Raymond Hull

In nome mio, di Grillo e di Pizzarotti

Inserimento di scheda nell'urna

Ieri, a margine di un incontro sui finanziamenti europei organizzato dal gruppo di Fano del Movimento 5 Stelle, ho avuto modo di ripensare al problema della rappresentanza.

Nel corso dell'incontro hanno preso la parola Hadar Omiccioli, candidato sindaco per il comune di Fano del M5S, e Marina Adele Pallotto, candidata al Parlamento europeo per lo stesso M5S. Tipi diversi. Omiccioli tranquillo, disposto all'ascolto, voce pacata; Pallotto grintosa, debordante, toni alti da tribuno che hanno indotto qualcuno a ricordarle, e la cosa è risultata vagamente comica, che lo scarso uditorio (una quindicina di persone) era composto quasi per intero da aderenti o simpatizzanti del M5S, perciò non c'era bisogno di scaldarsi tanto.

Fatto sta che Omiccioli, per chi abita a Fano, è una presenza discreta ma di lungo corso, impegnato da tanti anni, un mandato come consigliere comunale, partecipe di altre esperienze civili come ad esempio il Gruppo di Acquisto Solidale di Fano. La Pallotto, invece, non la conosceva nessuno. Ed è per questo, in vista delle elezioni europee, che mi è tornata in mente la diversa visione della rappresentanza che hanno espresso Beppe Grillo e il sindaco di Parma, Federico Pizzarotti.

In breve: Pizzarotti lamentava che tramite le consultazioni online fossero finite nelle liste del Movimento 5 Stelle (anche) persone sconosciute agli attivisti; Grillo replicava che quelle persone erano state selezionate dall'espressione volontaria (telematica) delle preferenze da parte degli iscritti registrati al M5S. Dunque: per Pizzarotti conta di più l'essersi spesi per il proprio territorio, per Grillo è più importante il metodo di scelta. Di conseguenza, per Pizzarotti è buono un candidato conosciuto dagli aderenti al movimento, per Grillo è sufficiente che il candidato sia valido e abbia la possibilità di svolgere bene il suo lavoro.

Evidentemente sono vere entrambe le cose: una persona che si è impegnata molto (magari ad allestire banchetti) non garantisce affatto che sarà un buon parlamentare; un perfetto sconosciuto potrà avere capacità e formazione elevate ma, anche, deviare facilmente rispetto al programma della formazione che lo ha candidato.

Come accade spesso, nessun sistema è perfetto perché è difficile che molteplici esigenze siano tutte soddisfatte da una sola scelta che, per definizione, spazza via dal campo tutte le altre che si sarebbero potute prendere. Ciò premesso, bisogna pur scegliere chi ci rappresenti.

A me piacerebbe che la scelta tenesse conto di quel che nel passato ha realizzato una persona, più che di quello che ha detto. Chi ha saputo gestire bene un condominio, per dire, probabilmente è anche capace di gestire relazioni articolate e conflittuali; chi ha saputo lavorare bene per una cooperativa, forse sa anche come motivare un gruppo.

Detto questo, pur potendo continuare con gli esempi, preferisco concludere con l'ennesimo invito a scegliere, sì, ma con buon senso. Perciò ricordo l'immortale “principio di Peter” secondo il quale, in una organizzazione “meritocratica”, ognuno viene promosso fino a raggiungere il suo livello di incompetenza, cioè si sale nella scala gerarchica fino a occupare un posto per il quale non si è adatti. L'edizione italiana dell'opera di Laurence J. Peter e Raymond Hull è, purtroppo, fuori commercio. Per fortuna esistono le biblioteche pubbliche. Se volete dare una sbirciata dunque, potete cercare qui dove si trova il libro.

Il principio di Peter e il Movimento 5 Stelle

Nel 1969 i canadesi Lawrence Johnstone Peter (a sinistra nella foto) e Raymond Hull (docente universitario il primo, sceneggiatore il secondo) pubblicarono Il principio di Peter, un saggio divenuto celebre per la formulazione del principio di incompetenza. Argomentando con un tono umoristico, i due autori arrivano a concludere che sempre, nelle organizzazioni che agiscono secondo uno schema gerarchico, ogni persona sale nella scala decisionale fino a raggiungere un posto per il quale non è adatta. Per necessaria conseguenza, tutto il lavoro viene svolto da chi ancora non ha occupato la posizione gerarchica per la quale è inadeguato.

Il principio di Peter, cito da Wikipedia, è un caso speciale della generalizzazione “... Ogni cosa che funziona per un particolare compito verrà utilizzata per compiti sempre più difficili, fino a che si romperà.”

Non mi spiego come mai il principio di Peter, che tanto si presterebbe allo scopo, non sia mai stato citato nel profluvio di articoli e dichiarazioni con cui commentatori di ogni sorta hanno esaminato la crescita (tumultuosa, a dar retta ai sondaggi) del consenso degli italiani al Movimento 5 Stelle in vista delle prossime elezioni politiche del 24 e 25 febbraio. Gli esponenti del M5S, magari bravi nel gestire un comitato per l'acqua pubblica o a sfilare contro la galleria per l'alta velocità ferroviaria in Val di Susa, raggiungerebbero in Parlamento quei posti per i quali non sono adatti, con gran danno per gli italiani e per la gioia dei sostenitori del principio di incompetenza.

Come accade a molte osservazioni brillanti, parte dell'attrattiva del principio di Peter deriva dal fare luce su una delle due facce del problema lasciando in ombra l'altra. Infatti, mentre si può accettare che, in partenza, si è tutti incompetenti quando ci si fa carico di un ruolo nuovo e superiore, non è vero l'inverso, cioè a dire che chiunque cominci a svolgere un ruolo nuovo e superiore non possa mai raggiungere il livello di competenza necessario.

Se il principio di Peter fosse una verità assoluta, l'umanità non avrebbe mai conosciuto alcun progresso.

 

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