Movimento 5 Stelle

Fuori dall'euro? Prime considerazioni.

Moneta da un euro

Il dibattito semi-permanente sulla moneta europea e su quanto sia desiderabile abbandonarla per tornare, nel caso dell'Italia, alla Lira, ha subito un'accelerazione dopo che il Movimento 5 Stella ha avviato la raccolta di firme per poter presentare una legge di iniziativa popolare finalizzata a indire un referendum consultivo sulla permanenza o meno dell'Italia nella cosiddetta “zona euro”.

In sostanza, il Movimento 5 Stelle si sta battendo per dare ai cittadini la possibilità di esprimersi rispetto a una scelta, quella di aderire all'euro, sostanzialmente avvenuta sulle loro teste. Persone che stimo, peraltro, hanno sollevato dubbi un po' su tutto: sullo slogan scelto per promuovere la raccolta di firme (“Fuori dall'euro”); su quanto sia efficace un referendum consultivo su una materia ostica per la quasi totalità dei cittadini; infine, su quanto sia davvero possibile e, soprattutto, desiderabile che l'Italia esca dall'euro. A queste persone cerco di offrire un mio primo, piccolo contributo alla riflessione su un tema che, purtroppo e come al solito, è affrontato da molti nel modo chiassoso e irrazionale che mi pare non abbia mai risolto un problema che sia uno. Detto ciò, veniamo al dunque.

Primo fatto: l'Unione Europea è attualmente composta da 28 stati; 19 (compresa la Lituania che adotterà l'euro nel 2015) fanno parte della zona euro e gli altri nove, no. Fra questi nove ci sono economie “minori” ma anche Danimarca, Regno Unito e Svezia. Dunque è accertato che il mondo va avanti anche senza usare l'euro.

Secondo fatto: l'unico beneficio incontrovertibile, non contestato da alcun economista, derivante dall'adozione dell'euro è l'aver favorito la circolazione di merci e persone grazie all'azzeramento del rischio e dei costi di cambio. Su tutto il resto, a cominciare dall'effetto sull'andamento dei prezzi, le conclusioni sono le più varie. Dunque è almeno lecito chiedersi se il rapporto costi-benefici dell'adozione dell'euro (o del rimanere nell'area euro) sia vantaggioso.

Terzo fatto: a gennaio 2002, data di avvio della circolazione della moneta europea, il debito pubblico italiano era di 1.358.350 milioni di euro. L'ultima rilevazione (cioè ormai a fine 2014) lo quantifica in 2.148.395 milioni. Il dato forse più interessante, peraltro, è che dal 2002 ad oggi il debito pubblico è sempre andato aumentando, ogni anno è stato peggiore del precedente. L'euro, dunque, non ci ha difeso da niente, né dall'aumento del debito nazionale, né dall'inflazione che è scesa (fino a diventare recessione) praticamente in tutta Europa, euro o no che fosse.

Non pretendo di essere un economista di vaglia, né di aver esaurito l'argomento con queste poche pillole. Però mi sembra che ci sia già da riflettere su questo: ci chiedono di fare (ancora) sacrifici perché ce lo chiedono l'Europa e i mercati, ci dicono che uscire dall'euro sarebbe una tragedia e però, come sempre, non spiegano perché.

Alla prossima puntata.

Il Movimento 5 Stelle non è di sinistra. Ma io ci sto.

Ormai non conto più le volte che amici e conoscenti politicamente collocati a sinistra (qualsiasi cosa voglia dire questa parola) mi hanno chiesto perché mai, col mio passato altrettanto di sinistra, quando si è trattato di uscire dal mio guscio e rituffarmi nel mondo io abbia scelto il Movimento 5 Stelle e non un partito di sinistra. Valeva tutto purché certificato da storia antica e dichiarazioni attuali: dai resti del socialismo al più scatenato del centri sociali passando per il Partito Democratico, Sinistra Ecologia e Libertà, Rifondazione Comunista, Lista Tsipras e chi più ne ha più ne metta.

A ben vedere, la risposta è già nella domanda, cioè nel fatto che, per molti, prima del merito delle questioni viene l'appartenenza. Il tale partito o il tal altro possono agire nel modo più criticabile ma sono comunque preferibili ad altri perché sono “di sinistra”.

