagine di intenso lirismo. In qualche passaggio, sembra di poter trovare in Laxness l'ascendenza dell'oggi acclamatissimo Jón Kalmann Stefánsson. Assolutamente strepitosi, a parer mio, i resoconti delle conversazioni fra amici, dove uno stile quasi da verbale di riunione si rivela efficacissimo nel restituire atmosfere, personalità, momenti.

Bjartur vince molte battaglie ma finirà col perdere la sua indipendenza e praticamente tutte le sue cose materiali. La Prima Guerra Mondiale, i riflessi di questa sul prezzo della carne, il modo di ragionare delle persone che cambia rapidamente al primo accenno di benessere; sono tutti fenomeni che nascono molto lontano da Sumarhus, il podere-regno di Bjartur, ma che riusciranno a travolgerne l'apparentemente inattaccabile autonomia. Ma Bjartur non è tipo da piangere sulle proprie disgrazie. Rimane lo stesso di sempre e va in un nuovo podere a far girare ancora la sua ruota. Unica, grande, differenza, la figlia ripudiata che Bjartur, vincendo il suo orgoglio, è andato a cercare per condividere un tratto di esistenza.

Scrivendo Gente indipendente, Laxness aveva presente la sua epoca e la sua Islanda. Diversi dei temi affrontati, peraltro, superano le barriere temporali perché raccontano problemi che si ripetono nella storia umana: il conflitto fra vecchio e nuovo; la divisione in classi; i turbamenti adolescenziali; la distanza fra chi detiene il potere e chi lo subisce; il sogno di orizzonti più ampi; la lealtà e il tradimento. La vicenda di Bjartur, tuttavia, va oltre le intenzioni dell'autore quando descrive origini, responsabili e conseguenze della crisi economica che finirà per travolgere tutto e tutti. Laxness, cioè, non poteva immaginare che, ottant'anni dopo la stesura di Gente indipendente, buona parte del cosiddetto Occidente si sarebbe trovata a discutere sul ruolo che banche, potere finanziario e manager che lo gestiscono hanno avuto nella crisi economica e sociale di questi anni. Una crisi della quale, non diversamente da quanto accade nel racconto di Laxness, le maggiori conseguenze ricadono su tutti tranne che su coloro che l'hanno provocata.

Gente indipendente si chiude con una frase resa splendida dal racconto che l'ha preceduta: “Poi proseguirono il loro cammino”. Lungo la strada, Bjartur è rimasto lo stesso ma forse è spuntato qualche germoglio di cambiamento. A noi, chiuso il libro, rimane da riflettere sul protagonista, certo, ma anche su di noi, su come viviamo, su come leggiamo il nostro tempo, su come ne affrontiamo le difficoltà. Dobbiamo farlo anche perché, come forse direbbe Einar di Undhirlíd, una storia è una storia, e la realtà è la realtà.

Prigionieri di Paasilinna

Arto Paasilinna

Il naufragio, la scoperta del luogo in cui la sorte ha deciso di scaraventare il protagonista, la risoluzione del problema della sopravvivenza e, se il naufragio è collettivo, l'organizzazione del vivere sociale. Lo scrittore finlandese Arto Paasilinna non trema di fronte a un tema affrontato da decine di opere letterarie e lo rivisita a modo suo, con quella miscela di ironia, distacco, divertita curiosità e rassegnata compassione che costituisce la lente attraverso la quale racconta il mondo degli uomini anche in Prigionieri del paradiso (Milano, Iperborea, 2009, pp. 199).

Il naufragio è in effetti un ammaraggio di fortuna di un aereo noleggiato dall'Organizzazione delle Nazioni Unite. A bordo dell'aereo viaggia del personale ingaggiato per la realizzazione di progetti umanitari in Asia. La mano dell'Autore è riconoscibile fin dall'elenco dei passeggeri sopravvissuti al disastro: 14 infermiere svedesi, 10 ostetriche finlandesi, 10 tagliaboschi finlandesi più un giornalista, medici, piloti, tecnici forestali ecc. Una miscela paradossale costretta a inventarsi un'esistenza comune con gli esiti prevedibilmente imprevedibili dei personaggi di Paasilinna.

Sul tema del naufragio e di quel che segue, però, Paasilinna innesta alcune varianti di non poco conto. Per esempio, l'isola deserta è in realtà una zona disabitata e lussureggiante nonché, si scopre, ai margini di una zona di guerra (fra governativi e ribelli). Il mondo e i suoi problemi, così, non sono poi così distanti e la vita della piccola comunità, fatta di capanne, liquore di cocco, pesca e scimmiette addomesticate, somiglia molto al “voltarsi dall'altra parte” di tante persone ben inserite nel mondo civilizzato.

Il fatto che i naufraghi siano tutti professionisti impegnati nella cooperazione internazionale, così, denota la vena più sarcastica, qualche volta addirittura feroce, con la quale Paasilinna racconta le cose umane. Un esempio efficace di questa vena è senz'altro rappresentato dalla descrizione del progetto internazionale che coinvolgeva le ostetriche finlandesi che, senza l'incidente aereo, si sarebbero dedicate alla diffusione in Bangla Desh dei metodi di controllo delle nascite. “Per questo nella stiva dell'aereo c'era qualche milione di spirali intrauterine in rame prodotte dalla Outokumpu e altrettante pillole anticoncezionali, riservate alle donne che avessero accettato di prenderle e fossero in grado di contare fino a trenta.” Sulla cooperazione internazionale si è scritto molto, Paasilinna dice parecchie cose in poche righe.

