Spencer Tracy

L'infelicità ha i piedi d'argilla

Rivedere Indovina chi viene a cena (1967, regia di Stanley Kramer) ha significato anche riascoltare delle parole che mi hanno accompagnato fin da quando, molti anni fa, vidi il film per la prima volta. Quando Matt Drayton, il giornalista bianco e liberal interpretato da Spencer Tracy, si rivolge alla figlia ed al fidanzato nero per dire finalmente, dopo tante sollecitazioni e incertezze, che cosa pensa del loro possibile matrimonio, a un certo punto dice: Il punto in cui John ha sbagliato, io credo, è nel dare tanta importanza a quello che ne pensavamo Christina e io.

Ho sempre inteso quella frase non come un invito al disinteresse o alla mancanza di rispetto, ma a crescere, tenendo conto del parere di chi ci vuol bene ma trovando la forza di scegliere la propria strada.

Un altro senso ho poi sempre attribuito a quelle parole di Drayton-Tracy: l'infelicità, a volte, non è nelle cose, ma nell'occhio col quale le guardiamo. Se liberiamo lo sguardo, il mondo può apparire per come è e dunque, a volte, più semplice e piacevole di quanto pensavamo. Un po' quello che accade al protagonista di “San Pedro”, un bel racconto di Matteo B. Bianchi, a cui poche parole pronunciate dal regista spagnolo Pedro Almodóvar fanno capire che il problema che stava cercando di risolvere da anni, semplicemente non esiste.

Con la misura che dobbiamo usare nelle cose umane, dunque, questo è ciò che penso: gli schemi mentali sono un necessario punto di partenza, ma dobbiamo essere abbastanza aperti da accettare che non siano anche il punto d'arrivo. In questo modo, almeno qualche volta, sapremo riconoscere se l'infelicità ha delle basi fragili.

Ed ecco il monologo di Matt Drayton - Spencer Tracy (la battuta che cito è a 4.50).


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Io, Spencer, Ernest, Alex e Celeste

Fra le immagini cinematografiche che mi accompagnano dall'adolescenza c'è quella di Spencer Tracy che, nei panni del pescatore Santiago, disputa l'estenuante sfida a braccio di ferro nel film (del 1958) tratto dal capolavoro di Ernest Hemingway Il vecchio e il mare. Per quanto fossi rimasto colpito dalla storia, lessi il romanzo solo molti anni dopo. Il libro stette a lungo nella piccola sezione della mia libreria dove conservo i capolavori, prima di finire triturato dalla cronica mancanza di spazio delle case in cui ho abitato.

Ma, evidentemente, la tenacia di Santiago si dispiega oltre le sfide vittoriose col negro di Cienfuegos e le grandiose sconfitte nella lotta coi pescecani. Dopo decenni, così, accade che io parli a mia figlia di come Hemingway abbia saputo rendere vivo il personaggio e la storia usando soltanto le parole necessarie; ne bastano poche e sei già intriso di salsedine, bruciato dal sole e con lo sguardo vigile ai movimenti della lenza. Pochi mesi fa mia figlia torna da un incontro che la sua scuola ha organizzato con alcuni autori russi di cinema d'animazione. Fra questi autori c'è Alexander Petrov, vincitore nel 2000 del premio Oscar per il miglior cortometraggio d'animazione con la sua poetica (e tecnicamente strabiliante) versione de Il vecchio e il mare.

E si arriva a gennaio di quest'anno. Per il mio compleanno, sempre mia figlia mi regala due libri e uno di questo è Il vecchio e il mare, che così rileggo ancora una volta, rimanendone catturato come sempre.

È proprio delle grandi narrazioni attraversare tanta vita anche con una storia che per protagonista, in fondo, ha quella morte che nessuna tenacia, per quanto grandiosa, può sconfiggere. Rimane il senso che l'esistenza riceve dall'impegno coerente, mantenuto anche quando si è consapevoli che vale soltanto come testimonianza. In questo senso, la mirabile creazione di Petrov è a sua volta suggestiva, realizzata com'è mediante una tecnica che non conserva i disegni necessari per i vari fotogrammi. Persa la materia della vita, rimane il ricordo. E questo è tutto.

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