Questo tipo di approccio, dopo tanti anni mi è sembrato che presentasse due inconvenienti decisivi. In primo luogo, la concordanza su una visione più o meno complessiva e sistematizzata del mondo è, quando due soggetti muovono da posizioni diverse, il frutto incerto e sempre faticoso di un lungo confronto che (ed è raro che le due condizioni si presentino assieme) richiede indipendenza di giudizio e intelligenza adeguate. In secondo luogo, se il primo passo di un confronto deve essere l'adesione a una visione del mondo, sia pure nella modesta versione proposta dagli attuali partiti di sinistra, è inevitabile che la soluzione dei problemi si allontani, dato che, evidentemente, la discussione non si concentrerà sui problemi stessi ma sull'essere o non essere di sinistra, qualsiasi cosa voglia oggi significare questa parola.

Da ormai dieci anni sto vivendo due esperienze sociali che considero di grande importanza: la partecipazione alla vita di un Gruppo di Acquisto Solidale e l'impegno come socio attivo di Banca Popolare Etica. In entrambi i casi si tratta di associazioni caratterizzate da principi forti e da una pratica coerente, ma trasversali, cioè con la presenza di persone con convinzioni politiche, religiose e d'altro genere anche molto diverse fra loro. Eppure, alcune convinzioni generali condivise e, per così dire, pre-ideologiche, permettono di camminare fianco a fianco. E, si badi, non si tratta di cose piccole o decisioni superficiali. Al contrario, ci si mette in gioco per contribuire alla realizzazione di obiettivi importanti, addirittura di un nuovo modello di sviluppo, di un mondo dove le persone considerino le conseguenze non economiche delle proprie azioni economiche e dove si scelga di vivere sapendo che l'interesse più alto è quello di tutti.

Ecco, per me il Movimento 5 Stelle rappresenta un'occasione di trasversalità, dove ognuno è poi libero di coltivare una sua dimensione che gli corrisponda in modo più integrale. Ora è così e, come nel caso dei GAS e di Banca Etica, spero che lo rimanga. A mio avviso, infatti, un altro grande errore dei partiti di sinistra è stato quello di pretendere di abbracciare l'interezza dell'individuo. Oltre che sbagliato, questo può essere perfino pericoloso come, del resto, dimostrano varie aberrazioni della storia.

Ognuno è di sinistra a modo suo. Per me esserlo significa rispettare gli altri, essere onesti, costruire delle regole che diano certezze, dare a tutti l'opportunità di vivere pienamente e farsi carico di chi ha meno possibilità, rispettare l'individuo e pensare al collettivo. Credo che tutte queste cose, almeno oggi, trovino cittadinanza nel Movimento 5 Stelle. Altre persone porteranno esperienze diverse dalle mie. Finché lavoreremo concretamente per una soluzione dei problemi comuni, facendo discendere proposte e azioni dal libero convincimento e dal disinteresse, potremo camminare assieme.

Naturalmente, non è mia intenzione eludere il problema ossessivamente sollevato della “democrazia interna” e del preteso ruolo direttoriale di Beppe Grillo e Gianroberto Casaleggio. Ma in un prossimo articolo. Intanto, a proposito di destra, centro e sinistra, godetevi questa bella canzone di Franco Battiato.

Lettera aperta al sindaco di Parma, Federico Pizzarotti

Caro Federico,
guardando a Parma dalle Marche dove vivo, ho sempre considerato la sua persona poco meno che un eroe, dotato, per farsi carico del disastro lasciato dalle precedenti giunte della sua città, di determinazione, coraggio e incoscienza in parti uguali. Quando si ha un eroe, lo si vorrebbe sempre senza macchia e senza paura e ogni ombra, anche piccola, dispiace. Convinto che si possa imparare anche dalle critiche ingiuste, così, mi permetto di indicarle
piccole cose che ha detto o ha fatto e che, secondo me, non vanno nella direzione giusta.