Come in tutti i libri di Paasilinna, tuttavia, il sarcasmo è spruzzato qua e là, insieme al divertimento e, a ben vedere, anche all'invito a non prendersi troppo sul serio così come, all'occorrenza, a cercare un po' d'allegria in qualche superalcolico distillato artigianalmente.

Arto Paasilinna e la storia della sua Finlandia

Sangue caldo, nervi d'acciaio è l'ultima opera tradotta in italiano dello scrittore finlandese Arto Paasilinna, uscita nel 2012 per la consueta cura dell'editore Iperborea. Il libro ricostruisce la storia della Finlandia degli ultimi novant'anni ma, naturalmente, attraverso la lente scanzonata, e a volte irriverente, di Paasilinna.

Lo stile è, come sempre, efficacissimo. Si comincia a leggere e si ha la sensazione di andare subito al galoppo. Quanto al taglio dello sguardo, una citazione vale più di mille commenti. Tuomas Kokkoluoto, il padre del protagonista Antti, si adopera per far seppellire i due fratelli Jaakkola, rimasti uccisi nel corso della guerra civile alla quale partecipavano dalla parte dei rossi. Il rappresentante della chiesa di Toijala, contattato da Tuomas presso la “camera mortuaria della città, dove eroi bianchi e rossi venivano conservati fianco a fianco”, accoglie la richiesta, non senza prima sottolineare che “... non era così ovvio, di quei tempi, mettersi a spedire cadaveri di rossi su e giù per il paese. Tuttavia, per pura carità cristiana, in quel caso era disposto a fare un'eccezione.

Due giorni dopo, nella stazione di Ykspihlaja entrò sbuffando un treno con un pianale merci attaccato in coda. Sul pianale cinque bare, e quaranta botti di burro destinate all'Inghilterra.”
(PAASILINNA, Arto, Sangue caldo, nervi d'acciaio, Milano, Iperborea, 2012, p. 34).

Il libro è tutto così, sempre sul crinale fra la compassione e una punta di disprezzo per tanto agitarsi degli esseri umani in nome di convinzioni e convenzioni che sfociano così facilmente in tragedia, quando la vita, almeno un po', potrebbe essere più semplice.

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Felicità e tristezza del lettore nella terra degli iperborei

Ho letto, subendone lo strano fascino, il romanzo dell'islandese Jón Kalman Stefánsson La tristezza degli angeli (2012, Iperborea, pp. 384) che così si è affiancato ad altre opere di autori dell'area nord-europea andati a far parte delle mie letture. I titoli, come suol dirsi, sono pochi ma buoni. I tre che ricordo con maggiore soddisfazione sono del finlandese Arto Paasilinna (L'anno della lepre) e degli svedesi Björn Larsson (La vera storia del pirata Long John Silver) e Per Olov Enquist (Il medico di corte). In Italia questi autori sono accomunati dall'editore, la milanese Iperborea che in questo 2012, ha concluso i primi venticinque anni di attività.

Il primo loro libro che acquistai fu L'anno della lepre, e soltanto perché la copertina fu abbastanza bella da farmi superare la diffidenza verso un formato (i libri Iperborea misurano 10 x 20 cm) che mi pareva, e si confermò, abbastanza scomodo. Paasilinna si rivelò una gradevole scoperta e anche gli altri titoli di Iperborea, per così dire, non tradirono la mia fiducia (con la sola parziale eccezione, per i miei gusti, dell'olandese Kader Abdolah col suo Il viaggio delle bottiglie vuote).

Oggi che siamo in tempi duri per gli editori, coi libri che non si vendono, le librerie indipendenti che chiudono e quelle di catena che sembrano entrate in una spirale inarrestabile di perdita di senso, il libro appena letto di Stefánsson, e il ricordo degli altri che ho citato, conducono alla malinconica considerazione che sono e saranno tempi duri anche per noi lettori. Senza Iperborea, cioè senza editori che svolgano bene il loro mestiere, non avrei letto libri che meritavano di essere letti.

Consulto Wikipedia e rinfresco che Iperborea è una terra leggendaria della quale si riferiva l'esistenza in una zona lontanissima a nord della Grecia. Una terra perfetta dove il sole splendeva sei mesi all'anno ed il clima era sempre primaverile. Raccontata come sede di mille meraviglie, il termine iperboreo diventò per i greci sinonimo di “felice” e, soprattutto, dell'idea che ovunque, anche in luoghi ignoti, possiamo immaginare che ci siano felicità e bellezza.

La speranza è che, in qualche modo che ancora non so dire, la prossima fine dell'editore che produce manufatti cartacei (o anche elettronici) coincida con l'inizio dell'editore-operatore culturale che si dedichi alla parte più impegnativa e qualificante del suo lavoro, cioè quell'attività di ricerca, filtro e proposta che già adesso, almeno a mio parere, di quel lavoro può e deve essere il vero cuore.

P.S.
Questo articolo è frutto esclusivo di mie riflessioni. Ho aderito al sistema di vendite online di Amazon ma non ricevo e non riceverò compensi da Iperborea né da altri editori.

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