Licenziamento

I dipendenti delle Province e il carattere degli italiani

Se chiedete ai primi dieci passanti che incontrate per strada che cosa pensino dei pubblici dipendenti, dieci su dieci vi risponderanno che si tratta di fannulloni (versione oggi in voga del vecchio “lavativo”), raccomandati, inefficienti e incapaci e perciò, condensando, di parassiti sociali. Nel vasto mare dei pubblici dipendenti, poi, quelli che lavorano per le Province sono ritenuti i più fannulloni, raccomandati, inefficienti e incapaci e perciò, condensando, i più parassiti di tutti.

Nei tempi presenti, l'opinione corrente sui dipendenti pubblici, compresi quelli delle Province, determina il modo col quale la “conversazione sociale” commenta la soppressione di vecchie tutele a loro favore o quell'evento doloroso, addirittura ritenuto impensabile fino a poco tempo fa, che è la perdita del posto di lavoro. Riferendosi a tali circostanze, anche i commenti più benevoli si riassumono con frasi del tipo “ben gli sta”, o un'ancor più chiara “finalmente tocca anche a loro passare gli stessi guai degli altri”. In altre parole, si riceve una gratificazione dal pensiero che anche i dipendenti pubblici, finalmente, soffrono come meritano dopo che se la sono spassata per decenni.

In queste settimane, dunque, non sorprende che opinioni del genere che abbiamo citato si riversino copiosamente sui dipendenti delle Province, il cui futuro è reso quanto meno incerto dai cosiddetti “tagli lineari” praticati alle risorse finanziarie e alle dotazioni di personale dell'Ente per cui lavorano, tagli non accompagnati da certezze sull'esito positivo dei procedimenti di ricollocazione in altri enti.

Io sono un dipendente pubblico da quasi 32 anni e da oltre 13 lavoro per una Provincia. Tale circostanza conosce un'aggravante nel fatto che, in settori diversi da quelli che ho frequentato, sono stati pubblici dipendenti entrambi i miei genitori, con la conseguenza che fin dalla fine degli anni Sessanta (che fa un po' effetto poter definire “del secolo scorso”) ho ascoltato storie di scuole e direttori didattici, di ministeri e di ministeriali, di archivi bui pieni di faldoni accatastati, di corridoi interminabili sulle quali si affacciavano stanze più o meno luminose, dove le persone più diverse si dedicavano con diverso impegno a varie attività.

Confessata la colpa di essere un pubblico dipendente, potrei provare a ingraziarmi il lettore affermando (e giuro che lo farei con assoluta sincerità e convinzione) che la mia esperienza diretta e indiretta mi ha fatto trovare negli uffici pubblici uffici un numero impressionante di dipendenti fannulloni (già detti “lavativi”), raccomandati, inefficienti e incapaci e perciò, condensando, di parassiti sociali che si sono adoperati in vario modo per consolidare la propria fama praticando condotte vistosamente reprensibili: dall'assenza prolungata dalla propria postazione alla quieta permanenza oltre misura in bar interni e esterni; dalla lentezza irragionevole nel concludere un procedimento all'uso del tempo di lavoro per attività altrimenti, ed altrove, lodevoli come quella di tenersi aggiornati sulle vicende del mondo in cui viviamo. Il tutto, naturalmente, al netto di episodi più gravi di corruzione o concussione. Potrei provarci ma non lo farò, perché adesso vorrei partire dal caso dei dipendenti provinciali per affrontare un altro argomento anche più doloroso.

La Legge di Stabilità 2015 riduce la spesa per il personale delle Province del 50%. La conseguenza è che bisognerà definire il destino professionale e retributivo di oltre ventimila persone (o, più esattamente secondo il cittadino, di oltre ventimila fannulloni, raccomandati, inefficienti e incapaci e perciò, condensando, di oltre ventimila parassiti sociali). Tale destino, al netto di dichiarazioni più o meno fuorvianti, prevede un percorso delle durata di due anni al termine del quale esistono due sbocchi: essere destinato a un'altra pubblica amministrazione oppure tornare a casa.