Non mi è piaciuta la presa di posizione sull'esclusione del Parma Calcio dalle competizioni europee del prossimo anno. Non mi riferisco al merito, ma proprio al fatto che abbia preso posizione. La politica, non da oggi, usa lo sport e interferisce più o meno direttamente con la sua autonomia. Che anche lei l'abbia fatto, a me non è piaciuto.
Anche nel merito, del resto, non credo che abbia dato un buon segnale parlando di un Parma che “
... si è meritato sul campo, battagliando, la qualificazione in Europa e non può essere certo un limite burocratico ad eliminarlo senza giocare.” Il “limite burocratico”, come l'ha definito, era il versamento di un'imposta allo Stato entro una scadenza stabilita. Come ogni altra regola, può anche essere considerata ingiusta, ma c'è ed era lì da prima che il Parma vincesse sul campo. Perciò sarebbe stato un buon segnale che lei, se proprio voleva pronunciarsi, invitasse al rispetto delle istituzioni e delle regole, pur nel dispiacere per la mancata partecipazione alle competizioni europee dovuta a fatti extra-sportivi. Anche perché, mi permetta di pensar male, il Parma Calcio ha versato l'imposta dopo aver acquisito il posto utile nella classifica del campionato e, dunque, l'interesse economico e sportivo a partecipare alle competizioni stesse. E se non l'avesse acquisito, avrebbe continuato a tenersi in cassa i 300mila euro di IRPEF? Le imposte si pagano solo quando fa comodo?

Non mi è piaciuto l'entusiasmo con cui ha annunciato la conclusione dei lavori per la nuova stazione di Parma. Due anni fa l'ascoltai polemizzare con chi ne aveva deciso la costruzione. La qualificò come un'opera inutile (“bastava riverniciare quella esistente“), sovradimensionata (“Parma, alla fine, è grande come un quartiere di Londra”) e inutilmente costosa. Oggi, dunque, avrei apprezzato che nell'inaugurarla avesse detto che il Comune è stato costretto a completarla ed è stato capace di farlo, ma la stazione resterà per sempre quale monumento dell'insensatezza e dello spreco oltre che, per molti anni, un peso economico sulle spalle dei cittadini. Pur ammettendo che la chiusura del cantiere riduce i disagi, parlare della nuova stazione come ha fatto lei (“Parma avrà finalmente la sua stazione”, “Per i parmigiani un'altra bella notizia” ecc.), se non si ricorda pure che cosa porta con sé e che cosa lascia quella struttura, suscita l'impressione che si identifichi con l'opera e, alla fine di tutto il percorso, la condivida.

Infine, penso che debba stare attento a un atteggiamento che, pur motivato, può diventare negativo. Mi riferisco alle sue convinzioni che si amministri per tutti, che amministrare sia difficile e che lavorare a testa bassa non concede sempre il tempo per spiegare tutto a tutti. È vero, ma si deve stare attenti. Un sindaco è di tutti ma è stato scelto per la realizzazione di un programma preciso, in contrapposizione ad altri. Un conto è il rispetto, un altro è allentare il legame con la propria base.

Quanto all'amministrare (a testa bassa riguardo all'impegno, a testa alta riguardo all'onestà e alla trasparenza), il pericolo più subdolo è quello di invertire la direzione del flusso. Lo sforzo di ogni politica veramente nuova, cioè, dovrebbe essere quello di portare i cittadini nelle istituzioni. Se le istituzioni si richiudono nella propria competenza tecnica e dicono “lasciateci fare, che stiamo agendo per il meglio”, il flusso si inverte e la politica torna subito vecchia, con le conseguenze ed i rischi del caso. Tutto questo preambolo per dire che sono assolutamente convinto del fatto che l'azione della sua Giunta in materia di rifiuti sia eccellente, la migliore possibile, ma che non ci sarebbe nulla di male, anzi, se cercasse una conferma del sostegno popolare (referendum consultivo o altro che possa ottenere un risultato analogo) rispetto a un'azione che, sulla base di informazioni che prima non si possedevano, segue un percorso (non uno scopo!) differente da quello che ci si era impegnati a seguire.

Vivo nelle Marche, ma seguo fin dall'inizio la sua attività attraverso la stampa, Twitter e Facebook. Dopo due anni, continuo a considerarla una persona motivata, coraggiosa e, purtroppo, destinatario di attacchi portati agendo di sbieco anche da persone che si dichiarano del Movimento 5 Stelle. È per questo che mi sono sentito di segnalarle le piccole macchie del mio eroe.

Con stima,

Antonio Messina

P.S.
Beppe Grillo ha il suo numero, ma anche lei avrà quello di Grillo. E ricordate entrambi che oltre voi ci sono ormai milioni di italiani.

