Letteratura

Felicità e tristezza del lettore nella terra degli iperborei

Ho letto, subendone lo strano fascino, il romanzo dell'islandese Jón Kalman Stefánsson La tristezza degli angeli (2012, Iperborea, pp. 384) che così si è affiancato ad altre opere di autori dell'area nord-europea andati a far parte delle mie letture. I titoli, come suol dirsi, sono pochi ma buoni. I tre che ricordo con maggiore soddisfazione sono del finlandese Arto Paasilinna (L'anno della lepre) e degli svedesi Björn Larsson (La vera storia del pirata Long John Silver) e Per Olov Enquist (Il medico di corte). In Italia questi autori sono accomunati dall'editore, la milanese Iperborea che in questo 2012, ha concluso i primi venticinque anni di attività.

Il primo loro libro che acquistai fu L'anno della lepre, e soltanto perché la copertina fu abbastanza bella da farmi superare la diffidenza verso un formato (i libri Iperborea misurano 10 x 20 cm) che mi pareva, e si confermò, abbastanza scomodo. Paasilinna si rivelò una gradevole scoperta e anche gli altri titoli di Iperborea, per così dire, non tradirono la mia fiducia (con la sola parziale eccezione, per i miei gusti, dell'olandese Kader Abdolah col suo Il viaggio delle bottiglie vuote).

Oggi che siamo in tempi duri per gli editori, coi libri che non si vendono, le librerie indipendenti che chiudono e quelle di catena che sembrano entrate in una spirale inarrestabile di perdita di senso, il libro appena letto di Stefánsson, e il ricordo degli altri che ho citato, conducono alla malinconica considerazione che sono e saranno tempi duri anche per noi lettori. Senza Iperborea, cioè senza editori che svolgano bene il loro mestiere, non avrei letto libri che meritavano di essere letti.

Consulto Wikipedia e rinfresco che Iperborea è una terra leggendaria della quale si riferiva l'esistenza in una zona lontanissima a nord della Grecia. Una terra perfetta dove il sole splendeva sei mesi all'anno ed il clima era sempre primaverile. Raccontata come sede di mille meraviglie, il termine iperboreo diventò per i greci sinonimo di “felice” e, soprattutto, dell'idea che ovunque, anche in luoghi ignoti, possiamo immaginare che ci siano felicità e bellezza.

La speranza è che, in qualche modo che ancora non so dire, la prossima fine dell'editore che produce manufatti cartacei (o anche elettronici) coincida con l'inizio dell'editore-operatore culturale che si dedichi alla parte più impegnativa e qualificante del suo lavoro, cioè quell'attività di ricerca, filtro e proposta che già adesso, almeno a mio parere, di quel lavoro può e deve essere il vero cuore.

P.S.
Questo articolo è frutto esclusivo di mie riflessioni. Ho aderito al sistema di vendite online di Amazon ma non ricevo e non riceverò compensi da Iperborea né da altri editori.

Diverso differente ("Il profumo" - 6)

A rendere unico Jean-Baptiste Grenouille nel panorama letterario è la sua irrimediabile e assoluta solitudine. Il personaggio principale del romanzo Il profumo non ha odore. Questa sua caratteristica lo rende un diverso ma, a me sembra, differente da altre celebri figure di esiliati, emarginati, incompresi. L'assenza di odore, infatti, non cancella Grenouille alla vista ma lo rende invisibile alla coscienza degli altri. Le persone che incontra lo vedono con gli occhi, approfittano della sua abilità, sfruttano la sua forza fisica o usano la sua esperienza da eremita, ma non lo percepiscono davvero, non ne avvertono la presenza, lo dimenticano subito. Non ha odore, dunque non c'è.

Un frettoloso ripasso a memoria mi fa pensare che gli innumerevoli diversi presenti nella letteratura, invece, siano accomunati dal fatto che gli altri si relazionano con la loro diversità. Si tratti di deriderli, di evitarli, di amarli follemente oppure di opprimerli, fra il diverso e gli altri esiste un'interazione. Il percorso di Grenouille, così, risulta anomalo e originale perché assolutamente separato dal mondo in cui vive. Grenouille non è il brutto anatroccolo, prima deriso e poi ammirato. Non è la Sirenetta, interiormente combattuta e contesa da due mondi. Non è Gregor Samsa, tollerato da quella sua famiglia che, però, si volge dall'altra parte per non vedere l'insetto nel quale Gregor si è trasformato. Non è Don Chisciotte, attorno al quale gravitano inconsapevolmente tutti coloro che lo deridono o lo tutelano suo malgrado.