Se chi gongola per i guai dei pubblici impiegati fosse un essere coerente e razionale, dunque, dovrebbe concludere che la citata riduzione del 50% delle risorse destinate al personale delle Province produrrà i seguenti benefici:

  1. ipotizzando che nessuno lavori bene, con la riduzione si otterrà, almeno, il dimezzamento del numero di dipendenti provinciali fannulloni, raccomandati, inefficienti e incapaci e perciò, condensando, di parassiti sociali che gravano sulla collettività;
  2. ipotizzando che qualcuno lavori, il livello dei servizi forniti rimarrà identico perché ad essere allontanati saranno i fannulloni ecc., mentre a rimanere saranno coloro che tiravano la carretta anche per gli altri (chissà, magari ce n'era qualcuno) o che, già fannulloni, saranno costretti a rimboccarsi le maniche per compensare le assenze definitive di chi sarà stato trasferito, altrove o a casa sua;
  3. un incremento dell'efficienza complessiva della pubblica amministrazione.

È a questo punto che devo introdurre il resoconto della mia esperienza professionale di questi ultimi anni. Mi limito ai numeri. A fine febbraio 2010, la durata media dei procedimenti assegnati al mio ufficio era di 21 giorni. A fine dicembre 2012, la durata media era scesa a tre giorni. Questo risultato l'ho ottenuto a parità di norme legislative (anche affrontando due picchi anomali di lavoro determinati da norme settoriali che introducevano delle scadenze) e di unità di personale a disposizione del mio ufficio (quattro, me compreso). L'incremento di produttività realizzato in meno di due anni, dunque, è stato pari all'85%, ben maggiore del 50% assicurato dalla Legge di Stabilità 2015.

Dov'è il trucco? Il trucco sta nel fatto che io e la maggioranza politica che oggi ci governa avevamo due obiettivi diversi. Il mio era quello di ridurre sia gli sprechi (per esempio, il consumo di carta nel mio ufficio si è ridotto di quasi l'80%), sia il tempo necessario al cittadino per avere ciò che chiedeva (per i procedimenti più semplici sono riuscito a ottenere un tempo di attesa pari a zero, cosicché con una sola visita il cittadino risolve il suo problema). Questo risultato è stato ottenuto grazie ad accorgimenti perfino banali: ridefinizione delle procedure eliminando i passaggi non necessari; definizione di liste di controllo puntuali che guidassero gli addetti nello svolgimento dei controlli obbligatori di routine; uso attento e spinto delle possibilità offerte dalla rete Internet, rendendo facilmente accessibili informazioni e modulistica (le pagine web del mio ufficio, così, sono sempre al secondo o terzo posto fra le più viste dell'ente, dopo quelle degli uffici di formazione e ricerca di lavoro), così come risolvendo via email tutto ciò che non richiede consegna di marche da bollo o altri documenti da acquisire fisicamente.

L'obiettivo della Legge di Stabilità, invece, qual è? Ottimizzare la spesa? Far crescere l'efficienza? Mandare a casa fannulloni e raccomandati? Migliorare i servizi?

È per questo che vorrei chiedere a chi gongola per le riduzioni retributive (ci sono già state) o per la perdita del lavoro a carico dei dipendenti pubblici: in che modo un taglio lineare del 50% ottimizza la spesa, accresce l'efficienza, elimina i fannulloni, espelle i raccomandati, migliora i servizi? Chi può garantire, attraverso un taglio lineare gestito dalle stesse persone che hanno costruito un sistema inefficiente, che a rimanere non saranno i più raccomandati e non i più capaci? È troppo pretendere che risulti ovvio che un taglio lineare, cioè l'eliminazione di costi indipendentemente dall'analisi di merito della spesa, non raggiunge alcuno degli obiettivi citati?

La mia risposta è che sì, è troppo. È troppo per almeno due motivi. Il primo è che nessun cittadino o quasi, nella mia modesta esperienza, ha il desiderio e la pazienza di capire che un risultato necessario, cioè servizi pubblici adeguati a costi appropriati, può essere ottenuto soltanto attraverso un'azione lucida, paziente, determinata, fatta più di piccoli interventi che della “grande soluzione”, affidata a persone mediamente ragionevoli e competenti che, tuttavia, abbiano quale unico scopo la migliore efficienza del servizio.