 

Il pubblico televisivo del Movimento 5 Stelle

In due articoli apparsi in questo mio blog ho considerato, interrogandomi sulla loro reale efficacia, due idee (l'impignorabilità della prima casa e la cittadinanza per nascita) del Movimento 5 Stelle che si sono già tradotte in altrettante proposte di legge. Con spiegabile interesse, così, lo scorso 21 giugno a Fano, nelle Marche, ho assistito a un incontro col deputato del Movimento Andrea Cecconi.

L'incontro era stato convocato per far conoscere l'attività parlamentare del Movimento 5 Stelle senza il filtro di stampa e televisione, cioè di quei media che, fino adesso, si sono occupati poco o nulla delle sue proposte e moltissimo dei toni di Beppe Grillo, delle a volte comiche incertezze nella condotta dei neo-eletti del Movimento e delle loro divisioni interne sfociate nella fuoriuscita, spontanea o forzata, di alcuni componenti dai gruppi parlamentari del M5S di Camera e Senato.

Prima dell'incontro, a tutto il pubblico era stato distribuito un volantino che citava il dato numerico (248) delle mozioni, risoluzioni, interpellanze e interrogazioni e che elencava le 22 proposte di legge presentate dal Movimento in questi primi quattro mesi scarsi di legislatura. Le proposte di legge riguardano argomenti di importanza a volte notevole e, almeno alcuni, di grande impatto potenziale sulla vita dei cittadini: dal reddito minimo garantito all'abolizione del finanziamento pubblico ai partiti; dalla reintroduzione del voto di preferenza all'impignorabilità della prima casa; e così via.

Andrea Cecconi mi ha fatto una buona impressione e ha risposto con grande disponibilità alle domande del pubblico. Ma scrivo questo articolo proprio per parlare del pubblico e, a dirla tutta, anche del gruppo fanese del Movimento 5 Stelle. È stato inevitabile notare infatti, sia la grande influenza che ancora hanno sul pubblico giornali e televisioni, sia che da questa influenza non riesce a sottrarsi neppure chi critica ogni giorno questi media, la loro predilezione per il pettegolezzo, il loro modo di travisare le notizie quando non di evitare affatto di darle.

Io non ho la televisione. Prima dell'incontro, trasmessi dagli organizzatori dell'incontro mentre attendevamo l'arrivo di Andrea Cecconi, mi sono dovuto sorbire tre monologhi estratti dal programma Ballarò mentre lo stesso giorno, per dire, i capigruppo del Movimento alla Camera e al Senato avevano diffuso un video con il resoconto della loro attività nell'ultima settimana. Quando ha potuto rivolgere delle domande, poi, il pubblico è intervenuto o ha chiesto chiarimenti sui toni di Beppe Grillo, sulle a volte comiche incertezze nella condotta dei neo-eletti e sulle divisioni interne sfociate nella fuoriuscita, spontanea o forzata, di alcuni componenti dai gruppi parlamentari del M5S di Camera e Senato.

L'agenda dell'incontro, a farla breve, l'hanno dettata più Repubblica e il TG1 che gli iscritti, i simpatizzanti e i semplici curiosi del Movimento 5 Stelle. Il che conferma di nuovo, se mai ce ne fosse stato bisogno, che la strada per cambiare davvero è lunga, ripida e pure un po' sconnessa.

L'inutile ipoteca a cinque stelle

Ha suscitato critiche più o meno feroci e sensate la proposta del Movimento 5 Stelle di stabilire per legge l'impignorabilità della prima casa. A farmi riflettere sull'argomento mi ha indotto la singolare coincidenza che proprio in questi giorni mi ha fatto leggere (per ennesimo buon suggerimento di mia sorella) Nel mio paese straniero, duro e vivace resoconto autobiografico della vita dello scrittore tedesco Hans Fallada sotto il regime nazista. Scrive Fallada a proposito di un suo padrone di casa economicamente fallito: “È chiaro che in altri tempi i creditori avrebbero sollecitato da un pezzo il sequestro della casa, ma già uno dei precedenti governi … aveva introdotto la cosiddetta salvaguardia dal pignoramento, vale a dire che era lecito eseguire un sequestro soltanto se il debitore dava il proprio assenso, cosa che evidentemente succedeva in casi rarissimi.” (FALLADA, Hans, Nel mio paese straniero, Palermo, Sellerio, 2012, pp. 33).

