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Oltre la morte di un uomo felice

Copertina di "Morte di un uomo felice" di Giorgio Fontana

Chi segue questo blog sa bene che le ragioni profonde dell'agire umano sono una delle questioni su cui provo a riflettere. Non potevo rimanere indifferente, perciò, di fronte alla pubblicazione di Morte di un uomo felice (Sellerio, 2014, pp. 200, recente vincitore del Premio Campiello), di Giorgio Fontana.

Il libro ci porta a condividere qualche mese della vita del sostituto procuratore Giacomo Colnaghi: magistrato; cattolico praticante; conservatore in politica e nella morale che lo assiste; orfano fin da piccolissimo del padre Ernesto, un uomo semplice che per un senso innato di giustizia, sia pure non assistito da grandi elaborazioni teoriche, diventa partigiano e muore giustiziato dai repubblichini di Salò. Del padre, Colnaghi conserva soltanto una fotografia e un biglietto scritto poco dopo l'arresto, trasmesso fortunosamente alla madre e custodito gelosamente dal magistrato nel suo portafogli.

Il contesto della vicenda narrata da Morte di un uomo felice è quello pesante dei cosiddetti “anni di piombo”, col terrorismo rosso, nero e di Stato che chiudeva violentemente una stagione che aveva dato spazio a qualche speranza e a molte illusioni anche mal riposte.

La chiave di accesso al mistero delle ragioni dei protagonisti di quegli anni è lo sguardo complesso di Giacomo Colnaghi. La memoria del padre partigiano, morto quando il futuro magistrato era poco più di un neonato, arricchisce gli interrogativi che Colnaghi si pone continuamente su che cosa sia giusto e che cosa sia sbagliato, sul senso e l'utilità del sacrificio degli affetti per servire un ideale, sulla violenza come soluzione dei problemi. In tutto questo, Colnaghi risulta un personaggio realistico, estremamente credibile nel suo essere uomo di forti convinzioni che però sottopone di continuo al vaglio della coscienza.

L'anno in cui si svolgono i fatti (quelli della vicenda portante, mentre quasi metà del libro è occupata dal flash back sulla traiettoria umana e politica del padre Ernesto) è precisamente il 1981. Forse per caso e forse no, è lo stesso anno in cui è nato l'autore del romanzo. Fontana, perciò, ha ben ventun anni meno di me. Questo significa che durante gli “anni di piombo”, sì, ero giovane (e forse, coma canta Guccini, anche “stupido davvero”) ma c'ero, navigante in quella sinistra che, solo facendo un passo, ti poteva far incontrare le frange più estremiste. Annoto la circostanza perché, mi sembra, ha influenzato i pensieri nati dalla lettura facendomi ritenere che l'unico punto debole del libro sia dato dai personaggi che fanno capo al mondo del terrorismo di sinistra.

Si tratta di personaggi necessari per fare da sponda agli interrogativi del magistrato (che, come si è detto, vive anche cercando di costruire un legame con quel padre che, mai conosciuto, è morto combattendo per un suo ideale) ma li ho sentiti meno credibili di Colnaghi. Dicono quello che devono dire ai fini della storia, forse concentrando troppe tesi in poche battute. Soluzione efficace come riassunto, ma che non dà lo spessore sufficiente ai personaggi che esprimono quelle tesi. Così, quello che dovrebbe essere un punto alto del romanzo, cioè il confronto fra Colnaghi e il capo terrorista Gianni Meraviglia, a me è suonato un po' artificiale.

Per fortuna, quando Fontana si sgancia dalle parti “necessarie” e asseconda il suo senso di umana pietà nei confronti dei personaggi, il libro ci regala pagine che non risolvono (e come potrebbero?) i grandi dilemmi etici ma ci fanno sfiorare, almeno, il mistero dell'animo umano. Come dovremmo provare a fare tutti.

Restare umani per non morire soli

Mentre il debito pubblico italiano stabilisce un nuovo record di mese in mese (e il record, va da sé, è negativo, con l'ultimo dato diffuso da Banca d'Italia che lo quantifica in 2.041,3 miliardi di euro) trovo ancora la forza di dedicarmi con passione alla lettura. Ed è ancora Hans Fallada a regalarmi un libro di intensità e verità commoventi.

Ognuno muore solo (Palermo, Sellerio, 2010, pp. 740), ispirandosi alla vicenda reale dei coniugi Otto ed Elise Hampel, racconta la storia di Otto Quangel e sua moglie Anna, una coppia tedesca che perde il figlio militare nella Seconda Guerra Mondiale. Il dolore innesca una presa di coscienza più umana che politica rispetto all'insensatezza della guerra, all'inutilità del sacrificio di tante vite imposto dal regime nazista. La reazione emotiva e morale dei due coniugi si incanala in una singolare, modesta, ma comunque rischiosa forma di resistenza: lasciare in vari punti della città delle cartoline postali contenenti critiche al regime e incitamenti a contrastarlo.

La semplicità, il tono e la pulizia dello stile di Fallada finiscono quasi col mascherare la grandiosità della vicenda, la grandezza dei suoi protagonisti e la ricchezza dell'affresco disegnato dallo scrittore, rischiando di non far capire che ci troviamo di fronte a un libro che, se non è un capolavoro, è molto vicino ad esserlo.

Fallada (che in questo mi ha ricordato il miglior Simenon) descrive precisamente gli stati d'animo dei personaggi, è credibile quando racconta come essi modifichino il loro abito mentale, è vero (oltre che verosimile) quando ci mostra come, alla fine di tutto, anche il cambiamento più profondo non può farci sfuggire del tutto a noi stessi, alla nostra natura più intima e radicata. Nell'epilogo tragico del racconto di Fallada, così, lo straordinario e commovente resoconto degli ultimi pensieri di Otto Quangel prima di essere decapitato mi ha ricordato uno degli sguardi cinematografici che più si sono impressi nella mia memoria: quello di Donald Sutherland (nel film: Benjamin du Toit) alla fine del film Un'arida stagione bianca, drammatica storia nel Sud Africa ai tempi della discriminazione razziale. Sia le pagine di Fallada, sia l'interpretazione di Sutherland, infatti, raccontano con efficacia emozionante la necessità interiore che alcuni esseri umani hanno di rimanere umani anche quando intorno tutto è malvagità. Ma raccontano anche, con duro realismo, come quella necessità interiore possa rendere quasi incapaci di considerare l'ipotesi che per altri esseri umani sia diverso. E questo, quando si tratta di combattere, colloca inevitabilmente in una posizione svantaggiosa.

(Nota editoriale: antoniomessina.it riconosce i diritti sull'immagine a corredo di questo articolo, prelevata a questo URL: http://en.wikipedia.org/wiki/File:Hampel_postcard.jpg)
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