L'elenco potrebbe continuare: Quasimodo, Rigoletto, la Bestia ... Aggiungo soltanto che Grenouille non è neppure Achab. L'ossessione (uccidere la balena bianca, creare il profumo che permetta di dominare il cuore degli uomini) è un lato che condividono, ma è il solo. Achab è in lotta con Moby Dick ma anche col suo equipaggio, che sottomette completamente ed al quale non riconosce altro ruolo che quello di servire il delirio del suo capitano. Grenouille, invece, è sempre, irrimediabilmente, solo. Gli altri lo percepiscono nella misura in cui egli decide che ciò avvenga, per gioco, esperimento o per un tornaconto preciso.

L'impossibilità di comunicare coi suoi simili alla fine sconfigge Grenouille che, consapevolmente, decide di concludere la sua esperienza di quel mondo che non lo conosce.
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Patrick Süskind è un genio (“Il profumo” - 5)

La creatività umana assume le forme più diverse, ciascuna affascinante a modo suo ma che può avere punti di contatto con le altre. Per raccontare la bellezza dello stile usato da Süskind nel Profumo, così, è possibile cominciare da una foto. Quella che vedete riprodotta è Rhein II, del fotografo tedesco Andreas Gursky. È diventata famosa perché l'originale è stato venduto all'asta (nel 2011) per oltre quattro milioni di dollari. Ma dimentichiamo la cifra e concentriamoci sull'immagine.

Sebbene sia difficile valutare una gigantografia (l'originale di Andreas Gursky occupa oltre sei metri quadrati) dalle modeste riproduzioni disponibili nel web, appare evidente che una delle chiavi del fascino di questa foto sta nell'equilibrio delle parti. Le due rive del Reno, il fiume che scorre quietamente, una pista di asfalto e il cielo nuvoloso formano sei fasce di altezza differente. Le linee orizzontali sono nette. Eppure, tanto equilibrio appare esatto e indefinibile allo stesso tempo. Una perfezione sfuggente nella quale si fondono geometria e mistero.

Rhein II e Il profumo condividono soprattutto questo: uno stile severo ed essenziale che suggerisce e lascia intuire il fascino della complessità facendo ricorso al ritmo preciso dei numeri, delle regole, delle proporzioni.

Non azzardo teorie generali ma, nella mia mente, questa via per esprimere la grandezza di un mistero che possiamo soltanto sfiorare si associa a geniali figure del nord Europa e tedesche in particolare. Bach e Beethoven, con la loro musica a toccare corde profonde dell'animo attraverso architetture musicali rigorose e complesse, ma anche Linneo (svedese) e Julius Meyer (tedesco), impegnati nella comprensione della natura attraverso la classificazione delle forme viventi e degli elementi fisici.

Il profumo è segnato da uno stile asciutto, necessario. Qualche volta sembra di leggere un documento scientifico. Nel corso del romanzo i pensieri del protagonista Grenouille, anche i più tormentati, sono sempre esposti senza indecisioni, quasi che ci sia solo da dire un contenuto definito e inevitabile. Eppure, è proprio attraverso questo stile che Süskind riesce a raccontarci una figura complessa, malvagia e dolente, potente ed esclusa, che suscita orrore e pietà in misura uguale, che si è fermata per sempre nell'immaginario di milioni di lettori.

Nel prossimo post, quindi, vedremo meglio chi è per me Jean-Baptiste Grenouille.
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La storia di Grenouille ("Il profumo" - 2)

Il profumo è ambientato nella Francia del XVIII secolo. Nel quartiere più maleodorante di Parigi, una donna miserabile mette al mondo un bambino e subito lo abbandona fra i rifiuti. Salvato dalla morte, il neonato riceve il nome di Jean-Baptiste Grenouille, si rivela voracissimo e presenta una caratteristica inquietante: non odora. Lui stesso, viceversa, fin da piccolo sperimenta il possesso di un olfatto talmente sviluppato da divenire la sua via principale di conoscenza e scoperta della realtà.