La proposta del Movimento 5 Stelle, perciò, quanto meno non è nuova (e neppure isolata, dato che Domenico Scilipoti presentò l'anno scorso una proposta di legge sulla “impignorabilità della prima e unica casa”). A prescindere dalla paternità dell'idea e dall'autorevolezza di chi la propone, vediamo che cosa se ne può pensare.

Al pignoramento si arriva per due possibili ragioni:

a) far valere la garanzia fornita (con relativa iscrizione di ipoteca sull'immobile) a chi ha concesso un finanziamento che non è stato rimborsato nelle quantità e nei tempi pattuiti;

b) saldare, in tutto o in parte, un debito non rimesso nei modi stabiliti ricorrendo al patrimonio del debitore (di cui l'immobile rappresenta, a volte, l'unica voce consistente).

Ragioniamo sull'ipotesi a). In vita mia ho acquistato tre “prime case”, ricorrendo ad un mutuo ipotecario tutte e tre le volte. Senza ipoteca sull'immobile, non avendo altri beni da offrire come garanzia, io non avrei ottenuto il finanziamento, la banca non avrebbe riscosso gli interessi, il precedente proprietario non avrebbe venduto l'immobile (almeno, non a me). Con l'ipoteca, io ho avuto un tetto, la banca il suo guadagno e il venditore i soldi che desiderava. Stabilire l'impignorabilità della prima casa avrebbe almeno due effetti ugualmente nefasti: impedire a chi non dispone di consistenti risorse proprie di accedere a finanziamenti dell'importo (normalmente elevato) necessario per acquistare un immobile; incoraggiare comportamenti scorretti in quei debitori che potrebbero pagare quanto devono ma, certi dell'impunità sostanziale derivante dall'impignorabilità, potrebbero valutare positivamente l'ipotesi di sospendere i pagamenti.

Sfuggendo a un'immagine dickensiana della società, occorre notare che i vantaggi dell'impignorabilità si estenderebbero anche a patrimoni maggiori di quelli della famigliola che acquista la prima casa con tanti sacrifici. Anzi, posto che “prima casa" può essere anche un castello con parco, piscine e pertinenze, l'impignorabilità “secca”, cioè senza correttivi di sorta, sarebbe tanto più vantaggiosa quanto più grande è la ricchezza. Una distorsione quasi certa del mercato, poi, sarebbe l'intestazione di tante “prime case” quanti sono i componenti del nucleo familiare, sottraendo una parte consistente del patrimonio alla funzione di garanzia dei creditori.

E dunque? La mia impressione è che, come accade spesso, occorra molta attenzione prima di tradurre in una regola anche la migliore delle intenzioni. Tutelare il bene primario dell'abitazione, soprattutto in favore chi sta soffrendo di più l'attuale crisi economica e sociale, richiede ricette non riducibili a slogan come quello purtroppo contenuto nel programma del Movimento 5 Stelle.
_____

La fine della stampa e l'inizio dell'informazione

Da giovane mi accadeva di partecipare ad eventi, fossero concerti o manifestazioni di piazza, di cui poi leggevo sulla stampa. Ogni volta avevo l'impressione di essere stato in un luogo e un'occasione diversi da quelli descritti nell'articolo.

Negli anni ho poi assistito al ribaltarsi dell'opinione sull'attendibilità della stampa quotidiana. Quand'ero piccolo “c'è scritto sul giornale” aveva come appendice non detta “perciò è vero”. Oggi, per dirne una, mia moglie mi racconta che un diffuso quotidiano delle Marche da tempo è meglio noto come “il bugiardò”.

Negli ultimi trent'anni ho anche assistito alla morte dei giornali di partito (l'Avanti!, del Partito Socialista, chiuse nel 1993; Il popolo, della Democrazia Cristiana, nel 2003; l'Unità, del Partito Comunista, cessò di uscire su carta nel 2000) e alla nascita dei giornali-partito, su tutti la Repubblica con la sua perenne produzione di appelli, mozioni e lettere aperte.