Il secondo motivo, però, è quello che forse è decisivo. Nel mare di critiche, tanto facili quanto giustificate, che si rivolgono ai pubblici dipendenti, nessuno o quasi ha mai riconosciuto che il pubblico impiego non è un bubbone esterno, bensì una delle manifestazioni del corpo sociale. Per dire, quando allo sportello dicevo che stavo lavorando per ridurre la durata media dei procedimenti, secondo voi mi dicevano “bravo, vada avanti così”, oppure “faccia come crede, ma IO ho urgenza”? E quando replicavo: “E gli altri che hanno urgenza come lei?” la risposta, variamente formulata, ricordava sempre quella di tal Cetto La Qualunque.

L'extraterrestre e l'articolo 18

Vignetta sull'articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori

Ci sono volte, specialmente quando torno in Italia dopo un’assenza di qualche giorno, in cui mi sembra di essere un abitante di un altro pianeta e, precisamente, di un pianeta dove le parole hanno il loro significato evidente, le ovvietà sono trattate come tali, le conseguenze che si traggono hanno una connessione logica con le premesse di partenza. Sul pianeta Italia, invece, pare che le cose vadano diversamente.

Promettendo di scriverne ora e mai più, prendo ad esempio il “dibattito” sull’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori. E siccome tutti ne parlano ma quasi nessuno l’ha letto (troppa fatica, immagino, essendo composto di 11.026 caratteri, spazi compresi), prima di tutto vediamo di che si tratta.

L’ipotesi di partenza è il licenziamento di un lavoratore disposto:

  • per ragioni discriminatorie (credo politico, fede religiosa, appartenenza a un sindacato, partecipazione ad attività sindacali, partecipazione a scioperi);

  • in concomitanza del matrimonio o entro l’anno dalla sua celebrazione;

  • dall’inizio della gravidanza fino al compimento di un anno di vita del/la bambino/a;

  • per motivi illeciti determinanti (cioè, per esempio, per ritorsione nei confronti di una condotta non apprezzata, come furono i casi di un lavoratore licenziato perché si era rifiutato di sottoscrivere il bilancio aziendale e di un altro licenziato perché aveva richiesto il pagamento degli straordinari).

In tutte le fattispecie elencate manca la cosiddetta “giusta causa”. In altre parole, in tali ipotesi il licenziamento non è determinato da esigenze produttive e di organizzazione ma da ragioni arbitrarie e discriminatorie. Di conseguenza, nelle ipotesi elencate, l’art. 18 stabilisce in via generale che il giudice ordini di restituire al lavoratore licenziato il suo posto di lavoro o, se il lavoratore preferisce, di indennizzarlo con un risarcimento in denaro.

L’art. 18 regola poi diffusamente una serie di situazioni specifiche, tuttavia il succo è quello appena esposto: un lavoratore non può essere licenziato perché ha aderito a uno sciopero, o perché si sposa, o perché ha chiesto un aumento. Se lo licenziano per questi motivi, il giudice impone (dopo il processo!) che il lavoratore riabbia il suo lavoro. Tutto qui.

Quel che stabilisce l'art. 18, a me sembra tanto ovviamente giusto da non richiedere argomentazioni a sostegno. Altri, però, non la pensano così. Questione di opinioni, naturalmente, e questo lo capisco. La cosa che mi rimane misteriosa, invece, è la relazione causale diretta che alcuni considerano che esista fra l’art. 18 e la propensione delle imprese a dare lavoro. In parole povere, si sostiene che le imprese assumerebbero di più se, oltre alle ragioni per cui possono già farlo (crisi di mercato; prodotti non più richiesti; riorganizzazione aziendale; nuovi processi produttivi ecc.) potessero licenziare anche per ritorsione (contro un comportamento corretto, come non sottoscrivere un bilancio falso), perché sei donna (che può far figli), perché sei una persona (che si sposa), perché hai delle idee politiche o religiose. Come diceva la canzoncina: sarà, ma non ci credo.

Fatto sta che su una norma come l’art. 18, a parer mio, l’unico commento dovrebbe essere su quanto sia triste che certe cose debbano essere scritte in una legge anziché risiedere semplicemente nella coscienza di tutti.

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