La prima infanzia di Grenouille è segnata dalla sua capacità animalesca di sopravvivere e dal disagio che prova chi lo accudisce. Un disagio avvertito senza capirne l'origine, un'inquietudine che s'insinua nel cuore senza comprendere che la causa è quella intuita dalla sua prima balia Jeanne Boussie: Grenouille non ha nessun odore. Il bambino, invece, annusa tutto, archivia mentalmente gli odori di tutte le cose e le persone che lo circondano.

Quando Grenouille ha otto anni passa dalla condizione di ospite di un pensionato per orfani a quella di lavorante per il commerciante di pellami Grimal. Grenouille lavora e intanto succhia ogni stilla di vita dalla sua condizione miserabile di semischiavitù. Si ammala di carbonchio ma sopravvive. Poiché la malattia non potrà più colpirlo, Grenouille acquisisce un maggior valore economico per Grimal che, quando Grenouille ha 12 anni, arriva a concedergli mezza giornata di libertà a settimana. Questo spazio schiude a Grenouille le porte dell'area olfattiva più grande e variegata del mondo: la città di Parigi.

Il 1° settembre 1753, durante i festeggiamenti per l'anniversario dell'avvento al trono del re, il quindicenne Grenouille intercetta l'odore più buono che abbia mai percepito. L'origine di quel profumo che lo inebria è una fanciulla dai capelli rossi che Grenouille segue fino in casa. Quando la ragazza si spaventa, Grenouille la uccide. Dopo, quasi si immerge nell'odore di lei, fino allo sfinimento. Una felicità mai provata prima fa pensare a Grenouille di avere finalmente scoperto qual è il suo posto nel mondo e perché è sopravvissuto alla miseria, alla fame e alle malattia. Diventerà un creatore di profumi, il più grande profumiere del mondo. Leggiamo nel romanzo: “Che l'inizio di questa magnificenza fosse stato segnato da un delitto gli era del tutto indifferente, se mai ne era conscio.”

Il seguito della storia, nel prossimo post.

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Patrick Süskind è un idiota (“Il profumo” - 1)

Nel 1985 fu pubblicato in Germania il romanzo Das profum - Die Geschichte eines Mörders, scritto da Patrick Süskind. Il libro apparve subito anche in Italia, dove uscì col solo titolo principale, Il profumo, senza quello secondario La storia di un assassino. Io lo lessi nel 1992, in edizione tascabile, su consiglio di mia sorella. Quella riprodotta è la copertina della mia copia. Fin dalle prime righe rimasi talmente scosso e ammirato da decidere che non avrei avvicinato altri libri dello stesso autore. Nessun essere umano, pensavo, può raggiungere due volte tanta grandezza e qualsiasi altra opera di Süskind, perciò, mi avrebbe deluso. Addirittura mi accadeva (e mi accade!) di immaginare lo scrittore tedesco come un povero idiota, divenuto tale per lo sforzo mentale eccessivo richiesto dalla perfezione non umana del libro. Un po' come capita, per chi se lo ricorda, al David Helfgott del film Shine, mentalmente esaurito dallo studio del pianoforte e dell'esigente Concerto per pianoforte e orchestra numero 3 di Rachmaninov. Fatto sta che quando la Biblioteca San Giovanni di Pesaro organizzò una maratona di lettura invitando a leggere un brano dal proprio “libro del cuore”, la mia scelta fu immediata e senza tentennamenti: lo straordinario incipit del romanzo con il quale Patrick Süskind racconta la storia di Jean-Baptiste Grenouille, uomo senza odore.
Le ragioni della mia ammirazione per Il profumo sono molte. Proverò a esporle nei prossimi post di questo blog, dopo averne riassunto la trama.

P.S.
Passato qualche anno non mantenni la promessa e, fra molte titubanze, comprai Il piccione, altro romanzo scritto da Süskind (nel 1987). Come avevo temuto, l'odore del volatile non resse il confronto.

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