In questi giorni, pieni di fermento per la mancanza di una chiara maggioranza parlamentare, l'informazione sta dando una prova che giudico pessima. Come mi accadeva trent'anni fa, leggere un articolo che parla di qualcuno e, poi, leggere o ascoltare quel qualcuno (con Internet la verifica è assai semplice) mi lascia l'impressione che fatti e resoconti non siano in relazione fra loro.

A volte, la mediocrità dei cronisti genera situazioni di una comicità ai confini del surreale. Ad una conferenza stampa del Partito Democratico dopo un incontro con una delegazione del Movimento 5 Stelle, i giornalisti hanno rivolto al rappresentante del PD soltanto domande su che cosa gli avessero detto gli esponenti del Movimento 5 Stelle e nessuna su che cosa avesse da dire lui.

La sensazione più frequente, però è di fastidio. Trovo insopportabili, per dire, le richieste di commento su frasi riferite dal giornalista e sconosciute all'intervistato. Siccome le frasi possono essere riferite male e, comunque, sono private del contesto, del tono e delle intenzioni con cui sono state espresse, ecco che la reazione più normale, nonché comprensibile, è quella del rifiuto di commentarle. Il giornalista scimmiotta un incalzante cronista d'assalto, io lo trovo soltanto petulante. Di sicuro, alla fine del servizio regolarmente mostrato dai canali televisivi, non ne so mai più di quanto ne sapessi all'inizio, lasciandomi nella convinzione che abolire i finanziamenti pubblici all'editoria, coi giornalisti e giornali che abbiamo, per noi fruitori dell'informazione non sarebbe un danno.
_____

Scaffali, arrampicata e Partito Democratico

Ci sono cose che so di non saper fare ancora prima di provare a farle, tanto che, appunto, neppure ci provo. Per esempio, a causa di un problema alla schiena non potrò mai correre la maratona. Lo sognavo da ragazzo. Non posso. Pazienza.
Ce ne sono altre che non sapevo di saper fare finché non ho provato. Nella foto, per esempio, il mio ultimo lavoretto di falegnameria.
E per finire, ci sono quelle che ho scoperto di non saper fare dopo aver provato a farle. In gioventù tentai l'arrampicata libera smettendo prima di cominciare. Nel senso letterale, cioè non riuscii neppure a superare il primo semplice passaggio.

Questa carrellata di ovvietà mi è venuta alla mente dopo aver seguito la relazione di Pierluigi Bersani alla riunione di oggi della direzione del Partito Democratico. Bersani ha detto varie cose: che pubblicheranno i progetti di legge in rete; che non sono possibili accordi con la destra berlusconiana; ha letto il programma del PD. Come accade, qualcosa può essere condiviso ed altro no.

Il collegamento fra le mie esperienze di vita e la relazione di Bersani nasce da una considerazione. Io, quando scopro di non saper fare una cosa, non la ripeto e, soprattutto, non chiedo ad altri di darmi fiducia, per esempio finanziando una mia spedizione verso la cima del Monte Bianco. La cosiddetta “classe politica”, al contrario, ripropone se stessa a prescindere dai risultati, tale e quale quei manager che si attribuiscono premi e buonuscite anche se l'azienda è tracollata.

Come ho già ricordato in un altro articolo, il debito pubblico italiano a novembre 2012 ha toccato il massimo storico di 2.020,668 miliardi di euro. Colpa di chi ha governato la nostra Repubblica, evidentemente, e di chi non ha saputo (né voluto, come reso evidente dalla celebre dichiarazione di Luciano Violante del 28 febbraio 2002, disponibile qui in video e qui, a pagina 75, nel resoconto stenografico ufficiale) fare opposizione.

Qualsiasi proposta non è credibile se non lo è anche chi la avanza. Così, a mio parere, onestà vorrebbe che anche Bersani si dedicasse agli scaffali e lasciasse perdere l'arrampicata. Ma non accadrà. Il motivo? L'ha spiegato lui stesso nella relazione. Ha detto a un certo punto: “Il Movimento 5 Stelle si aspetta un'autodistruzione del sistema politico?"

Autodistruzione? Ma certo che no.

Banca Etica, gli opportunisti e il Movimento 5 Stelle

In questi ultimi giorni si sono verificati due fatti diversi e distanti ma che è possibile collegare: il grande successo elettorale del Movimento 5 Stelle, da un lato, l'inchiesta giudiziaria sulla compravendita del senatore Sergio De Gregorio ad opera di Silvio Berlusconi, dall'altro.

Quanto a De Gregorio, egli fa parte della discreta serie di singolari personaggi saliti sul carro dell'Italia dei Valori, il movimento politico formatosi attorno a Antonio Di Pietro, per valorizzare soprattutto se stessi.

Quanto al successo del Movimento 5 Stelle, è facile prevedere che fra le sue conseguenze ci sarà un infoltimento repentino delle sue fila. Molti saranno in buona fede, altri no, mentre fra le accuse più ricorrenti rivolte a Beppe Grillo c'è quella di controllare in modo quasi poliziesco requisiti e dirittura morale (secondo i parametri di Grillo stesso, ovviamente) dei portavoce del Movimento. Eppure, vivendo in Italia, non dovrebbe apparire tanto sconclusionata una determinazione feroce nel provare a evitare l'ingresso last minute di persone che vedono nel movimento non un'occasione d'impegno ma un'opportunità di visibilità personale.

La ricerca di una effettiva democrazia interna a un'organizzazione, del resto, pone diverse questioni. Una di queste è richiamata in quello che considero un bel passaggio del Codice Etico di Banca Popolare Etica. Lo riporto per intero.

Non opportunismo dei soci attivi

I soci che partecipano in maniera più attiva alla vita della Banca hanno maggiori opportunità di esercitare un'influenza nei principali eventi che caratterizzano la vita societaria, con il rischio di agire in base a un orientamento personale che non tenga conto sufficientemente delle posizioni dei soci meno attivi, limitandone così l'esercizio della partecipazione.

Al fine di ridurre tale rischio, BancaEtica:

1. si impegna a tenere tutti i soci, anche quelli meno attivi, costantemente aggiornati e informati sulle questioni rilevanti inerenti alla vita societaria;

2. adotta modalità partecipative diversificate in occasione dei momenti più importanti della vita societaria, al fine di favorire il maggior coinvolgimento possibile nei processi decisionali.

Il principio di Peter e il Movimento 5 Stelle

Nel 1969 i canadesi Lawrence Johnstone Peter (a sinistra nella foto) e Raymond Hull (docente universitario il primo, sceneggiatore il secondo) pubblicarono Il principio di Peter, un saggio divenuto celebre per la formulazione del principio di incompetenza. Argomentando con un tono umoristico, i due autori arrivano a concludere che sempre, nelle organizzazioni che agiscono secondo uno schema gerarchico, ogni persona sale nella scala decisionale fino a raggiungere un posto per il quale non è adatta. Per necessaria conseguenza, tutto il lavoro viene svolto da chi ancora non ha occupato la posizione gerarchica per la quale è inadeguato.

Il principio di Peter, cito da Wikipedia, è un caso speciale della generalizzazione “... Ogni cosa che funziona per un particolare compito verrà utilizzata per compiti sempre più difficili, fino a che si romperà.”

Non mi spiego come mai il principio di Peter, che tanto si presterebbe allo scopo, non sia mai stato citato nel profluvio di articoli e dichiarazioni con cui commentatori di ogni sorta hanno esaminato la crescita (tumultuosa, a dar retta ai sondaggi) del consenso degli italiani al Movimento 5 Stelle in vista delle prossime elezioni politiche del 24 e 25 febbraio. Gli esponenti del M5S, magari bravi nel gestire un comitato per l'acqua pubblica o a sfilare contro la galleria per l'alta velocità ferroviaria in Val di Susa, raggiungerebbero in Parlamento quei posti per i quali non sono adatti, con gran danno per gli italiani e per la gioia dei sostenitori del principio di incompetenza.

Come accade a molte osservazioni brillanti, parte dell'attrattiva del principio di Peter deriva dal fare luce su una delle due facce del problema lasciando in ombra l'altra. Infatti, mentre si può accettare che, in partenza, si è tutti incompetenti quando ci si fa carico di un ruolo nuovo e superiore, non è vero l'inverso, cioè a dire che chiunque cominci a svolgere un ruolo nuovo e superiore non possa mai raggiungere il livello di competenza necessario.

Se il principio di Peter fosse una verità assoluta, l'umanità non avrebbe mai conosciuto alcun progresso.

 

Subscribe to RSS - Movimento 5 Stelle